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CONTRIBUTI
Cesare Viviani

Per una psicanalisi non istituzionalizzata

Al di fuori di qualunque dogmatica moralità

(Roberto Caracci)

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Si può uccidere la psicanalisi, dice Cesare Viviani ('L’autonomia della psicanalisi'), facendone uno strumento del conscio per neutralizzare l'inconscio o, più rozzamente assimilandola alla psicoterapia, oppure, confondendo l'ermeneutica con l'interpretazione e, ancora, utilizzandola al fine di un'omologazione culturale.

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erché la psicanalisi oggi rischia di perdere la propria autonomia? E autonomia rispetto a che, a cosa? E a chi? Cesare Viviani (L’autonomia della psicanalisi), poeta e psicanalista, risponde a queste domande.

1. L’HUMUS DELL’IGNOTO COME PUNTO DI PARTENZA E DI ARRIVO DELLA PSICANALISI

Il quesito non riguarda solo gli psicanalisti di professione, e neanche esclusivamente i loro pazienti, ma un’intera civiltà culturale che tende a subordinare, oltre che a globalizzare, l’ignoto al noto, l’irrazionale al razionale, l’intraducibile al traducibile: e la psicanalisi da Freud in poi proprio da questo terreno è nata, dall’ignoto, dall’irrazionale, dall’intraducibile.

Strano questo rischio o questo attentato, per un sapere che è sorto come esplorazione dell’Es, come dialogo con l’Inconscio: dunque con quanto di più identificabile ci possa essere con ciò che sfugge alla razionalizzazione per antonomasia, a ciò che non si lascerà mai tradurre in limpida ragione o chiaro logos. Certo, nella lunga storia della psicanalisi, qualcuno ha potuto interpretare il pensiero di Freud come una complessa strategia per governare l’inconscio in nome del conscio, di liberare l’Es da ogni suo mistero, di collocare l’Io consapevole di sé dove finora c’era stato l’Es. In realtà il terreno esplorato da Freud è apparso a lui stesso così nuovo, oscuro e misterioso, così abissale e intraducibile, che il padre della psicanalisi ha dovuto ricorrere a miti, metafore, leggende, immagini del sogno per poterne parlare, per poterlo evocare o indicare, più che descrivere. L’ignoto è l’humus di partenza ma anche quello di arrivo della psicanalisi, e l’eventuale tentativo di farne un sapere della traduzione dell’ignoto in noto non favorirebbe la realizzazione dei suoi fini, ma la sua ‘fine’.

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2. TRADUZIONE DELL’INTRADUCIBILE

Questo è il primo tentativo ‘culturale’ ma anche operativo di assassinio della psicanalisi: l’esorcizzazione del mistero, la liberazione del Es dall’inconscio, la codificazione dell’intraducibile: praticamente l’incenerimento delle sue origini, che affondano proprio in una radice immaginifica, profonda, inaccessibile al pensiero illuminato o scientifico, dove la stessa parola non ha campo se non sotto forma di allusione, evocazione e metafora.

3. LA PSICANALISI NON E’ PSICOTERAPIA

Poi vi è un secondo e ancora più attuale tentativo di assassinio della psicanalisi: è la sua identificazione con la Psicoterapia. Questa assimilazione è favorita in Italia da una legge di qualche anno fa, detta legge Ossicini, che da una parte non riconosce ufficialmente il lavoro di psicologo a chi non sia laureato in medicina o in psicologia, -escludendo dunque l’intero campo dei titoli umanistico-letterari- dall’altro istituisce un Albo degli Psicologi che riconosce esclusivamente gli Psicoterapeuti come psicologi professionisti, tagliando fuori completamente il lavoro degli Psicanalisti (che a questo punto o si riconoscono come psicoterapeuti ed entrano nell’albo, o sono eretici figli di nessuno, per giunta da mandare in tribunale se violano le regole della Psicoterapia ufficiale).

4. ANALISI DELLA PSICHE, NON CURA

E’ un vecchio equivoco, quello della assimilazione della Psicanalisi alla Psicoterapia, che a parere non solo di Viviani ma di illustri addetti ai lavori da lui citati, non coglie, anzi tradisce il vero cuore delle pratiche del sapere istituite da Freud. Psicoterapia vuol dire cura della psiche, o di quell’anima che fino a qualche tempo fa e ancora oggi veniva assoggettata alle cure della religione, di cio’ che re-liga a Dio e al sacro. Psicanalisi vuol dire invece qualcosa di diverso, di molto meno e molto più: vuol dire analisi della psiche, dunque dialogo con quella che possiamo chiamare anima, ma senza alcuna finalità esplicita, neanche etimologicamente, di cura, di terapia. Il presupposto freudiano e poi della buona psicanalisi, ci fa capire Viviani, è che l’anima non può essere curata, e non deve essere curata. La cura di qualcosa come l’anima ricorda il concetto di malattia e di peccato, ricorda il legno storto dell’uomo kantiano da raddrizzare, ricorda il male originario da esorcizzare religiosamente, culturalmente o politicamente. Ma lo psicanalista vuole fare questo? Ha la cura della psiche come obiettivo? La liberazione esorcistica del paziente da quello che gli grava nella psiche, in vista di una guarigione definitiva? Non c’è in questa scommessa salvifica qualcosa di incompatibile con quello che l’uomo è, che l’inconscio dell’uomo è, con l’abisso stesso della sua psiche insondabile, intraducibile, e avvicinabile solo come oggetto di dialogo, ossia di una conoscenza non interpretante e non invasiva?

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5. L’ES TRATTATO COME CORPO

In realtà qui, nell’universo della psicoterapia che poi c’entra con la psicanalisi, l’es viene trattato come un corpo: diagnosi della malattia, prognosi e terapia. Non a caso l’Albo degli Psicologi istituzionalizzato dalla legge Ossicini privilegia i Medici, che dal corpo partono (poi ci sono anche i potenti neurobiologi che partono dalla macchina del sistema nervoso).

6. IL SOGNO, ANZI L’INCUBO , DELL’INTERPRETAZIONE

Dal punto di vista squisitamente culturale e filosofico, c’è un terzo assassino della psicanalisi, accanto al governo razionalizzante dell’inconscio, ed è – parafrasando il titolo del libro precedente di Viviani – il sogno ermeneutico, ossia il ‘sogno dell’interpretazione’. Ma di quale interpretazione? E ovvio che lo psicanalista ascolta, osserva, dialoga e nel circolo di transfert e contro transfert propone consapevolmente o meno i suoi spunti interpretativi. Ma qui occorre vedere che cosa si intende per interpretazione in psicanalisi, se il virtuoso circolo ermeneutico di colui che nell’ascolto, nella parola e nel dialogo si pone come cassa di risonanza delle emozioni dell’altro (del paziente), o il totalitario sogno ermeneutico di chi intende scoprire delle cause, delle patologia da guarire, e poi rivelare al paziente una verità, la verità terapeutica che cura (come a dire: ti ho liberato dal male, ora puoi tornare a vivere libero). C’è interpretazione e interpretazione. Ermeneuticamente il circolo è virtuoso quando i dialoganti sono due e la verità è esterna a entrambi; è vizioso e bloccato quando un dialogante crede di avere la verità e la impone all’altro, ossia in questo caso al paziente da liberare.

7. LA PSICANALISI DISTORTA DAL PRAGMATISMO AMERICANO: LA PSICOTERAPIA FIGLIA UCCIDE LA PSICANALISI MADRE

Ma la liberazione, in analisi, non è liberazione per l’omologazione. Il pragmatismo americano, che ha ospitato a caro prezzo la diaspora degli psicanalisti europei fuggiti dal nazismo, può esser considerato un quarto killer ‘storico’ della psicanalisi freudiana. Non esiste psicoterapia che sia funzionale in fondo ai parameri di fondo di una omologazione culturale: guarire per riadattarsi a un sistema. E comunque non si va dall’analista come dal medico, scriveva un letterato come Giorgio Manganelli. Il paradosso, nel difficile rapporto edipico tra psicanalisi madre e psicoterapia figlia, è che la figlia ha negli ultimi anni deciso di fare fuori la madre.

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8. SCIENTIFICITA’ E SOGGETTIVISMO

All’obiezione di una scarsa scientificità dell'analisi rispetto alla terapia, e di una tendenza al deragliamento anarchico e soggettivistico degli psicanalisti – che la legge vorrebbe prevenire e magari anche punire – Viviani risponde che quel tanto di soggettivo che vi è in analisi si riduce a un dialogo tra soggetti, dove non c’è oggetto e soggetto, e dunque il rischio del relativismo è tenuto in conto e affidato alla capacità e alla personalità dello psicanalista: un rischio da correre.

9. LA SALVEZZA DELLA PSICANALISI

La salvezza della psicanalisi, e dunque la sua autonomia rispetto alle forze contrastanti e omologanti che la intendono neutralizzare, passa attraverso la sua apertura alla narratività (come vuole Ricoeur) che racconta la psiche senza tradurla in logos, all’estetica, dunque alla bellezza, alla creatività, alla metafora del linguaggio (come insegna Gadamer) e alla stessa etica, nel senso nietzschiano e freudiano di una ricerca di valore che passa dalla stessa dissoluzione dei valori, al di fuori di qualunque dogmatica moralità. Del resto quel tanto di narrativo, di bello e di eticamente vero è già dentro di noi, fa parte stesso del nostro Inattingibile, dice Viviani, del nostro intraducibile, del nostro irrappresentabile: di quell’abisso della psiche che nessuna legge pubblica e nessun poliambulatorio potrà fotografare e radiografare, diremmo noi, come la mappa ultima di un genoma.


Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato su questo autore:



NOTE
Le immagini (dall'alto): Cesare Viviani, Sigmund Freud, Williams James, Paul Ricoeur.



BIBLIOGRAFIA
Cesare Viviani, L’autonomia della psicanalisi, Costa&Nolan, 2008

Milano, 2008-06-17 20:27:38

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«Il soggiorno in questo piccolo paese, il contatto con la gente primitiva, l'incontro con questa ragazza mi riconducono a me stesso, quale ero quindici anni fa. In questa bellissima Cristina ritrovo molti tratti della mia adolescenza, quasi, direi, un ritratto di me stesso, certo un ritratto abbellito e idealizzato, una versione femminile, ma in sostanza, uno specchio di quello che allora anch'io sentivo e pensavo: la stessa infatuazione d'assoluto, lo stesso ripudio dei compromessi e delle finzioni della vita ordinaria, anche la stessa disponibilità al sacrificio.»

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