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CONTRIBUTI
Tiziano Salari

Le asine di Saul, sparpagliate nei sentieri infiniti della vita

Uno spazio nuovo di congiunzione nella scrittura per la Poesia e la Filosofia

(Tiziano Salari)

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Il “persiano” che si aggirasse nel nostro attuale panorama poetico e filosofico e tentasse di capire le distinzioni metodologiche della critica o i diversi approcci filosofici rimarrebbe interdetto di fronte alla grande quantità di libri poetici e filosofici che si stampano, rispetto al relativo scarso numero di lettori delle stesse opere, di fronte alla proliferazione di piccole o medie case editrici, rispetto ai tre o quattro grandi editori che decidono le leggi del mercato editoriale, insomma di fronte a tutta una serie di fenomeni prima ancora sociologici che letterari

PARTE II di 2
(SEGUE DALLA PARTE I [«–– INDIETRO])




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i vorrebbe un “persiano” che si aggirasse nella nostra poesia del Novecento (come il persiano di Montesquieu nella Francia dell’ancien régime) e desse una lettura alternativa del Novecento. Se non proprio un “persiano”, almeno un americano, Thomas Harrison, nel suo libro, 1910, The emancipation of dissonance, ha esplorato l’origine dell’espressionismo europeo e collocato Michelstaedter all’altezza dei grandi scrittori e pittori espressionisti europei.

Il 1910, l’anno in cui Carlo Michelstaedter scrive la sua incredibile tesi di laurea, e si spara un colpo di pistola alla tempia, è l’anno della svolta espressionista della cultura europea, in quell’anno nascono La persuasione e la rettorica di Carlo Michelstaedter e Lo spirituale nell’arte di Vassily Kandinsky, e vengono pubblicati i Quaderni di Malte Laurids Brigge di Rainer Maria Rilke e L’anima e le forme di György Lukàcs, Arnold Schönberg emancipa la dissonanza nella musica, dipingono le loro opere Egon Schiele, Oskar Kokoschka, e lo stesso Kandinsky, si diffondono a livello europeo concezioni della poesia e dell’arte accomunate dal senso del tragico e figure, anche profondamente diverse l’una dall’altra, si riconoscono nello stesso slancio verso l’assoluto. Mentre la poesia e la pittura espressionista sono elevate al rango di proposte filosofiche, che occupano il posto lasciato vacante dalla metafisica e dalla ragione classica (mandata in frantumi dal martello di Nietzsche), la filosofia espressionista di Michelstaedter viene innalzata al rango di poesia, partecipe della stessa tragedia estetica. Contini, che nel suo saggio sull’Espressionismo letterario (in Ultimi esercizi ed elzeviri), nel trattare dell’espressionismo tedesco definì Heidegger un «pensatore espressionista», dimenticò, nel parlare dell’espressionismo italiano (Rebora, Pea, Boine, Gadda) proprio Michelstaedter, la sua figura più rappresentativa.

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«Ciò che maggiormente sorprende in questi espressionisti» – dice Harrison – (Kandinsky, Schönberg, Michelstaedter, quest’ultimo, oltre che per i suoi scritti, per la sua opera pittorica) «tuttavia non è la straordinaria simbiosi di filosofia e arte realizzata nelle loro opere. L’espressionismo del 1910 conduce allo sperimentalismo dell’avanguardia: a estetiche aleatorie o inconsce, a espressioni non chiaramente riconducibili a intenzioni, invenzioni affidate all’unicità e all’originalità anziché a significati universali o collettivi. […] Dopo il 1910 la filosofia e l’arte non offriranno più una formulazione della verità: rifletteranno invece sui propri mezzi di formulazione».(11) Michelstaedter offrì, col suo sacrificio, un’ultima, spasmodica dedizione alla ricerca della Verità, prima che quest’ultima si sottraesse come un vano fantasma dall’orizzonte filosofico ed estetico, che sta consumando, sotto i nostri occhi, nella filosofia contemporanea gli ultimi fuochi, come dice Severino «della distruzione inevitabile della tradizione filosofica e dell’intera tradizione dell’Occidente» e, nella poesia contemporanea, la riduzione a medietà linguistica e sentimentale di ogni afflato poetico. Insieme a Michelstaedter, anche Rebora, Campana sono implicati nel pensiero negativo della crisi. E successivamente Montale ed Onofri si pongono grandi problemi metafisici nella loro poesia.

Ma siamo appunto nella prima metà del Novecento, quando non era ancora andato perduto il senso del tragico. È Michelstaedter (più di Corazzini, Gozzano o Palazzeschi) il vero contemporaneo di Rilke, si possono sovrapporre interi brani dei Quaderni di Malte Laurids Brigge a La persuasione e la rettorica, e vedere come agiscono le stesse paure e si rifletta in entrambe le opere lo stesso sentimento tragico della vita, è in Michelstaedter che sentiamo vivere la stessa angoscia dei poeti espressionisti tedeschi, Stadler, Heym, Trakl, Benn, o la stessa ansia filosofica di Lukàcs del saggio Metafisica della tragedia o della fondazione estetica e filosofica della pittura astratta dello Spirituale nell’arte di Wassily Kandinsky. Ma, tolto il problema della Verità, è rimasto, abbiamo visto, quello dell’infinita erranza della vita. Una semplice lettura evolutiva della forma poetica e della koiné linguistica della poesia del Novecento rimarrà sempre sorda a questa dilatazione interiore delle parole, in cui concetti e intuizione sensibile si fondono nel sentire che «imaginar nol pote om che nol prova», come diceva Cavalcanti del suo sentimento d’amore nella canzone Donna me prega…

Dei nostri critici, nessuno ci fa capire bene la differenza tra la poesia metafisica di Montale e la poesia metafisica di Onofri. Né De Robertis né Gargiulo, né Devoto né Contini, i doganieri del secolo, né Mengaldo, né Sanguineti ma anche i saggi critici dei più aperti alla varietà dei discorsi come Solmi, Macrì o Bo, che tuttavia rivelano sempre una certa timidezza rispetto alle tendenze poetiche dominanti. Le ragioni sono molteplici, sullo sfondo sta l’estetica crociana che ha egemonizzato la critica letteraria, ma soprattutto l’idea condizionante è una concezione evolutiva della poesia, per cui c’è chi sta indietro e chi sta avanti, chi sta sopra e chi sta sotto, e non l’espressione poetica in rapporto alle questioni del senso e della verità, (e in ultima analisi della vita) sia pure nella moltiplicazione delle ipotesi, dei sentieri, delle differenze. Mentre si svolgevano silenziose epurazioni dal canone poetico (il “persiano” potrebbe chiedersi, dove sono finiti, Angelo Barile, Luigi Bartolini, Aldo Borlenghi, Beniamino del Fabbro, Libero de Libero, Giorgio Vigolo, Luigi Fallacara, Girolamo Comi, Adriano Grande, Mario Novaro, Antonia Pozzi, Giovanni Papini, Corrado Pavolini, Diego Valeri ecc. ecc.),(12) anche per quanto riguarda l’intera tradizione della poesia e della filosofia venivano emarginate alcune voci filosofiche, basti ricordare qui quelle di Giuseppe Rensi e di Adriano Tilgher, che nella poesia leopardiana, ad esempio, non vedevano soltanto una poesia della “vita strozzata” (come Croce), ma il più alto sguardo filosofico della modernità sulla condizione umana.

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Un altro salto di più di mezzo secolo. Anni Cinquanta. C’è stata la guerra e il dopoguerra. Un ricambio generazionale. Eppure apparentemente nulla è cambiato nel passaggio dalle coloriture crociane a quelle marxiste e gramsciane, al fondo l’estetica è rimasta quella crociana della distinzione settoriale dello spirito, anche se i più giovani critici, i più giovani poeti (penso ad esempio a Fortini e Pasolini), mescolano filologia e ideologia nelle loro analisi critiche, e in genere si muovono tutti, sia le riviste militanti che quelle accademiche, all’interno di un canone consolidato della reductio ad unum della storia poetica concentrata intorno a tre o quattro figure. Se si trattasse solo di un problema di inclusioni ed esclusioni dal canone non varrebbe neppure la pena di parlarne: il problema è come sempre quello della verità e dell’ontologia. Voglio solo accennare a una rivista, «Aut aut», che nel suo primo decennio di vita, sotto la guida di Enzo Paci, si fa promotrice nel nostro paese della fenomenologia e dell’esistenzialismo, introduce nel dibattito autori come Kirkegaard, incomincia a leggere i poeti e romanzieri non come testi esclusivamente letterari ma legati alla vita, alle problematiche ontologiche dell’angoscia e della cura e della temporalità. Tra i collaboratori più vicini a Paci troviamo non a caso studiosi di letteratura inglese, come Roberto Sanesi, che hanno scoperto attraverso John Donne e Thomas Stearns Eliot una diversa dimensione conoscitiva della poesia. Paci e altri studiosi, riuniti intorno ad «Aut aut»,(13) vedono benissimo i limiti di una tradizione poetica per cui la poesia è fine a se stessa, separata dalla filosofia che a sua volta non è altro che una filosofia della filosofia. Ma la linea dominante resta quella tradizionale, e la funzione dominante viene assunta da riviste come «Officina» che rivestono di ideologia il loro sperimentalismo linguistico. Pascoli viene indicato come il capostipite di tutta la lirica del Novecento, e tutto ciò che deborda cancellato. Quando si affacciano I novissimi, per far saltare questo quadro consolidato e limitato di riferimenti culturali, siamo già in un altra dimensione culturale. Ma che cosa fanno saltare I novissimi?(14)

Nelle loro diverse tipologie stilistiche, Pagliarani, Sanguineti, Giuliani, Porta e Balestrini fanno saltare la koiné ermetica e postermetica che era ancora dominante nella poesia, rimanendo in un ambito puramente letterario, senza intaccare la visione del mondo dei diversi codici istituzionali. Apparentemente c’è il tentativo di abbassare il linguaggio poetico alla prosa (come dice Giuliani nell’Introduzione), e all’interno di questa prospettiva nasce l’Antologia sanguinetiana con il recupero massiccio dei poeti crepuscolari, e la relativa riduzione dell’importanza dei lirici nuovi, da Ungaretti a Montale a tutto l’ermetismo. Sembra che Sanguineti si muova ancora in una visione sospesa tra razionalità marxista e irrazionalità di tutto ciò che non si configura come solidamente oggettivo nel mondo – comprese le piccole cose di pessimo gusto dei salotti di Gozzano. Ma i poeti del novecento di Sanguineti escono a cavallo del ’68, un decennio in cui la poesia sopravvive ai margini dei movimenti di contestazione.

*

Quello che succede dopo appartiene a un’altra storia. Finalmente in Italia si ritornano a leggere Schopenhauer e Nietzsche, Jaspers e Heidegger, cominciano a scrivere e a diffondere il loro pensiero Derrida e Deleuze, riviste come «Aut aut», che proseguono il lavoro cominciato da Paci nel dopoguerra, diventano importanti tramiti di apertura verso le nuove avventure del pensiero, delle nuove forme di soggettività, di ogni avventura della differenza. Successivamente l’antologia di Mengaldo sembra rinchiudere in un canone definitivo la poesia della prima metà del secolo e altre iniziative parallele (Majorino, Paris, Manacorda) non sembrano altro che dei codicilli o delle scalfitture marginali rispetto all’autorevolezza di questa sintesi, anche perché non ne vengono discusse le premesse metodologiche. Nella Poesia italiana degli anni Settanta (1979)(15) curata da Antonio Porta sono presenti tutte le linee poetiche che sarebbero venute negli ultimi decenni del secolo. Il “persiano” che si aggirasse nel nostro attuale panorama poetico e filosofico e tentasse di capire le distinzioni metodologiche della critica o i diversi approcci filosofici, penso che rimarrebbe interdetto di fronte alla grande quantità di libri poetici e filosofici che si stampano, rispetto al relativo scarso numero di lettori delle stesse opere, di fronte alla proliferazione di piccole o medie case editrici, rispetto ai tre o quattro grandi editori che decidono le leggi del mercato editoriale, insomma di fronte a tutta una serie di fenomeni prima ancora sociologici che letterari. E forse si chiederebbe a quali istanze potersi affidare per riuscire ad orientarsi in un mondo così confuso e contraddittorio che tende tuttavia ad uniformarsi sul livello più semplice e seriale escludendo da sé figure e opere più intensamente vissute nella loro radicalità. Siamo veramente di fronte a una ricchezza inconsueta di proposte, di ricerche, di simbiosi tra poesia e filosofia, attraverso cui si inaugurano diverse forme di superamento dei codici tradizionali relativi ai diversi generi disciplinari. Si è inaugurato, per la Poesia e la Filosofia, uno spazio nuovo di congiunzione nella scrittura, in cui si incontrano pulsioni conoscitive e pulsioni espressive, aprendo un territorio incognito che ci costringe a ripensare sia la storia della poesia che la storia del pensiero.

È per questa ragione che l’insegnamento del giovane Lukàcs sull’autonoma dignità artistica della ricerca saggistica, che si rivolge alla poesia, ma anche all’arte in generale, per scoprire i temi che la poesia prende dalla vita, acquista oggi una pregnanza nuova, arricchita da tante altre suggestioni che abbiamo appreso nel corso del Novecento dalla grande saggistica europea, sia fatta dagli stessi poeti (Benn, Hofmannsthal, Thomas Mann, Broch, Eliot, Celan, oggi Bonnefoy) e dagli stessi artisti (Kandinskij, Klee) sia dai filosofi (Simmel, Dilthey, Benjamin, Adorno, Heidegger, Gadamer, Deleuze, Rorty). In Italia mi sembra che siano i filosofi ad aver inaugurato questo spazio nuovo per la saggistica. Penso a Severino, Cacciari, Givone. Gargani, Rella, Bodei, tanto per citare i nomi più noti. Le asine di Saul, e quindi la disseminazione delle verità, si sono sparpagliate nei sentieri infiniti della vita come erranza. La produzione poetica che viene alla luce attraverso le grandi case editrici diventa sempre più un fatto marginale rispetto alla moltiplicazione di libri poetici, destinati a una circolazione catacombale, ma in cui il bisogno espressivo (che in fondo non è altro che il travestimento poetico di un bisogno di verità) cerca di chiarire il senso di una vita sempre più problematica. Come sempre la vita aspira a rendersi intelligibile, è intimità che aspira a farsi visibile, solitudine che vuole essere comunità nella luce (Maria Zambrano).(16)

Più che la critica letteraria è stata dunque l’interpretazione filosofica ad avviare un colloquio con la poesia. Ma i testi che i filosofi interrogano restano pur sempre quelli dei grandi poeti del passato: Hölderlin, Baudelaire, Leopardi, Rilke. Quello che a mio parere spetta al saggista, al saggista che crede nel saggio come a un genere letterario che abbia una sua autonomia e una sua dignità d’arte, è – oltre che chinarsi sul passato – interrogare la poesia vivente, nella molteplicità delle sue sfaccettature. La domanda diretta che il saggista deve porre è: che cos’è la vita, l’uomo e il destino. Ma sono domande a cui oggi né la poesia né la filosofia portano soluzioni (solo la tecnica possiede soluzioni, perché il venir meno della verità e del divino nella tradizione occidentale le assicura un campo di sperimentazione infinita e senza regole). Le domande rivolte alla poesia vivente da parte del saggista devono rivelare che cosa in essa si manifesti sotto forma di destino, simbolo, tragicità, identità e spaesamento. George Steiner chiama tutto ciò «vere presenze».(17) Scoprire le «vere presenze» e non nel senso della costituzione di un canone, di una gerarchia di poeti, ma nel senso, appunto, di conoscenza della vita, o, per dirla con Jean-Luc Nancy, dell’essere singolare-plurale, per cui «l’essenza dell’essere è il colpo. Essere vuol dire sempre, ogni volta, un colpo d’essere (schianto, attacco, shock, battito, urto, incontro, accesso)».(18) E, quando una poesia è schianto, attacco, shock, battito, urto, incontro, accesso, ecco che siamo di fronte alla concretezza di un vissuto, all’infinita erranza della vita, di cui parlava Deleuze. Dice ancora Nancy: «Ciò che conta nell’arte, ciò che rende tale l’arte (e ciò che rende l’uomo un artista del mondo) non è il ‘bello’ né ‘il sublime’, non è ‘la finalità senza scopo’, né il ‘giudizio di gusto’, non è la ‘manifestazione sensibile’, o la ‘messa in opera della verità’, è tutto questo, certamente, ma in altro modo: è l’accesso all’origine scartata, nel suo stesso scarto, è il tocco singolare dell’origine plurale». Per questo uno spazio poetico non è mai interamente coperto da un “canone”, e anzi un canone tende a irrigidirlo, a cristallizzarlo, a renderlo un puro sapere morto e senza rapporti con la vita. E oggi più che mai, per tutto un complesso intrecciarsi di fenomeni (sociali, esistenziali, editoriali, accademici) per cui è affidata al caso l’emersione o meno alla luce, all’intelligibilità, delle «vere presenze». Come scrive Deleuze, bisogna stare nella propria lingua come degli stranieri, per poterne fare un uso rivoluzionario.(19) (E credo che qui, nella Svizzera, si sia in una posizione privilegiata per questo uso rivoluzionario della lingua – e non solo dell’italiano, ma anche del francese e del tedesco).

I poeti, insieme ai filosofi, dunque si dispongono in uno spazio aperto illimitato, e «all’interno di un nomos nomade, senza proprietà, confini o misura» (Deleuze), la vita nella sua erranza infinita, questa ripartizione dello spazio della scrittura, al di fuori dei canoni precostituiti, che è l’essenza della lirica moderna (ma anche della filosofia), ha portato alla moltiplicazione di voci che devono essere ascoltate sulla questione del senso dell’essere, della verità in direzione della trasparenza e dell’intelligibilità della vita. Non sono più i nomi a contare, ma la questione del senso, e in questa ricerca l’incontro, come a un viandante disperso in un bosco (la selva delle voci), dell’evento che rifugge da ogni prevedibilità, del chiarore che lascia apparire la profondità della vita, delle «vere presenze». «Dal momento che la verità arriva, ci viene incontro come l’amore, come la morte e noi non ci rendiamo contro che ci stava assistendo prima di essere percepita, che è stata innanzitutto sentita e perfino presentita».(20)

Mi si permetta di concludere con una breve poesia di Emily Dickinson, in cui, come nella celebre Ode a un’urna greca di Keats, i concetti di bellezza e di verità sono strettamente uniti. È la poesia 449 del canone dickinsoniano che cito qui nella traduzione della poetessa romana Piera Mattei:(21)

    Morii per la bellezza, ma ero appena
    composta nella tomba
    che un altro, morto per la verità,
    fu disteso nello spazio accanto.

    Mi chiese sottovoce perché ero morta
    gli risposi «Per la Bellezza»,
    «E io per la Verità, le due cose sono
    una sola. Siamo fratelli» disse.

    Così come parenti che si ritrovano
    di notte parlammo da una stanza all’altra
    finché il muschio raggiunse le labbra
    e coprì i nostri nomi.

PARTE II di 2
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Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato su questo autore:



NOTE
11 Th. HARRISON, 1910. The emancipation of dissonance, University of California Press, Berkeley-Los Angeles-London 1996. ID., Filosofia dell’arte, filosofia della morte, in AA. VV., «Filosofia ’95», a cura di G. VATTIMO, Laterza, Roma-Bari 1996.
12 Si cfr. L. ANCESCHI-S. ANTONIELLI, Lirica del Novecento, Vallecchi, Firenze 1961.
13 E. Paci e i suoi collaboratori svolgono sulle prime annate di «Aut aut» un’intensa polemica contro quella che viene definita la “nuova Arcadia” della poesia italiana e la sua divaricazione dal pensiero.
14 A. GIULIANI (a cura di), I Novissimi – Poesie per gli anni ’60, Einaudi, Torino 1965.
15 Poesia degli anni settanta, a cura di A. PORTA, prefazione di E. SICILIANO, Feltrinelli, Milano 1979. Scriveva A. Porta: «Il pericolo più grave che corre un antologista è senza dubbio quello di costruire un piccolo museo, una galleria di monumenti funebri dove il silenzio finisce per riprendere il sopravvento».
16 M. ZAMBRANO, Verso un sapere dell’anima, Cortina, Milano 1996, p. 42.
17 G. STEINER, Vere presenze, Garzanti, Milano 1990.
18 J.L. NANCY, Essere singolare plurale, Einaudi, Torino 2001, p. 48.
19 G. DELEUZE-F. GUATTARI, Kafka. Per una letteratura minore, Feltrinelli, Milano 1978: «Di grande, di rivoluzionario non c’è che il minore… Attenzione di Kafka per i servi e gli impiegati stessa cosa, in Proust… Essere nella propria lingua come uno straniero…».

Le immagini (dall'alto):
Carlo Michelstaedter
Vassily Kandinsky
Edoardo Sanguineti
Enzo Paci



BIBLIOGRAFIA
ƒ Il presente saggio è tratto dagli atti – a cura di Raffaella Castagnola e Luca Zuliani – del convegno Filologia e commento: a proposito della poesia italiana del XX Secolo, che si è tenuto all'Università di Ginevra, dal 31 maggio al 1° giugno 2006. Franco Cesati Editore.

Milano, 2007-10-22 18:36:55

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(Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore)

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