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CONTRIBUTI
Pasquale Vitagliano

Alla ricerca dell’heimat perduta.

Riflessioni sulla poesia civile in Italia.

(Pasquale Vitagliano)

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La poesia civile deve muovere all’azione, partendo dal propria identità più autentica e non è forse il legame tra la parola e la terra l’identità più autentica della poesia civile? Se l’anima è il luogo della poesia, la propria terra è il luogo della poesia civile.

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uò esserci poesia civile senza terra di appartenenza? Senza un legame intimo, materiale ed etico, con il territorio sul quale si è nati? senza senso e sentimento di appartenenza alla storia di quel luogo, così come si è dipanata nel tempo, ed alla volontà di perpetuarla nel futuro? Può esserci poesia civile, dunque, senza cittadinanza?

Il terreno è paludoso. Porsi queste domande nella patria della retorica carducciana, dentro la storia, appunto, di un paese che ha vissuto in passato le forme più pompose del nazionalismo e del patriottismo, crea qualche imbarazzo. Per reazione, nell’Italia repubblicana concetti quali Patria e Nazione, Territorio hanno assunto una connotazione negativa e sono stati espunti dal novero dei valori da celebrare e perpetrare. Lo stesso termine Cittadino ha assunto centralità solo in tempi recenti, in seguito alla crisi delle ideologie ed alla conseguente necessità di riscrivere (o riscoprire) un nuovo lessico di valori e nuove classificazioni di identità individuali e collettive. Alla fine degli anni ’80, ad esempio, la Uil di Benvenuto lancia il “sindacato dei cittadini”, mentre per tutti gli anni ’90 intorno alla Rivista «Il Mulino» si concentra una corrente di riflessione politica che riafferma la centralità dell’identità nazionale e del senso di appartenenza allo Stato. Sull’onda di questi ripensamenti, viene reintrodotta la Festa della Repubblica del 2 Giugno, mentre fino ad allora si festeggiavano solo le ricorrenze religiose e il Primo Maggio dei Lavoratori. Due Chiese, due Feste.

Sullo statuto civile della poesia, i poeti stessi hanno cominciato di recente a riflettere. Gianni D’Elia e Alberto Bellocchio già dal 2003 hanno dato vita ad un laboratorio su questi temi nella città piacentina di Bobbio. Né va dimenticata l’esperienza del Festival di poesia civile di Vercelli. Ha dunque senso questa premessa storico-politica in una riflessione sulla poesia civile, sopra il suo attuale statuto e la sua attuale funzione. Se la poesia è un viaggio della parola entro la propria anima, dentro l’anima dell’altro e del mondo. La poesia civile cos’altro è se non un viaggio dentro l’anima della propria storia individuale e collettiva? E ci può essere storia senza case, luoghi, piazze, paesi, torrioni e campanili, chiese e municipi, oltre il tempo che passa in modo inesorabile? «Fatta l’Italia, adesso bisogna fare gli italiani», tutti noi abbiamo ripetuto a scuola il motto risorgimentale di Massimo D’Azeglio. E se, invece, per ribaltamento storico, gli italiani non ci fossero ancora, perché è l’Italia che non esiste ancora? Se questa entità politica non avesse ancora una propria forma e una propria anima entro cui riflettere l'identità dei cittadini, degli uomini e delle donne, della società civile?

*

Fare poesia civile, allora, è impresa ardua. E’ un’operazione ambiziosa, che, pertanto, dialoga continuamente con il fallimento e la caduta. Si può essere retorici e vuoti anche senza dire Patria. Questo, per esempio, è accaduto quando al formulario poetico del trono e dell’altare si è sostituito quello della strada e della lotta.

Se la poesia senza aggettivi è inerte (almeno intenzionalmente) verso l’esterno, la poesia civile deve muovere all’azione, partendo dalla propria identità più autentica, per giungere al luogo di appartenenza più intimo e struggente. La poesia civile, dunque, non può rifarsi a luoghi senza vita, ad utopie senza storia, a mondi senza terra. Altrimenti, come si è detto, succede solo che il Partito sostituisce la Patria. Le storie private non vibrano più della passione della “meglio gioventù”.

«Né più mai toccherò le sacre sponde/ ove il mio corpo fanciulletto giacque,/ Zacinto mia, che te specchi nell'onde/ del greco mar da cui vergine nacque (…)» Non è forse il legame tra la parola e la terra l’identità più autentica della poesia civile? Esistono versi più civili di questi di Foscolo? Non vengono scandite rime patriottiche, eppure riecheggiano, scarnificate di ogni residuo retorico, i versi dell’Adelchi di Manzoni. Ed infine c’è Dante, del quale citare l’opera sarebbe sì ridondante e retorico, tanto ogni suo verso – pur nella multiforme stratificazione dei significati – è di per sé civile, intimamente legato, nella sua architettura, ad un uomo, ad un gesto, ad una storia e, infine, ad un luogo. La Commedia stessa è la storia e la “rappresentazione virtuale” di un luogo. Anzi, del Luogo di una data civiltà, quella dell’Occidente cristiano.

I tedeschi hanno fissato nella lingua questo legame tra cultura e terra. In tedesco, infatti, due parole distinte possono essere usate per dire patria: heimat e vaterland. Heimat è la casa natale, il luogo degli affetti, la lingua madre e la terra natia. Vaterland è la terra dei padri. Se questa patria è quella tragica dello “spazio vitale” e della conquista. La seconda patria è quella della caduta, cui tornare per comprendere l’origine di ogni tragedia.

In Italia è mancata una riflessione seria sulla nostra heimat. E dunque la poesia civile è stata sempre costretta tra la retorica della vaterland e quella, altrettanto conformista, antipatriottica e rivoluzionaria. Sarebbe interessante chiedersi allora perché non è stato mai possibile neppure pensare in Italia ad un’orazione civile sulla storia d’Italia del Novecento, così come in Germania è riuscito a realizzare – anche se non con il mezzo della poesia scritta ma, addirittura, con la televisione - Edgar Reitz con il film, appunto, Heimat.

*

Lo sguardo della poesia in realtà si traduce sempre in azione civile. Anche quando si diffonde dalle torri d’avorio di biblioteche cieche. Il poeta civile, dunque, non può essere indifferente. Ma non è la poesia che può cambiare il mondo. Non può confondersi né con l’azione politica, né con il linguaggio della politica. Deve piuttosto indicare un luogo. Scuotere il cuore e indurre ad una visione collettiva. La poesia civile deve essere la bandiera di un luogo (anche virtuale) di appartenenza, da difendere, realizzare o conquistare.

Forse la poesia civile non ha nemmeno il compito, dato una volta per sempre, di “avvelenare i pozzi”, come diceva Franco Fortini. Dare “scandalo” può finire per svolgere una funzione conformista che consolida il vecchio “spartito” storico-sociale, invece, di scompaginarlo.

La poesia civile deve mettere in azione. Ma deve farlo rispetto ad un luogo. Ed un luogo diventa civile, diventa heimat, solo quando, fuori della retorica e del mito, la storia di quel luogo, tutta la storia di quel luogo si riflette nelle storie e nei vissuti personali e ne viene, a sua volta, riverberata. Diventa civile la poesia che sa parlare anche degli sconfitti e di quelli che hanno avuto torto.

«Tutte le sere, tutte le notti, la mia vita consiste nell’aver rapporti diretti, immeditati, con tutta questa gente che io vedo che sta cambiando», ha scritto Pier Paolo Pasolini. Quello che nessuno è riuscito a fare con la storia del Novecento, Pasolini è riuscito a farlo per quello scampolo di storia civile italiana che sono stati gli anni della modernizzazione e del boom economico. Pasolini è riuscito ad illuminare con la sua poesia questo breve arco di tempo. Ma lo ha fatto con la luce di una meteora. Anzi, di una lucciola.

Se l’anima è il luogo della poesia, la propria terra è il luogo della poesia civile. Di quella poesia civile che non voglia essere declamazione retorica di identità sulle quali costruire appartenenze ideologiche. La poesia civile non è necessariamente poesia politica. Ovvero lo è al più alto livello.

La crisi della modernità deriva dalla perdita del legame ombelicale con la propria terra. Siamo tutti alla ricerca di un posto dove poter stare. Dove sentirci a casa.

    Qui non c'è acqua ma soltanto roccia
    Fra la roccia non si può fermarsi né pensare
    non si può stare in piedi qui, non ci si può sdraiare né sedere
    non c'è neppure silenzio tra i monti
    ma secco sterile tuono senza pioggia.

*

La poesia civile è l’acqua che può rendere ospitale la roccia sulla quale ci è stato dato di nascere e vivere. La terra desolata di Eliot di «questo non sentirsi a casa», di questa ferita insanabile è il canto luttuoso eppure profetico di nuove speranze. E non è un caso che questa poesia sia dedicata a Ezra Pound. Questi è il poeta folle che vaga alla ricerca della propria città. Senza sapere che proprio la sua città lo ha cacciato ed è la causa del suo vagare. I Canti Pisani sono il lamento elevatissimo di questa diaspora civile. L’apologia fascista è stata solo il frutto alterato di uno strabismo storico, a dimostrazione che la poesia civile può essere insieme senza tempo o addirittura anti-storica. Pound, in realtà, ha lo sguardo rivolto al passato, rispetto al quale la sua storia, ma anche quella dell’umanità, è stata rescissa traumaticamente. La sua città è la stessa di Dante e di Cavalcanti. Ed infatti anche Dante è stato un poeta in diaspora; un altro poeta che ha dovuto proiettare la sua poesia civile fuori della storia, addirittura fuori del tempo. Eliot, Dante, Pound e Pasolini. Pier Paolo Pisolini è stato l’ultimo poeta civile del Novecento. Anche lui poeta della diaspora. Anche lui poeta fuori della storia: proiettato verso il futuro dell’umanità, ma avendone la visione di un’ineluttabile frattura con la radici, il passato, il territorio. Pasolini vivrà questa frattura come una dolorosissima lacerazione, come un’insanabile contraddizione che lo rende allo stesso tempo rivoluzionario e conservatore.

«Spero che una poetica follia giustifichi questo mio conservatorismo, che mi ha spinto a piangere di vere lacrime, vedendo i villaggi delle Madonie (...) sacrilegamente intonacati coi soldi spediti dai giovani emigrati in Germania; e vedendo la distruzione delle mura di Sana’a nello Yemen». Eppure, se c’è la lacerazione, la contraddizione è sanata da una poesia che si fa sublime e per la sua vocazione alle radici più profonde dell’uomo si fa civilissima. La contraddizione viene sanata anche simbolicamente nell’intervista che Pasolini fa a Pound per la Rai nel 1967. Gli ultimi grandi poeti del Novecento sono l’uno di fronte all’altro, eppure il giovane si rivolge al vecchio con la devozione del discepolo.

Entrambi poeti della diaspora, entrambi poeti civili, entrambi condannati fino all’ultimo respiro a cercare in eterno e in vano una città ospitale. Anche Pasolini ha vagato su questa terra alla ricerca della propria città. Avrebbe voluto riflettersi nell’anima di una città riconosciuta come propria. Ha inseguito così l’anima delle città, fissandone la forma, come fece nel documentario – che porta proprio il titolo La forma della città – trasmesso dalla RAI nel 1974. «Le case popolari di Orte, si domanda Pasolini, cosa vengono a turbare? Vengono a turbare, soprattutto, il rapporto fra la forma della città e la natura. Ora il problema della forma della città e il problema della salvezza della natura che circonda la città, sono un problema unico».

Il viaggio di Pasolini si è fermato tragicamente su una spiaggia di Ostia, sopra una striscia di terra senza forma e, dunque, senza anima. La ferita di una terra anonima e desolata è stata la sconfitta del poeta corsaro. Eppure, nella sua tragedia, Pasolini – come Rimbaud prima di lui – ci ha consegnato una staffetta vivente: il poeta civile per cambiare il mondo deve mettersi in gioco. Fino all’ultimo.

    “Eppure una terra deve esserci se esistono paesi a cui qualcuno dette un nome così sacro: Della Delizia (…). Ma il figlio non morì lì, alla ricerca di un luogo che non c'era più, se c'era mai stato. Così lo ricorda un posto d'altri: squallido, ostile, alieno e triste come una sala d'attesa, un parlatorio, un viale di periferia (…). Dove andarono a morire, orfani o prodighi, i figli di questo paese senza terra, neppure per i nuovi, unicamente orfani, che ancora ne vanno cercando una».


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NOTE
Le immagini in questa pagina rappresentano situazioni di caos creativo in occasione dei vertici G8 di Rostock (2007) e Gleneagles (2005).



BIBLIOGRAFIA

Milano, 2007-05-20 09:40:00

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