ITALIALIBRI - RIVISTA MENSILE ONLINE DI LIBRI ITALIANI, BIOGRAFIE DI AUTORI E RECENSIONI DI OPERE LETTERARIE

DOSSIER
Maria Messina

Una realtà da scontare

Le anguste vicende della piccola borghesia nelle pagine di Maria Messina (1887-1944)

(Anna Maria Bonfiglio)

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Dimenticata dalla storia letteraria del Novecento, tratta dall’oblio grazie all’attenzione di Leonardo Sciascia, Maria Messina apre le porte di un mondo mediocre, chiuso nel proprio egoismo e refrattario ad ogni mutamento, un mondo di piccoli borghesi la cui unica preoccupazione è di salvare la faccia di fronte alla comunità cui appartiene. A questo universo ristretto e spesso meschino non è facile sfuggire, soprattutto per chi, come le donne che lei racconta, non riesce ad esercitare la propria libertà interiore. Le prigioni che descrive, che rinserrano tanto le vittime quanto i persecutori, sono i cerchi chiusi dentro i quali le protagoniste si vedono vivere. Nella rinuncia, nella resa, nell’accettazione di quello che è ritenuto ineluttabile non v’è debolezza o ignavia, ma il segno di una realtà da scontare.

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ata ad Alimena, piccolo centro della provincia di Palermo, il 14 marzo del 1887, dall’unione della figlia di un nobile decaduto con un giovane di modeste condizioni costretto ad interrompere gli studi e ad accettare un impiego come maestro elementare, Maria Messina condivide con l’unico fratello una prima giovinezza infelice a causa delle ristrettezze economiche e dell’incomprensione fra i genitori.

Ma mentre il fratello si affranca dalle angustie familiari con l’avvento dell’indipendenza, la giovane sembra destinata a restare chiusa fra le pareti domestiche, se l’amore e l’attenzione del fratello non intervenissero a sorreggerla e ad aiutarla a sviluppare il suo talento. Sotto la sua guida Maria studia ed in breve è in grado di far confluire nei suoi racconti una gamma di personaggi di umile statura che la limpidezza del suo narrare e l’attenta disamina dell’ambiente piccolo-borghese in cui si muovono innalzano alla dignità dei personaggi più famosi della letteratura. I suoi manoscritti, inviati ai più importanti editori nazionali, vengono presto pubblicati ottenendo successo di pubblico e di critica. Intanto, dalla Sicilia, attraverso varie tappe che toccano l’Umbria, le Marche e la Toscana, Maria si stabilisce con la famiglia a Napoli dove finalmente conosce tempi più sereni.

Malgrado nei libri di letteratura le tracce della sua presenza sulla scena letteraria italiana siano quasi nulle, la Messina conosce nei primi anni del Novecento un certo successo: i suoi racconti, pubblicati dai migliori editori italiani quali Sandron e Treves, sono recensiti da Giuseppe Antonio Borgese e apprezzati da altri autori quali ad esempio Ada Negri; entra in corrispondenza con i maggiori esponenti della letteratura; intrattiene, ancora esordiente, un epistolario con Giovanni Verga che la incoraggia e ne loda le qualità di scrittrice.

La signorina di buona famiglia alla quale era imposto di ignorare la "vergogna" di certe situazioni, riesce a superare la soglia del silenzio ipocrita della piccola borghesia, sollevando il sipario dell'apparente rispettabilità e mettendo in piazza l'umiliante e soffocante condizione a cui il ruolo femminile era assoggettato. Ma tutto ciò che costituisce lo scopo della sua esistenza si avvia ad estinguersi definitivamente a causa di una grave malattia. Colpita negli anni trenta dalla sclerosi multipla, la scrittrice dapprima si ribella e lotta, fra speranza e delusioni, ostinandosi a battere a macchina con dita che la malattia progressivamente paralizza, fino a quando, vinta dal male, si rifugia in un totale e silenzioso isolamento che la porta ad essere completamente dimenticata. Assistita da un’infermiera si trasferisce a Pistoia dove nel 1944 muore per i disagi subiti a causa dello sfollamento. Purtroppo nel bombardamento della città vengono distrutti il suo archivio, i suoi libri, le sue carte e tutto ciò che poteva costituire documentazione per la ricostruzione della sua vicenda letteraria.

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Nella sua pur breve carriera Maria Messina pubblicò alcuni romanzi, moltissime novelle raccolte in vari volumi e racconti per l’infanzia. Dimenticata dalla storia letteraria del Novecento (Giacinto Spagnoletti nella sua Storia della letteratura italiana del Novecento le dedica poche righe definendola «un piccolo caso a sé», ignorata da quegli operatori che avviarono il processo per il recupero della letteratura femminile del primo Novecento, solo nel 1980 fu tratta dall’oblio grazie all’attenzione di Leonardo Sciascia che inserì due suoi racconti sull’emigrazione nel volume Partono i bastimenti, pubblicato da Mondadori, e si curò di redigere una nota critica della scrittrice a presentazione del volumetto Casa paterna, edito nel 1981 da Sellerio.

C’è da meravigliarsi che, nel tentativo di ricostruire una mappa delle autrici che si erano soffermate a rappresentare la condizione femminile del loro tempo, l’incuria e la disattenzione non abbiano fatto emergere il nome di Maria Messina a dispetto dei tanti suoi libri e malgrado notizie e giudizi sulla sua opera si trovassero nel terzo volume de La vita e il libro di Giuseppe Antonio Borgese. Il critico aveva definito la scrittrice “una scolara del Verga” riferendosi a quei racconti di matrice “rusticana” che furono le sue prime prove letterarie. Invero una parte delle sue novelle presenta sicuramente un forte legame con le Novelle rusticane del Verga: per la raffigurazione del mondo rurale, per il candore dei personaggi, per la loro passionalità primordiale, per il loro ruolo di umili che non conosceranno riscatto. Il discrimine fra i racconti dei due autori è il taglio di stile, il registro linguistico, il carattere dei personaggi che, nel caso della Messina, pur consegnandosi alla rassegnazione, hanno palpiti di ribellione che qualche volta si risolvono in atti la cui drammaticità viene smorzata dal sommesso tono narrativo.

E' il caso di Janni della novella omonima, un giovane innamorato di una bella ragazza ma rassegnato a non averla a causa della propria deformità. A far fiorire la speranza di potere sposare l'amata è una mezzana. A Janni sembra che tutto si schiarisca attorno. Si accorge dell'inganno quando viene a conoscenza che la sua Maralùcia è promessa ad un altro. Raccogliendo tutto il suo coraggio il giovane affronta la ragazza e rivendica il suo diritto ad amare e ad amarla, ma allo scherno di lei la ribellione alla sua sorte di storpio gli arma la mano ed uccide la giovane. Il registro della narrazione è tenuto sui toni bassi, i personaggi sono delineati con brevi ed incisive pennellate, il dramma che viene a compiersi, simboleggiato dalla furia della natura, si risolve con due asciutte proposizioni:«Janni s'accasciò a terra con la testa fra le mani. E rimase, fin che vennero i carabinieri».

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L'opera narrativa della Messina può suddividersi in tre nuclei: al primo appartengono i racconti di carattere "verista" nei quali vengono rappresentate vicende che hanno a protagonisti gli umili: uomini che stentano la vita senza speranza di migliorarsi, donne la cui risorsa è il furbo rifugiarsi nell'adulterio o desolate figure femminili mortificate dai propri amanti e asservite alla passione senza ragione.

In questo repertorio spicca Grazia, protagonista di uno fra i più bei racconti, donna misera e brutta d'aspetto, che resta avvinghiata al proprio amante a dispetto dei palesi tradimenti subiti. Con una prosa misurata, lontana dagli isterismi di certe denunce, Maria Messina traccia un quadro di miseria morale nel quale la protagonista si staglia per l'infinita solitudine, per la forza di un amore che sopravvive alle angherie e ai soprusi e che a quella solitudine è unico ristoro. Il racconto della vicenda di Grazia, che non ha soluzione, come non hanno soluzione molte vicende dell'esistenza, è il paradigma della condizione di chi non può accedere ad altre risorse se non a quelle che gli sono destinate.

Al secondo nucleo appartengono i racconti sull'emigrazione che, sebbene numericamente esigui, assumono rilevanza per lo stile con cui è trattato l'argomento: senza i gravami delle motivazioni di carattere sociale (che, se ci sono, sono implicite) e senza la pretesa di disamine sociologiche. La mano dell'autrice è lieve e si limita alla narrazione dei nudi fatti. Che tornino al loro paese, vinti dalla nostalgia o dalle difficoltà incontrate, o che restino alla Mérica (come i contadini analfabeti usavano chiamare il nuovo continente), dimentichi della propria famiglia e sempre ricordati con sofferto rimpianto da chi è rimasto, i personaggi di questi racconti vivono l'emigrazione come un male in più e in nessuno di essi alberga l'ambizione della revanche o la morbosità dell'attaccamento alla "roba". Al terzo nucleo va ascritta quella parte della produzione messiniana che tratta della condizione femminile vissuta nell'angusto mondo della piccola borghesia del tempo.

Da Borgese la prosa di Maria Messina è stata assimilata a quella del Verga, da Leonardo Sciascia a quella di Cechov e più ancora a quella di Katherine Mansfield. Nel rispetto di queste opinioni vorrei aggiungere che a mio parere è legittimo rivendicare a questa prosa una collocazione propria, direi che essa stessa può essere un punto dal quale prende l’avvio una parte della narrativa moderna femminile. Nelle sue pagine troviamo sentimenti di forte compattezza, stati emotivi dai quali si dipana non solo la situazione psicologica dei personaggi, ma tutta una realtà vissuta fra costrizioni ed obblighi, una realtà soffocante alla quale è difficile se non impossibile opporsi. Da questa postazione di immobilismo si evolve quella parte di letteratura che riguarda la condizione della donna che si muove in una società non disposta ad accoglierne le istanze.

E' vero che in quello stesso periodo Sibilla Aleramo proponeva un modello di donna che riusciva ad affrancarsi dal paternalismo e dai condizionamenti, ma va ricordato che la fascia sociale a cui appartengono le donne raccontate dalla Messina è quella della piccola borghesia di provincia, donne non acculturate, spesso analfabete, che non conoscono altra realtà che la propria, né pensano ve ne possa essere un'altra, donne per le quali il processo di evoluzione personale è rallentato dalle difficoltà di ordine ambientale. Il personaggio di Vanna della novella Casa paterna è il paradigma ed il compendio di tutte quelle figure femminili chiuse in un ruolo prestabilito per le quali non esiste altra soluzione che l'ancoraggio ad un sistema di vita codificato dagli usi e i costumi di una società miope ed ottusa la cui unica preoccupazione è il decoro. Vanna è consapevole del fallimento del suo matrimonio, delusa e amareggiata decide di spezzare quel vincolo e tornare alla casa paterna. Ma ivi giunta si rende dolorosamente conto che la sua famiglia non è disposta ad accettare la vergogna di quella separazione. E', questa, un'amarezza ancora più grande perché le dà la misura della propria irrimediabile solitudine. Non vede altra soluzione che tornare alla vita coniugale, dal momento che per la sua famiglia la sua decisione è soltanto il sovvertimento di un codice morale da tutti seguito e rispettato. Giunta a quel punto, che torni dal marito o che resti, mal sopportata da una famiglia per la quale sarà sempre il ricordo di uno scandalo, Vanna porterà sempre con sé il fardello della più desolante solitudine, la solitudine generata dalla consapevolezza di non essere rispettata nella propria autodeterminazione. Ma il ritorno al marito è un gesto al quale quest'ultimo non riconosce che il valore del dovere. Rifiutata nel doppio ruolo di moglie e di figlia, a Vanna non resta che un unico modo per sottrarsi al destino di obbedienza e negazione di sé: il suicidio. La morte è la sua risposta, la sua estrema ribellione.

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Nell'albero genealogico di quella famiglia di personaggi femminili che hanno affermato il diritto all'autogestione, Vanna è senz'altro una capostipite. Il suo suicidio, nonché segno di umana debolezza, è una mossa di contrapposizione al sistema, l'azione sovversiva nei confronti di una società che non vuole cambiamenti. Via via, la letteratura si affollerà di altre presenze femminili che si spingeranno ad esiti sempre più risolutivi rispetto al manicheismo dei dettami piccolo-borghesi. La donna che emerge dalla scrittura di Maria Messina è consapevole dello stato di soggezione a cui è relegata, è incapace di gesti risolutivi, rassegnata all’obbedienza e al “destino”, ma conscia che il suo ruolo non è quello, o almeno non solo quello. La coscienza del suo potenziale riscatto, l’acquiescenza ad una condizione che sa di non meritare e la visione di un virtuale cambiamento fanno di lei una creatura che non si riconosce vittima. Il suo atteggiamento nei confronti di quello che le accade, o meglio, che non le accade, è di serena accettazione ed è ciò che la estranea dalla categoria dei “vinti”.

Uno dei motivi dominanti nel corpo narrativo di Maria Messina è il legame con la famiglia d'origine, un vincolo che genera condizionamenti e spegne ogni scintilla di ribellione in quelle che sono figlie e sorelle. Nel racconto L'ora che passa Rosalia, dopo aver a lungo rinviato il matrimonio, finisce per rinunciarvi pur di non far venire meno al padre il suo appoggio economico. E ancora ne Gli ospiti, dove si aggira la figura di una mite ragazza destinata ad intristire accanto ad un padre malato che, grazie all'intervento di alcuni parenti cittadini, vede aprirsi un piccolo spiraglio di vita, un cambiamento che la volontà dei genitori castra definitivamente. Nel romanzo L'amore negato alla figura di Miriam, pacata, operosa, dedita alla famiglia, che nell'amore osa soltanto sperare, si contrappone quella di Severa, avida e ambiziosa, disposta a qualsiasi compromesso pur di realizzare un'ascesa che la distanzi dalla mediocrità. A nessuna delle due sorelle è riservato un destino d'amore, ma, mentre Miriam si adatta alla solitudine sentimentale, Severa arriva a calpestare la propria dignità, fino all'umiliazione e alla demenza, per perseguire l'amore di un uomo più giovane di lei. Le due figure femminili, pur nella sostanziale difformità, sono apparentate da un denominatore comune: il riconoscersi il diritto ad una sorte diversa da quella che è stata loro riservata e, seppure per percorsi diversi, pervengono ad una solitudine che le lega ma che non riesce a farle solidali. Ed è una storia di forti e torbidi legami familiari quella narrata ne La casa nel vicolo che ha a protagoniste ancora due sorelle. Antonietta, che un uomo austero prende in moglie a sconto di alcuni debiti contratti dal padre di lei, sgomenta di fronte ad un matrimonio che ha subito, ottiene di condurre con sé la sorella minore Nicolina, in parte per sgravarsi del peso che la nuova condizione di sposa le apporta, in parte per alleviare la nostalgia ed il rimpianto per quello a cui è stata sottratta. Gradualmente Antonietta cede il ruolo di moglie alla sorella rifugiandosi nell'amore per il figlio Alessio, di salute malferma. Ma quando questo ruolo viene assolto da Nicolina anche sotto il profilo del congiungimento carnale, scoppia il dramma. Nessuna delle due sorelle è disposta a rinunciare, l'una perché legittimata dal vincolo matrimoniale, l'altra perché nel consegnarsi alla famiglia della sorella ha rinunciato ad una vita propria. Entrambe soggiogate da don Lucio, l'uomo che già nella scelta della moglie aveva intravisto la possibilità di godere di due presenze femminili, vivono asserragliate nella stessa casa, evitando ognuna di incontrare l'altra. Il dramma finisce di compiersi quando Alessio, creatura sensibilissima che ha capito e vive in silenzio la cupa atmosfera della casa, spinto da uno dei tanti gesti di incomprensione del padre, sceglie di morire. Ma neanche questo atto estremo riesce a sciogliere la dura concrezione della famiglia: Antonietta si incancrenisce in una solitudine alienata, Nicolina trova consolazione nella perpetuazione delle abitudini, don Lucio recupera il suo inattaccabile egoismo, ciascuno vivendo e respirando l'aria degli altri in un vincolo che tuttavia li mantiene estranei.

E', questo romanzo, la prova migliore della Messina, storia in cui si concentrano i temi privilegiati della sua narrativa, raccontata con un taglio stilistico al quale è estranea la drammaticità sanguigna di certa letteratura siciliana. E invero, eccetto quella parte di racconti di matrice verista, localizzabili nella realtà isolana, il resto non denuncia nessuna collocazione territoriale di particolare rilievo. Le storie raccontate rappresentano una provincia che può appartenere a più di un territorio; il carattere, la psicologia dei personaggi e i loro moduli di comportamento sono la spia di un modello di società rintracciabile in qualsiasi luogo. Se c'è un nodo fra la scrittrice e la sua terra è un legame che non si manifesta attraverso il luogo comune, è una sorta di linea di congiunzione che si rivela sotteraneamente. La sua vocazione non è quella di raccontare la vita di un luogo, ma più ampiamente di testimoniare una realtà più diffusa di quanto non sia possibile immaginare.

Maria Messina apre le porte di un mondo mediocre, chiuso nel proprio egoismo e refrattario ad ogni mutamento, un mondo di piccoli borghesi la cui unica preoccupazione è di salvare la faccia di fronte alla comunità cui appartiene. A questo universo ristretto e spesso meschino non è facile sfuggire, soprattutto per chi, come le donne che lei racconta, non riesce ad esercitare la propria libertà interiore. Il suo occhio entra nella dimensione delle piccole vicende ordinarie, si punta su quegli ambienti sociali che non vivono di splendori e ci rende la visione dimessa di una realtà minima dalla quale non v’è fuga né riscatto. Nelle vicende anonime, nello squallore di una mentalità pedissequa è racchiusa la linea ideologica della scrittrice che non indica vie per la conquista della libertà, ma che di questa libertà intravede la necessità e la ragione. Le prigioni che descrive, che rinserrano tanto le vittime quanto i persecutori, sono i cerchi chiusi dentro i quali le protagoniste si vedono vivere. Nella rinuncia, nella resa, nell’accettazione di quello che è ritenuto ineluttabile non v’è debolezza o ignavia, ma il segno di una realtà da scontare.

Anna Maria Bonfiglio


Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato su questo autore:



NOTE
* Questo testo, tratto da Figure femminili del Novecento a Palermo, (Ed.ULITE, 2000) inizia con una breve nota biografica di Maria Messina e uno stringato excursus sulle sue pubblicazioni e le sue relazioni con l'ambiente critico-letterario. Si esaminano brevemente alcuni racconti e due romanzi, soffermandosi su quei personaggi femminili che incarnano la linea ideologica dell'autrice e tentando un'indagine sull'ambiente piccolo-borghese entro il quale queste figure si muovono



BIBLIOGRAFIA
La bibliografia che segue è tratta dal sito «Le Autrici della Letteratura Italiana. Bibliografia dell'Otto/Novecento», Università di Padova, C.i.S. Maldura. Ringraziamo la Prof.ssa Patrizia Zambon per averne consentito l'utilizzo.

Opere di Maria Messina

Novelle
Pettini-fini e altre novelle, Palermo, Sandron, 1909
Piccoli gorghi, Palermo, Sandron, 1911
Le briciole del destino, Milano, Treves, 1918
Il guinzaglio, Milano, Treves, 1921
Personcine, Milano, A. Vallardi, 1921
Ragazze siciliane, Firenze, Le Monnier, 1921

Romanzi
La casa nel vicolo, Milano, Treves, 1921
Alla deriva, Milano, Treves, 1920
Primavera senza sole, Napoli, Giannini, 1920
Un fiore che non fiorì, Milano, Treves, 1923
Le pause della vita, Milano, Treves, 1926
L'amore negato, Milano, Ceschina, 1928

Letteratura per l’infanzia
I racconti di Cismè, Palermo, Sandron, 1912
Pirichitto, Palermo, Sandron, 1914
Cenerella, Firenze, Bemporad, 1918
I figli dell'uomo sapiente, Palermo, Sandron, 1920
Il galletto rosso e blu, Palermo, Sandron, 1921
Il giardino dei Grigoli, Milano, Treves, 1922
I racconti dell'Avemaria, Palermo, Sandron, 1922
Storia di buoni zoccoli e di cattive scarpe, Firenze, Bemporad, 1926

Lettere
Giovanni Garra Agosta, Un idillio letterario inedito verghiano (Lettere inedite di Maria Messina a Giovanni Verga), Catania, Greco, 1979
Lettere di Maria Messina a Bemporad, in Cristina Pausini, Le "briciole" della letteratura: le novelle e i romanzi di Maria Messina, Bologna, Clueb, 2001

Bibliografia contemporanea: riedizioni dal 1970
La Mèrica e Nonna Lidda, a cura di Leonardo Sciascia, in Partono i bastimenti, a cura di Paolo Crespi e Luciano Guidobaldi, Milano, Mondadori, 1980
Casa paterna, a cura di Leonardo Sciascia, Palermo, Sellerio, 1981; in Racconti italiani del Novecento, a cura di Enzo Siciliano, Milano, Mondadori, 1983
La casa nel vicolo, Palermo, Sellerio, 1982; Piccoli gorghi, a cura di Annie Messina, Palermo, Sellerio, 1988
Gente che passa, Palermo, Sellerio, 1989
Le scarpette, in Racconti d’amore del ´900, a cura di Paola Decina Lombardi, Milano, Mondadori, 1990
L'amore negato, Palermo, Sellerio, 1993
Il guinzaglio, Palermo, Sellerio, 1996
Le briciole del destino, Palermo, Sellerio, 1996
Pettini fini, Palermo, Sellerio, 1996
Luciuzza, in Il Novecento. Antologia di scrittrici italiane del primo ventennio, a cura di Anna Santoro, Roma, Bulzoni, 1997
Ragazze siciliane, Palermo, Sellerio, 1997
Demetrio Càrmine, Casa paterna, in Novelle d'autrice tra Otto e Novecento, a cura di Patrizia Zambon, Roma, Bulzoni, 1998
Dopo l’inverno, a cura di Roswitha Schoell-Dombrowsky, Palermo, Sellerio, 1998
Personcine, Palermo, Sellerio, 1998

Bibliografia della critica (dal 1970)
Salvatore Cataldo, Una dimenticata scrittrice del primo Novecento: Maria Messina, in "Archivio storico siciliano", IVs., VIII, 1982
Egle Palazzolo, Maria Messina: una riscoperta, in «Palermo», II n.s., 12, 1982
Vincenzo Leotta, Maria Messina, in Aa. Vv., Gli eredi di Verga, Catania, Comune di Randazzo, 1984
Mirella Maugeri Salerno, Maria Messina, in Aa. Vv., Letteratura siciliana al femminile: donne scrittrici e donne personaggio, Caltanissetta - Roma, Sciascia, 1984
Maria Di Giovanna, La fuga impossibile. Sulla narrativa di Maria Messina, Napoli, Federico & Ardia, 1989
Maria Di Giovanna, La testimone indignata e le trappole del sistema. Il percorso narrativo di Maria Messina, in Aa. Vv., Donne e scrittura, Palermo, La Luna, 1990
Patrizia Zambon, Maria Messina, "Piccoli gorghi", in "Studi novecenteschi", XVII, 39, 1990
Antonia Mazza, Maria Messina, tra Verga e Pirandello (1887-1944), in "Letture", XLIX, 505, 1994
Mariella Muscariello, Vicoli, gorghi e case: reclusione e/o identità nella narrativa di Maria Messina, in Aa. Vv., Les femmes écrivains en Italie (1870-1920): ordres et libertés, Paris, Chroniques Italiennes-Université de la Sorbonne Nouvelle, 1994
Clotilde Barbarulli e Luciana Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina, Ferrara, Tufani, 1996
Clotilde Barbarulli e Luciana Brandi, Le voci del corpo e il gioco della similitudine nelle novelle di Maria Messina, in Aa. Vv., Reinventare la natura. Ripensare il femminile, Trento, Dipartimento di Scienze Filologiche e Storiche, 1999
Anna Maria Bonfiglio, Maria Messina, in Aa. Vv., Figure femminili del Novecento a Palermo, Palermo, Auser-Ulite, 2000
Lucienne Kroha, Alexandra Haedrich, Modernity and Gender-Role Conflict in Maria Messina, in Aa. Vv., With a Pen in her Hand. Women and Writing in Italy in the Nineteenth Century and Beyond, Leeds, The Society for Italian Studies, 2000
Cristina Pausini, Le "briciole" della letteratura: le novelle e i romanzi di Maria Messina, Bologna, Clueb, 2001

Milano, 2007-02-27 16:56:31

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