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CONTRIBUTI
Franco Romanò

Le parole in viaggio del coltivatore nomade

Lo sguardo impermanente del viaggiatore

(Roberto Caracci)

*
Un misterioso viaggiatore, Giano, nella finzione narrativa di Sguardo di transito cede il plico dei suoi racconti di viaggio all’autore – Franco Romanò – affinché questi vi metta ordine. La sua frustrazione di viaggiatore solitario (Lisbona, Berlino, Sudafrica, Sudamerica, Venezia, Damasco, Portogallo, Messico, Cuba, Siria...), che sceglie di non viaggiare più e ritirarsi in un fazzoletto di terra- dopo aver rifatto quasi il percorso di Alessandro Magno - va al di là della dimensione individuale, ma riguarda anche il livello di una umanità che ha smarrito il senso del dialogo fra diversi e, malgrado l'unità del mondo globalizzato, della comunione

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o sguardo di transito è quello di un viaggiatore ‘in transito’, nei paesaggi del mondo come nella vita. Il suo sguardo transita con lui, con i suoi pensieri, i suoi affetti, le sue emozioni. E’ la transitorietà dell’anima nomade, che nel viaggio cui è destinata – il continuo viaggio senza requie – vive una rappresentazione del mondo fluida e discontinua, frammentaria e scheggiata.

Giano, il protagonista di questa storia – il misterioso viaggiatore che nella finzione narrativa del romanzo cede il plico dei suoi racconti di viaggio all’autore, affinché questi vi metta ordine – vive sul crinale di una precarietà che è la cifra tipica del pellegrino, del viandante, di colui che ha scelto di provare a mettersi in gioco esplorando mondi sconosciuti, relazionandosi a luoghi e persone che non conosce, che non fanno parte della sua vita abituale. Il desiderio è quello di rapportarsi all’altro, allo straniero, a colui che ha radici culturali diversi, valori e costumi lontani. La spinta è quella di un’anima irrequieta, assetata di conoscenza, curiosa del mondo, degli altri, delle altre ‘patrie’.

RADICAMENTO E SRADICAMENTO

Giano parte dalla sua modesta casa di Milano, dove il suo sogno è sempre stato quello- confessa- di coltivare fiori senza farli morire, o addirittura di avere un suo orto. E riesce poi finalmente a fare crescere un piccolo vaso di viole, proprio quello che aveva accudito con una attenzione minore, che non aveva sopraffatto con le sue cure: ne deduce una verità profonda, psicologica e ‘pedagogica’, che la relazione con un vegetale (come con la vita, come con il testo, aggiungerei), richiede una mescolanza di sollecita cura e lontananza, di noncurante attenzione. E qui si scopre il bifrontismo di questo Giano che non sa essere pianta perché non ha in fondo radici e insieme vorrebbe rubare alla pianta i segreti del radicamento: Giano ha una faccia rivolta al terreno, alla casa, alla patria in cui vorrebbe sentirsi radicato, e un’altra – quella che poi prevale – rivolta alla lontananza, alla fuga, al viaggio. La sua è la duplice anima del coltivatore (anche ‘scrivere è come coltivare’, dice) e del nomade. E se partire è un po’ come morire, tornare alla scrittura, anche quella delegata, è per Giano una scommessa di senso, di rinascita.

IL RAFFINATO VIAGGIATORE SOLITARIO

*

Viaggiatore raffinato, Giano vagabonda da Lisbona a Berlino, dal Sudafrica al Sudamerica, da Venezia a Damasco. Curioso come un esploratore del settecento, parla l’inglese, il tedesco, lo spagnolo. Intrattiene rapporti, pur volanti e labili, con la gente dei luoghi visitati. Parla di Rilke e di Pessoa. Ha una passione estetica, che lo porta a godere delle bellezze dei paesaggi , delle architetture e degli scorci urbani. Odia il kitsch legato al consumismo turistico, a ciò che il turismo volgare fa dei luoghi più ricchi di storia e a come gli stessi autoctoni si pongono supinamente nei confronti del turista predatore. Fustiga l’occidentalizzazione dell’oriente e la orientalizzazione di plastica dell’occidente.

CIO’ CHE RESTA DI UNO SGUARDO

Giano è un viaggiatore solitario e disincantato, non parte con nessun pregiudizio particolare, e nessuna aspettativa specifica, eppure molto spesso traspare in lui la delusione estetica e morale, sociale e politica, per quanto egli incontra e attraversa, e per cosa effettivamente egli ritrova in quei mondi nuovi che va ad esplorare. Vi è, accanto alla passione estetica, una curiosità antropologica e, per così dire, etnologica, che riguarda modi, costumi, usanze. La volontà di comprensione, che passa attraverso la disponibilità al dialogo e all’ascolto, non basta a far uscire Giano dalla sua invincibile bolla di solitudine. Esperienze e incontri, dialoghi e amori, ‘transitano’ anch’essi lasciando solo bave e tracce che il tempo porta via. Perché per questo viaggiatore solitario, per questo singolare turista con l’animo di Mercurio, ciò che resta del viaggio non è altro che ‘l’appunto di viaggio’, la parola, il ricordo scritto sulla carta, che sopravvivono alla precaria fugacità delle esperienze vissute. Giano è un ‘turista’ che non fotografa, che non compra souvenir, che non riporta nulla in patria se non parole, da consegnare poi, come un testamento senza pretese, all’Autore. E’ una consegna, una delega, che rappresenta per Giano un modo per archiviare una esperienza e al tempo stesso darle senso: unità nella molteplicità, forma e armonia, se possibile, nel caos della vita, di cui questo vagabondare da viaggiatore sradicato sembra solo una metafora.

AMORI IN TRANSITO

Ed è così che transitano, per Giano, anche gli amori, o per lo meno le donne conosciute, dal Portogallo al Messico, da Cuba alla Siria: donne misteriose e vagamente enigmatiche, chiuse in un loro fascino quasi impenetrabile, inviolabile, con nomi mitologici come Sfinge, Aracne, e fortemente evocativi come Gloria e Antigua. Di queste donne, contattate, vissute o amate, resta poco: in fondo anche esse fanno parte di un paesaggio in transito, ancorate come sono ad una patria, ad un territorio e a una cultura che non sono quelli del protagonista. Questi in fondo vive la lontananza – o abita una sua distanza- nel duplice senso (anche questo bifrontale): quello positivo di uno iato fra sé e le cose (quello che gli aveva permesso di far crescere la pianta di viole) e negativo di una inafferrabilità dell’esperienza, di una alienazione, di un rapporto sdrucciolevole che rende difficile qualunque presa, qualunque possesso: e prendere, possedere vuol dire anche qui ‘capire’.

SOGNO DI UNA PARTECIPAZIONE

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Ecco perché Giano appare a tratti quasi stralunato in questa successione di universi etnici e culturali diversi, disposto a capirli, a farli propri, e insieme frustrato proprio dall’impossibilità di farne parte, di essere ‘uno di loro’. La scommessa di una ideale comunità culturale, valoriale e affettiva in un mondo globalizzato, viene man mano persa proprio in virtù di un emergere delle differenze, delle distanze e dell’incomunicabilità (la capacità poliglotta del protagonista nasconde paradossalmente la distanza extralinguistica). Un esempio ne è la storia con Antigua, la donna cubana che finisce con lo scavare un fossato profondo e incolmabile con il protagonista non per ragioni affettive, ma socioculturali: il dialogo delle menti e dei cuori si arena di fronte ai fraintendimenti culturali che nemmeno il parlare una stessa lingua basta a evitare. Sono donne che restano compagne di viaggio in ogni senso, e dunque anche nel senso più malinconico di compagne destinate a scomparire quando il viaggio finisce.

ESSERE CONTADINI E INSIEME NOMADI

In fondo Giano, viaggiatore teso bifrontalmente tra patria ed esilio, tra terra e avventura, ha un sogno contadino, quello del coltivare (coltivare una terra, una pagina, se stesso) in un’anima da nomade. Il suo viaggio di Andata, che lo spinge da Lisbona fino all’Oriente dell’Eufrate, alle radici della cultura e della nostra storia – con una vaga dimensione simbolico-iniziatica- non prevede un Nostos altrettanto intenso, capillare, vissuto: basterà un semplice volo d’aereo a riportare il protagoniste da Damasco alle brume inquinate di Milano, e non sarà un ritorno a mani piene. Ma la frustrazione del viaggiatore solitario, che sceglierà di non viaggiare più e ritirarsi in un fazzoletto di terra- dopo aver rifatto quasi il percorso di Alessandro Magno- va al di là della dimensione individuale, psicologica e esistenziale dell’irrequieto Giano. Riguarda anche un livello diverso, più alto e globale: quello di una umanità che ha smarrito oggi il senso del dialogo fra diversi e della comunione-comunicazione dei valori, malgrado la vantata unità del mondo globalizzato. E non è solo il sogno della comunità ideale di Giano che forse qui si infrange: e probabilmente questo libro racconta anche la morte del disincanto del viaggiatore moderno, che alle soglie del terzo millennio non è più quello di un tempo e che in nessun modo può vagare per il mondo con gli occhi di un Goethe o di uno Stendhal. E forse neanche con quelli di chi come Chatwin, ha avuto almeno – più recentemente – la lucidità per interrogarsi su se stesso, oltre che sulle cose, e ripetersi desolatamente: Che ci faccio qui?

LA PALAFITTA DELLA SCRITTURA

Giano, nella finzione narrativa, affida il suo racconto all’Autore, affermando di non riuscire da solo a mettere tra sé e le parole il necessario distacco di chi scrive. L’autore afferra questo virgulto di racconto di viaggio e decide di prendersene cura. Lo pianta nel suo vasetto e ne nasce questo romanzo. Ancora una volta, come per il vaso di viole di Giano, è la distanza che ha permesso tutto questo, concedendo asilo e rifugio - la palafitta della scrittura- all’impermanenza da nomade di questo sguardo in transito.

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Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato su questo autore:



NOTE
Nelle immagini (dall'alto):
Lisbona, Santiago de Cuba, Damasco



BIBLIOGRAFIA
Franco Romanò, Sguardo di transito, Azimut 2005

Milano, 2007-11-27 14:32:48

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(Giovanni Testori, Il dio di Roserio)

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