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CONTRIBUTI
Henry Maldiney

La follia e l'implosione dell'evento

Le modalità della malattia mentale si radicano nelle strutture stesse dell’esistenza

(Roberto Caracci)

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Henry Maldiney (Pensare l'uomo e la follia) nota come nel linguaggio occidentale il lessico riferito al comprendere, custodisca una radice ‘prensile’. Nella follia, vi sono due cortocircuiti, che riguardano il rapporto tra esperienza e tempo da una parte, ed esperienza e spazio dall’altro. In entrambi i casi, quello della malinconia e quello della schizofrenia, Maldiney evidenza una sorta di patologia di esperienza, di cui l’impermeabilità all’evento è una delle cifre rappresentative.

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a follia si può pensare. Così come l’uomo può essere pensato. Perché la follia è umana: non è né vegetale, né animale, è profondamente ‘umana’. La follia è dotata di senso. Relegarla nel campo del non-razionale, dell’assurdo, dell’illogico, è troppo facile, e già dagli anni settanta sa di anacronistico.

1. IL RAPPORTO TRA LA FOLLIA E IL SUO SENSO (UMANO)

Vi è invece una ratio della follia, una logica e soprattutto un ‘senso’: anzi, ci insegna Maldiney, un modo di gestire il senso, di viverlo paticamente e di stravolgerlo. Lo stravolgimento del senso ha, nella follia, un suo senso esso stesso, come la stessa lotta tra senso e non senso ha comunque a che fare col telos, dunque con l’esistere, e con l’oscillazione che nell’ex-sistere continuamente si gioca tra il significato e la sua assenza.

2. PER UN COMPRENDERE CHE NON SIA UN PRENDERE

Non bisogna andare dunque troppo lontano dall’umano per cercare le radici della schizofrenia, della malinconia, della depressione o del delirio maniacale, tutti aspetti di quello che con un termine ancora troppo generico si definisce follia. Le modalità della ‘malattia’ mentale si radicano nelle strutture stesse dell’esistenza e vanno comprese. Ma comprendere cosa vuol dire, alla luce di un pensare la follia non topologico, normativo, e di un approccio psico-terapeutico non esaustivo, invasivo e in fondo autoreferenziale? Maldiney nota come nel linguaggio occidentale la gran parte del lessico riferito al capire, all’intelligere, al comprendere, custodisce dentro di sé una radice ‘prensile’ che fa del contatto intellettivo con le cose, il mondo, gli altri, sempre un ‘prendere’, un ‘afferrare’, un racchiudere, e molto meno spesso un lasciar essere le cose al di là della mano che si chiude, delle dita ripiegate, del pugno serrato: capire, com-prendere, ap-prendere, per-cepire, denunciano sempre già nell’etimologia questa persistente fenomenologia del prendere, della mano che afferra e fa suo, del circoscrivere e catturare, dunque del possedere. Può capitare anche a una analisi psicoterapeutica di considerare il paziente e i suoi stessi sogni ‘testi’ da capire, oggettivare in significato chiaro, circoscrivere semanticamente, piuttosto che interpretare nel rispetto dello stesso monito freudiano a rispettare il contenuto inesauribile delle emozioni di un uomo, come del testo latente e praticamente intraducibile dei suoi sogni.

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3. IL DERAGLIAMENTO SPAZIO-TEMPORALE DELL’ESPERIENZA

Nella follia, vi sono due cortocircuiti, che riguardano il rapporto tra esperienza e tempo da una parte, ed esperienza e spazio dall’altro.

Quanto al tempo, vi è ad esempio l’esperienza del malinconico, che attraverso la forma dominante del rimpianto e del lamento ipostatizza il passato, o un evento del passato, e lo trasforma in destino. Quel destino pesa sul presente fino a far diventare questo dipendente, epigono e già postumo. Un’azione, un gesto, un accadimento del passato finiscono con l’essere assolutizzati, rendendo tutto ciò che accade dopo, a partire dal presente, inconsistente e superficiale, banale e inessenziale. Da una parte il passato è un esser-passato e non un passare, non ‘passa’ più nel presente, e si cristallizza sotto la forma del destino; dall’altra di quel passato il malinconico si sente responsabile e dunque in colpa. Ripete dentro di sè la formula stereotipata e in mille forme modulata: Se non mi fossi comportato così, non sarei così…, dove la subordinata ipotetica basata su un congiuntivo passato – e non la principale - rappresenta l’ossatura. Tutto è già avvenuto per il malinconico, tutto è già ‘dato’. I giochi sono già fatti, e il paradosso è che quel destino che dal passato rende inutile il presente è un destino di cui il malinconico si sente responsabile.

Una diversa modalità di scissione tra passato e presente è quella della schizofrenia, dove il tempo si presenta sotto forma di discontinuità, si serie di segmenti non comunicanti l’uno con l’altro, privi di soluzione di continuità.

4. LA METABOLIZZAZIONE DELL’E-EVENIRE

In entrambi i casi, quello della malinconia e quello della schizofrenia, Maldiney evidenza una sorta di patologia di esperienza dell’Ereignis, dell’evento (in senso heideggeriano): ossia una disposizione, nei confronti della realtà e-veniente, o neutralizzante o occlusiva, oppure ancora angosciosa. Si tratta in altre parole di una non-predisposizione all’accoglienza dell’evento come rottura, novità, crisi. Già l’assenza della capacità di de-cisione, è un sintomo di questa non apertura alla crisi del mutamento determinata dal carattere eventuale della realtà. Ma la rottura può essere determinata anche dall’esterno. In tale caso le difese del malinconico come diversamente dello schizofrenico si ergono inevitabilmente, le une come un ritorno regressivo nel fondo-passato di cui il presente o qualsiasi presunta novità non può essere che una replica, le altre come delirio maniacale che sposta in un futuro nebuloso o messianico la soluzione dell’angoscia o la metabolizzazione della crisi.

5. DISTANZA E PROSSIMITITA’

Nella follia, il rapporto tra esperienza e spazialità è altrettanto importante di quello tra esperienza e temporalità. Qui sono in gioco le due polarità della vicinanza e della lontananza, o meglio della prossimità e della distanza. Questi due aspetti, che dovrebbero nel rapporto io-mondo, io-tu, e io-io, essere giocati in circolo virtuoso dove nessuno dei due può fare a meno dell’altro, vengono invece vissuti separatamente nella malattia mentale e dunque anche stravolti: la prossimità privata della distanza diventa adesività, attaccamento, dipendenza, e alla fine sprofondamento in quel ‘fondo’ di cui il malinconico conosce la magnetica irresistibile gravità; la distanza a sua volta, privata della prossimità, alimenta il delirio maniacale dello schizofrenico, che lungi dal mantenere i piedi per terra sorvola il mondo, gli altri e se stesso come un albero sradicato e trascinato dal vento.

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6. IL QUI SENZA IL LA’ E VICEVERSA: LO SPAZIO-TEMPO IRRIGIDITO

Accade che nel suo esser-ci, il qui del malinconico venga vissuto a prescindere da qualunque là, e viceversa il là dello schizofrenico venga vissuto senza nessun qui: e in ogni modo, nella malattia mentale, l’oscillazione e la distanza tra qui e là, tra prossimità e distanza, viene bloccata a favore di una scissione che fa dello spazio uno spazio fisso, bloccato, irrigidito, come del resto si irrigidisce il tempo quando il presente –come dice Maldiney– non viene vissuto nella sua sostanza di prae-sente, ossia di un io che è ‘innanzi’ al suo ente (che scava una distanza tra sé e il suo ente, o come direbbe Ricoeur, tra l’io e il me). II movimento della distanza, per così dire, quel movimento di oscillazione che fa entrare in gioco l’io col mondo, gli altri e sé medesimo, è ciò che manca alla follia: il tempo ne viene reso puntiforme, segmentato, cristallizzato, e lo spazio appiattito, come una superficie priva di prospettiva.

7. UN PRESENTE SENZA ENTE E SENZA STORIA

Se tutto è già avvenuto, siamo nel regno dell’avvento più che dell’evento. Siamo sempre troppo al di qua o troppo al di là rispetto all’evento, all’eventualizzarsi dell’esistere- che di per sé è uno sporgersi, un ex sistere verso l’evenire delle cose. L’impermeabilità all’evento è una delle cifre della follia. Se è vero che il presente è un prae-sens, un essere innanzi all’ente, e a quello stesso ente che noi siamo, accade qui invece che o noi siamo tutto con il ci dell’esserci, chiusi in un qui senza là, enti che non riescono a trascendersi, oppure siamo al di là dell’ente, più che innanzi, siamo cioè cosi trascendenti rispetto a noi stessi, al mondo e alle cose, da perdere ogni radice nell’esperienza effettuale dell’e-venire. La circolarità virtuosa tra immanenza e trascendenza dell’io rispetto a se stesso, è qui parallela a quella del qui e del là nello spazio, e del passare e dell’essere presenti nel tempo. Tra una immanenza che non si trascendentalizza e una trascendenza che non si immanentizza, il presente della follia vacilla: è l’ombra di un esserci che sprofonda nell’esser già stato o si libra nel delirio di un esser ancora-da-essere che divora se stesso, non cresce sopra le radici spazio-temporali dell’esperienza e non fa storia.

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NOTE



BIBLIOGRAFIA
Henry Maldiney, Pensare l'uomo e la follia. A cura di Federico Leoni, Einaudi, 2007

Milano, 2008-03-10 16:41:19

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