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CONTRIBUTI
Mario De Santis

Girando a vuoto sul parquet

Un mondo al di là del reale

(Roberto Caracci)

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I versi di Mario De Santis volteggiano ne Le ore impossibili come le figure di una danza, che ha i suoi ritmi ma anche le sue imprevedibili trasgressioni, le sue libertà di movimento. Anche scrivere, per De Santis, è una danza, che ha tra l’altro la fantasia e la necessità figurale, oltre alla leggerezza e la tragedia, di un tango argentino

*

na poesia dal respiro lungo e al tempo stesso spezzato, fatta di segmenti brevi, aggiuntivi, di frammenti di discorso che si inanellano l’un l’altro in lunghe collane – le quali hanno talvolta la fatale, rassegnata, necessaria cadenza dei ‘rosari’.

1. FRANTUMI SU PIANO NON INCLINATO

La punteggiatura, fatta di sole virgole, punti fermi solo alla fine e incipit senza maiuscole, come per un discorso che prosegue e non si è mai interrotto, scandisce questa sorta di fluida discontinuità dei versi di De Santis, dove le immagini, i ricordi, le schegge di passato e presente, rampollano gli uni dagli altri, ma senza dare l’idea di un un precipitare, di uno scivolare, del riversarsi verso il basso di un rivo o torrente: piuttosto l’immagine che viene in mente è quella di una poesia in ‘piano’, ossia capace di slittare e diramarsi sulla superficie di un piano uniforme, inclinato di quel tanto che serve a far scorrere le parole e poi ogni volta riportato in linea, senza che quelle parole straripino o vadano alla deriva. Tutto qui si tiene nella stessa anarchica proliferazione dei segmenti lirici.

2. LE FIGURE DELLA DANZA

Qui si cantano, con una emozione che è meno e insieme più della nostalgia (meno ingenua e ‘incantata’ della nostalgia e insieme più struggente), le immagini di un passato che pur non remoto appare già lontano, sbiadito come una foto in bianco e nero, o come i passi di un ‘tango’ che non ritornano: le figure di un tango argentino danzato nei ‘corsi serali’ di un ieri indeterminato – e che riempiono le prime pagine del volume - danno in fondo il la a un libro dove effettivamente i versi volteggiano come le figure di una danza, che ha i suoi ritmi ma anche le sue imprevedibili trasgressioni, le sue libertà di movimento; eppure anche nel tango, come nel testo poetico, tutto tiene e deve tenere, tutto va e ritorna, deborda solo per rientrare, e lo spazio attraversato è ‘quello’- quello di una pista come di una pagina da riempire. Anche scrivere, per De Santis, è una danza, che ha tra l’altro la fantasia e la necessità figurale, oltre alla leggerezza e la tragedia, di un tango argentino.

*

3. LO SVUOTAMENO, LA SMOBILITAZIONE

Appare sin dall’inizio una concezione del vivere nel tempo che guarda all’esperienza come ‘svuotamento’, smobilitazione, trasloco, spoliazione – un regno vuoto senza re, dice il poeta, i nostri giorni senza mai (qui il ‘senza’ è più importante del ‘con’, così come il vuoto o l’assenza della pienezza e della presenza)

    I conti tornano se svuotano i depositi…

E poi quei passi di tango che non ritornano – o non ritornano con la leggerezza e la freschezza di prima - sono come la vita che passa necessariamente attraverso le forme e si ‘trasforma’ nel tempo, lasciando che le regole e le figure necessarie della danza restino solo, appunto, come ricordo, come flash o fotogramma, nella sregolatezza del vivere.

4. RESTI E FOSSILI SULLA STRADA

Il poeta passa attraverso la vita e sa di lasciare ai margini della strada ‘resti’ e ‘fossili’. Anche le immagini della città scorrono accanto a lui mentre cammina

    Più nulla mi turba, se tutto in materia/ si depone…

Compresi quei motori luccicanti sepolti nei fossi, correlato oggettivo di una condizione di ‘rottamazione’ dell’io e di ripresa, in vista di nuove ‘corse’ della vita negli anni «che non hai fallito, gli anni appena nati» E’ uno sguardo fissato su un mondo in fuga, ma in fuga ‘immobile’, verso le spalle e dietro le spalle, perché è lo sguardo in fondo a procedere, a camminare e andare comunque avanti. Scene di un caleidoscopio desolato e spesso polveroso, fossilizzato, si alternano e si succedono filando come immagini di una discarica fresca o – come direbbe Ungaretti - di un circo smobilitato dopo lo spettacolo

    Tutta la strada si affolla a scatti

Mentre il poeta vede ‘dal buco’ un mondo tutto possibile, al di là di quello reale (il mondo reale è quello del passato che sfila ai lati della strada)

5. BALENII NEL PRESENTE

Quella di De Santis è anche la poesia dei balenii, delle tracce luminose della realtà, delle illuminazioni improvvise, come gli istanti montaliani che all’improvviso rivelano squarci di realtà rimasti sommersi. Dietro queste folgoranti epifanie del reale c’è in fondo la vita che si rinnova, anche dalle sue ceneri, il presente che tenacemente ha la meglio sul passato, e forse un imprevedibile futuro che bussa alle porte.

*

E’ proprio in questi istanti, in queste ‘ore impossibili’, - come i lampi notturni sopra Chioggia che preludono a un temporale o le tracce ‘irresistibili’, dei voli degli aeroplani nei cieli dell’alba - che il tempo manifesta la sua generativa discontinuità, per dir così, il suo carattere di inattesa eventualità che dona freschezza all’esistenza. E anche se si tratta di ‘scorie’, di tracce risalenti a un passato oramai da oltrepassare, sono scorie luminose, dotate di un nucleo profondo di mistero e di significato, fornite di una loro dolorosa ‘radioattività’, come se l’esperienza – per dirla con Nietzsche - manifestasse il suo più fervido luccicore proprio al tramonto, alla fine di un ciclo (come un raggio verde), un attimo prima del punto di non ritorno.

Sono segni e segnali della vita che probabilmente, quando tardano ad apparire, vanno aiutati a manifestarsi, vanno pazientemente ‘scavati’ – come recita il titolo della sezione più ampia del libro, affinché quello che è evidente risulti anche ‘visibile.

    …tutto è evidente/ eppure non visibile….

6. IL GIRARE A VUOTO DEL MONDO MOSCHICIDA

Come se non bastasse la pura realtà, il puro presente: e la vita stentasse da sola, per citare Montale, a dischiudere il suo segreto. Anche perché la realtà è trasformazione e inganno, scivola e slitta come una ruota che gira a vuoto. E come un caleidoscopio di immagini che ruotano attorno a un incolmabile vuoto, a una assenza, a un silenzio esso stesso inattingibile, la poesia di de Sanctis ci parla di una realtà che non basta a se stessa e a chi la vive, e nella quale è difficile incidere così come sarebbe difficile fare girare una vite dentro un foro che non prende, che non ha la spirale giusta. Una sorta di inadeguatezza e di radicale insoddisfazione della presa sulla realtà domina i versi dei I segnali scavati. Il mondo appare all’io pastoso e vischioso, indifferente e petulante, chiede all’uomo sintonia con se medesimo ma sulla base di una letale inerzia.

    …il mondo-moschicida ci chiede solo inerzia/ ancora- e blanda sintonia

7. LO SCAVO ATTORNO AL VUOTO

Lo scavo in questa realtà inafferrabile e non plasmata, che prende senza poter essere presa, plasma senza poter essere plasmata, non è più quello libero e luminoso della volontà, ma quello coatto delle ‘mani nel fango’ o del dolore. Intanto il vero scavo pare quello che la realtà fa entro se stessa e entro noi che la viviamo: questo scavo viene individuato dal poeta, in numeri correlati oggettivi di sintetica efficacia, come ‘erosione’ (quella dell’acqua nel terreno, ad esempio).

*

Il girare a vuoto in una realtà materica alienata e collosa è in fondo una coazione a ripetere, un eterno ritorno dell’assenza nella presenza, nella mancanza nella pienezza del vivere.

    ...si umilia l’infinito,/coi nostri tentativi di mettere nel guscio tutto il mare.

La tematica correlata a quella dell’eterno girare a vuoto intono a un perno che non c’è è quella della ‘ripetizione’

    C’è sempre lo stesso sole/ e noi siamo di nuovo sconosciuti e schegge/ che stanno intorno al vuoto…

8. L’IO, IL MONDO, LE ORE DEL RISVEGLIO ‘POSSIBILE’

Nelle ultime sezioni del libro, Memoria degli amori, Re (nessuno) e Le ore dei risvegli, il discorso lirico si fa sempre più fitto, incalzante. La riflessione riguarda l’amore, ‘gli’ amori e ciò che di loro resta; riguarda il rapporto alienato con un presente sempre più complesso e con un clima urbano anonimo, opaco; riguarda le passioni e le disillusioni di una generazione che ha provato a lottare ma rischia di rimanere imbrigliata in una serie di ingranaggi sociali e culturali più potenti delle forze individuali. Qui la poesia di De Santis oscilla tra dimensione intimistica psicologica, esistenza e dimensione etico-sociale. Una rabbia contenuta, trattenuta da una fermezza lirica che raggiunge risultati di notevole spessore, permea i versi e li rende mobili, fluidi e insieme martellanti.

L’io lirico si apre al mondo, nel suo fascino e nella sua tentacolare vischiosità. Non rinuncia alla lotta e non vi si sottrae. Ha ancora voglia di capire, anche se ciò e sempre più difficile.

Vi è il tempo delle ore impossibile, quando qualcosa attorno a noi e in noi si dischiude, rompendo la crosta del tempo abitudinario. Vi è il tempo urbano, metropolitano, delle sveglie, del lavoro, degli amori che nascono e muoiono, e dei muri da costeggiare. E infine vi sono le Ore dei risvegli, il tempo in cui il futuro forse bussa al presente e vi getta un germe di eroica fiducia, di caparbia speranza.

E la vita varrà la pena di essere vissuta fino a che quelle ore che ci destano al mondo e a noi stessi, o a qualche luce nuova, a qualche lampo di lontano temporale, saranno ‘possibili’.


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NOTE



BIBLIOGRAFIA
Mario De Santis, Le ore impossibili, Empiria poesia, 2007

Milano, 2008-02-18 20:17:56

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«Così, di silenzio in omissione, la menzogna ha assunto una sua dignità, è diventata ufficialmente un’arma di lotta politica: non solo tollerata, ma addirittura riconosciuta come indice di furbizia, di abilità, di savoir faire. [...] Il segreto, dunque, non è mentire un po’. Il segreto è mentire sempre, spudoratamente, ventiquattr’ore su ventiquattro. Le bugie, in questa italia, sono come i debiti: chi ne fa pochi è rovinato, chi ne fa tanti è salvo.»

(Marco Travaglio, La Scomparsa dei fatti).

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