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DOSSIER
Guido Piovene

L'uno e il molteplice

Osservazioni su Guido Piovene

(Davide De Maglie)

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La personalità di Guido Piovene si muove tra giornalismo, saggistica e narrativa, in un continuo (ri)combinarsi dei generi letterari: il romanzo epistolare permette di dar vita a personaggi che, raccontando gli stessi episodi, mettono in luce particolari differenti; nel racconto a cornice, l’analisi del delitto si unisce alla riflessione morale e filosofica. Filo conduttore il viaggio, che accompagna l'esistenza dell'autore, legato a una terra (il Veneto) per poi spostarsi a Gorizia e perfino in America, nell’analisi di luoghi e fenomeni politici che non possono prescindere dalla suggestione letteraria...

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hi volesse oggi, ad oltre trent’anni dalla sua morte, studiare la figura di Guido Piovene, si imbatterebbe sicuramente in alcuni riferimenti critici costanti, ormai consolidati da una lunga tradizione.

La città di Vicenza, l’architettura di Palladio e il paesaggio sospeso tra le colline e la pianura che porta a Padova e Venezia; i rapporti tormentati col fascismo, dagli articoli antisemiti al soprannome di “Conte Rosso”; il senso di ambiguità politica, ma soprattutto morale, che emana (volutamente) dalle opere narrative: tutto questo fa parte di un ritratto critico comunemente accettato, che appare d’altronde ben motivato. È innegabile, infatti, l’importanza degli elementi appena ricordati, che senza dubbio coesistono nell’opera di Piovene con esiti di profonda complessità. Resta però da esplorare l’intensità di questi umori così variabili, il modo in cui una sensibilità così contraddittoria si esprime sulla pagina. Al tempo stesso è necessario confrontarsi con il Piovene più esplicitamente intellettuale, l’amico di Camus, il giornalista e viaggiatore, lo scrittore di saggi. Questa direzione parallela al ritratto consolidato dello scrittore serve a metterne in luce la poliedricità, ne fa emergere un eclettismo acuto ed attualissimo.

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I. IL GIORNALISMO E IL VIAGGIO

Si diceva di un Piovene poliedrico, impegnato in più campi: a questo proposito vale la pena di ricordare che i suoi esordi letterari coincidono con l’inizio della sua attività giornalistica, con i racconti e le recensioni che appaiono, già a partire dal ’29, sulla rivista «Pegaso» di Ugo Ojetti e, dall’anno successivo, anche su «Solaria».

Gli stessi racconti della Vedova allegra (1929), primo libro che Piovene non volle più ripubblicare, erano apparsi su varie riviste prima di essere raccolte in volume, a testimonianza di un fitto intreccio, non raro nel nostro Novecento, di attività letteraria e attività giornalistica. Ancora più evidente appare questo intreccio nel corso degli anni, dal giornalista inquieto de La Gazzetta Nera che presenta molte affinità con lo scrittore vicentino all’esperienza straordinaria, sospesa tra cronaca e narrativa, del Viaggio in Italia del 1957. Si tratta, evidentemente, di tappe che vengono richiamate alla memoria più che delineate in un ordine logico di successione. Ciò che preme maggiormente è suggerire delle impressioni di lettura, viaggiando senza un preciso piano di marcia lungo coordinate cronologiche e letterarie che, proprio a causa della loro continua mutevolezza, riescono a comunicare le suggestioni più varie e autentiche. Così andrà evidenziato che il viaggio accompagna da sempre l’esistenza di Piovene, dai soggiorni in Inghilterra ed in Spagna negli anni Trenta, come inviato del «Corriere della Sera» (nella cui redazione entra nel 1935) ai libri di viaggio dedicati agli Stati Uniti e alla Francia. L’esperienza dello spostamento è propria anche dei personaggi di Piovene, che appaiono sempre alla ricerca di un nuovo approdo, quasi cercassero, cambiando continuamente luogo, di fuggire da se stessi, o forse di comprendersi meglio. È così per Rita nelle Lettere di una novizia, che non trova pace né presso la madre, nella casa sulle colline venete, né dietro le mura del monastero, ma anche per Dorigo che, nella Gazzetta Nera, prima porta la moglie nel Veneto in cui è nato e poi parte per l’Inghilterra. Altrove l’episodio fondamentale è il ritorno al proprio paese d’origine, che conferma, con le difficoltà che comporta, l’ineluttabilità del trasferimento, l’impossibilità di far finta che nel frattempo non sia successo nulla. Così nei Falsi redentori l’io narrante tornerà alla sua città natale cercando di riallacciare la relazione con la donna che un tempo amava: la sua storia sfocerà in una tragedia perché era falsa la premessa, era sbagliata una prospettiva di redenzione basata sul ritorno al passato. Si fugge dal proprio paese d’origine, lo si lascia, per cercare un altro modo di essere se stessi, per affermare la parte di sé – di solito, in Piovene, la propria carriera professionale – che si ritiene di poter coltivare meglio. Se si torna per ritrovare ciò che si era lasciato, se ci si illude di cancellare il passare degli anni, il fallimento è inevitabile. Il vero ritorno è invece quello della maturità, quello raccontato in Le furie da un io narrante che è a Vicenza di passaggio e sa che dovrà tornare alla sua vita di sempre, non si illude di ripristinare la propria infanzia ma indaga criticamente la propria storia, partendo dalle origini. Questa prospettiva di rivisitazione del passato (e non di nostalgia acritica) permette di riscattare la propria dignità, di acquisire una consapevolezza nuova.

Attraverso il tema del viaggio si è arrivati alla descrizione di un itinerario umano ed ideologico, come quello del saggio introduttivo de La coda di paglia, dove Piovene ripercorre il proprio rapporto con il fascismo, si confronta (non troppo) criticamente con la sua storia. Al di là delle valutazioni sul contraddittorio volume del 1962, resta comunque da sottolineare un procedimento analogo a quello delle opere narrative. Anche nell’introduzione alla Coda Piovene accetta di tornare indietro, di ripensare se stesso, ancora una volta compie un viaggio a ritroso, anche se – naturalmente – le finalità ultime sono diverse rispetto a quelle che il viaggio acquista nei romanzi. La complessità dello scrittore vicentino è allora in questa possibilità di scegliere quasi casualmente alcuni episodi, alcune tappe della sua vicenda umana ed artistica per poter subito risalire all’essenza della sua sensibilità, ai nodi cruciali della sua esperienza.

Dall’idea del viaggio si arriva alla complessità di un orizzonte ideologico, all’adesione opportunistica al fascismo fino alla pubblica autocondanna degli anni Sessanta. Ripercorrere questa storia significa ripercorrere un’epoca, far emergere il ritratto di un uomo che per primo recensì un libello antisemita (nel 1938) ma sposò, nel dopoguerra, una donna ebrea, Mimy Pavia, che gli restò accanto quando perse il premio Strega a causa di quegli articoli: come si vede, tutto in Piovene sembra rincorrersi, riproporsi a distanza di anni proprio come un viaggio che non sembra porsi limiti. La sua esperienza spazia dall’ambito letterario a quello giornalistico, dalle scelte politiche, dall’adesione – di breve durata - al Pci fino alla fondazione del «Giornale» accanto a Indro Montanelli. Per questo un discorso su Piovene non può limitarsi all’analisi – che pure è necessaria – della sua inquietudine morale, alla personalità di Rita Passi sospesa, come molti personaggi successivi, tra colpa ed innocenza. È necessario spaziare lungo un itinerario più ampio, parlare, magari solo di sfuggita, del mondo in cui Piovene si trovava a vivere, della sua ammirazione per scrittori diversissimi da lui, che a loro volta lo ammiravano. Spicca così l’amicizia, già ricordata, con Camus, ma anche con Montale, senza contare la dedica del romanzo Il sipario ducale di Paolo Volponi (1975), un anno dopo la morte dello scrittore vicentino. Accanto all’intensità narrativa di Piovene, alla sua introspezione psicologica bisogna allora rilevare la sua statura culturale, la sua capacità di rapportarsi a mondi lontani (riecco il tema del viaggio) senza per questo dimenticare le proprie radici.

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II. LA DUPLICITÀ APERTA AL MOLTEPLICE

Apparentemente il profilo di Piovene sembrerebbe chiaro, nitidamente ricavabile dalla sua biografia e dalla sua carriera letteraria e giornalistica. Di fatto invece ogni elemento della sua storia può essere letto in vari modi, rivela una pluralità di sfaccettature. Non a caso proprio negli ultimi anni emergono nelle sue opere delle strutture binarie, dei concetti che serbano in sé almeno due significati. Le furie è un simbolo delle sue ossessioni ma anche un riferimento irrinunciabile: lo scrittore non si sente obbligato ad una logica intransigente ma rifiuta anche il sogno fine a se stesso, autodefinendosi un visionario di cose vere. La storia dei libri successivi sarà sempre più nettamente quella della duplicità, dall’incontro-scontro col padre in Le stelle fredde (l’ennesimo ritorno al luogo d’origine, amato e odiato al tempo stesso) alle Verità e Menzogna del romanzo postumo, un binomio che racchiude, di nuovo, un difficile confronto generazionale tra padre e figlio. La continua dicotomia di Piovene è allora in questa volontaria anarchia culturale, in questo suo legarsi ad una terra (il suo Veneto) per poi spostarsi, negli ultimi libri narrativi, a Gorizia e poi perfino in America con il Romanzo americano del ’79; è nel dividersi continuamente tra giornalismo e libro d’invenzione, nell’analisi di luoghi e fenomeni politici che non possono prescindere dalla suggestione letteraria. C’è in tutto questo una luce di continua variazione, quasi che la voce dello scrittore fosse pronta a trascolorare gradualmente, a passare senza troppi strappi da un territorio all’altro. Nel frattempo vengono presentate al lettore tutte le variazioni di tono e d’umore che si ritrovano nella pagina e riflettono, con singolare aderenza, il cambiare del paesaggio dalle colline di Vicenza alla pianura veneta aperta al mare. Emerge quindi una duplicità che si apre al molteplice, a città che aspettano di essere viste e conosciute, con occhi pronti ad ammirare (ecco il visionario) senza per questo dimenticare l’analisi dei fatti (le cose vere), come i dati statistici, demografici ecc. che ad esempio affollano, insieme a tante altre osservazioni, il Viaggio in Italia.

III. TANTI STORIE INTRECCIATE, TANTI GENERI VICINI

Si è parlato di un Piovene aperto a più strade, ai saggi come ai romanzi come ai racconti; resta da esplorare, almeno superficialmente, il continuo (ri)combinarsi dei generi nella sua narrativa, il suo interesse per una struttura che tanto è apparentemente chiusa quanto si presta, in realtà, ad una serie di deviazioni. L’esordio ufficiale di Piovene, il primo libro da lui riconosciuto dopo i racconti de La vedova allegra, recupera un genere canonico ed illustre come il romanzo epistolare. In realtà però le Lettere di una novizia sono molto di più. C’è sì la consapevolezza di porsi sulla scia di precedenti illustri, come Le ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo e I dolori del giovane Werther di Goethe, le Heroides di Ovidio e Le relazioni pericolose di Laclos; ma c’è soprattutto un’esigenza interna di mettersi alla prova, di mettersi in viaggio alla ricerca di un approdo letterario che non compare su nessuna carta e non diventerà mai definitivo. Così Rita racconta al lettore i suoi rapporti difficili con la madre ma anche la sua crudeltà, l’amore per Giuliano ma anche il modo in cui egli è morto – forse per un incidente, forse perché ucciso da Rita stessa -. Per Piovene insomma la scelta della struttura epistolare è soltanto una delle tante scelte possibili, preferita perché permette di presentare le stesse vicende sotto angolazioni diverse, dando voce a personaggi che, raccontando gli stessi episodi, ne mettono in luce particolari differenti. La stessa cosa accadrà con le opere successive, che pure non sono legate a un genere così rigidamente codificato. I racconti a cornice de La Gazzetta Nera non fanno che raccontare uno stesso tema in modo diverso, unendo la passione di Piovene per il giallo – c’è sempre un delitto da risolvere dentro queste storie – alla sua predilezione per paesaggi diversi, dal Veneto natale alla Spagna e all’Inghilterra conosciute in veste di cronista. L’indagine poliziesca, l’analisi del delitto si unisce alla riflessione morale e filosofica, che porta a concludere che è necessario restare insieme nonostante l’odio reciproco, anzi proprio a causa di esso:

    Io credo che ognuno di noi deva amare il suo male, legarsi alla propria angoscia, raccogliervi intorno la vita. Il legame che io voglio non è di gioia né di pace. Bisogna restare uniti proprio perché ci si dilania; per l’angoscia di perdurare contro la tendenza a dividersi e la stanchezza della carne.

Il dato d’invenzione, la storia dell’uomo che perde tutto al gioco (come spesso capitava a Piovene) e per disperazione si trasferisce a Londra e alla fine rimane accanto alla moglie, si intreccia al dato biografico, all’esperienza di cronista all’estero, alla separazione dalla prima moglie Marise Ferro. Allo stesso modo il tema della provincia, del piccolo mondo che opprime con le sue piccole e grandi meschinità, convive con la scoperta della meschinità propria, che non è legata al luogo d’origine ma ci segue nei nostri viaggi, tanto che Dorigo rimane la stessa persona vile, incapace di decidere, anche in Inghilterra. Anche Piovene, scrivendo questo libro, compie un viaggio ed è un itinerario che lo porta dentro se stesso, che risulta tanto più evidente dalla frase d’esordio della sua prefazione:

    Anche questo romanzo, se possono dirsi romanzi i subitosi tentativi di fissare la storia di un uomo in forme traslate, esige la sua prefazione; e tanto più mi sento costretto a scriverla, in quanto esso fu composto ancora prima di "Lettere di una novizia," nell’anno 1939, e bisogna ch’io aderisca parzialmente a una fase della mia vita oggi distaccata da me. […] Devo tuttavia dire che né l’una né l’altra delle mie prefazioni vuole essere filosofia. […] Fuori del libro con il quale ragionano, non sono forse più sincere né vere. Ma verità e sincerità più oggettive di quelle che seguono i moti e la storia dell’animo non sono ancora riuscito ad incontrarle.

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Come si vede la prefazione tende a distaccarsi dalla materia narrata, ma al tempo stesso né rivendica (nelle prime righe) il suo carattere autobiografico, la sua capacità di raccontare, sia pure rielaborandola, la storia di un uomo. Viene negato un intento filosofico per questa prefazione e per quella precedente (scritta per le Lettere di una novizia) ma al tempo stesso si afferma che la storia delle proprie emozioni, dei propri moti dell’animo, è quella più autentica. È evidente allora che fin dagli inizi Piovene cerca di conoscere se stesso attraverso la scrittura, accetta ed esplora le proprie contraddizioni ma al tempo stesso, almeno per ora, cerca di distaccarsene, come se metterle su carta attraverso le vicende orribili di queste prime opere servisse ad esorcizzare la parte peggiore di sé.

Ancora, ne La Gazzetta Nera si registra un doppio distacco: non solo quello dell’uomo Piovene che pubblica l’opera nel 1943, qualche anno dopo averla effettivamente composta (e dopo il successo del romanzo epistolare), ma anche quello della voce narrante, che inizia parlando di alcuni fatti che accaddero anni fa in Inghilterra a un uomo che ora ha raggiunto la pace della coscienza, e abita in un piccolo appartamento a Milano. La finzione non potrebbe essere maggiore, essendo questi gli anni in cui Piovene inizia la sua carriera giornalistica, inizia a compromettersi con il regime tanto da rinunciare all’amicizia di Eugenio Colorni, è insomma ben lungi dall’aver trovato davvero il proprio equilibrio. Resta però significativo questo (apparente) distacco dalla materia narrata, perché in realtà è in questa continua tensione tra vita attiva ed ascesi, tra immersione in generi letterari diversi e incapacità (o non volontà?) di comunicare che si sviluppa la vicenda di Piovene. È quello che accadrà al protagonista de Le stelle fredde che, dopo aver parlato a tutti con le sue insegne pubblicitarie, si accorgerà di non poter più ascoltare nulla (il libro si apre con una visita per problemi di udito). Diventerà un classificatore di oggetti, raccogliendo una serie di descrizioni, tanto precise quanto impersonali, sulle cose che lo circondano. Questa verità bruciante, per usare un’immagine cara all’autore di Le furie, è impersonale perché chi scrive, finalmente, riesce a spogliarsi di se stesso, a farsi tramite tra le cose e il lettore. Non ci sarà più l’equivoco, protrattosi tanto a lungo, del narratore che cerca di abbandonare una materia narrativa che invece continua a riproporre nelle sue diverse opere, come accade (per ammissione dello stesso Piovene) almeno fino a I falsi redentori (1949). Ci sarà invece un recupero del proprio passato per vederlo con occhi nuovi, come accade ne Le furie (1963) che non a caso mescolano pagine di diario, legami alla realtà presente (la passeggiata verso la clinica, le case ora cambiate dal passare del tempo) a rievocazioni del proprio passato, dalla zia a Faravelli fino alla storia di Antonio ed Angela Porta. In mezzo ci sarà, non a caso, un distacco autentico, un silenzio narrativo di oltre un decennio intervallato dalla pubblicazione del Viaggio in Italia ed altri reportages. Le storie raccontate dal nuovo Piovene saranno le stesse di prima, con gli stessi temi, dall’adulterio all’omicidio passando per una solitudine ineliminabile, ma cambia il modo di raccontare. I personaggi si muoveranno in molti casi negli stessi scenari dei libri precedenti ma porteranno in sé una consapevolezza nuova, agiranno per lo più al termine di un lungo e contraddittorio vissuto personale. Non a caso sia il protagonista de Le stelle fredde che quello di Verità e menzogna (romanzo ambientato a Gorizia, non più in Veneto) si trovano a riflettere su una storia che si è già compiuta, tornano a casa per verificare, alla luce di una maturità nuova, la propria capacità di confrontarsi col passato.

Si è colto in questo modo un carattere essenziale del nostro scrittore: la sua irriducibilità ad un modello unico, ad un atteggiamento fissato per sempre. Numerosi altri spunti potrebbero essere rintracciati sia nelle opere narrative che in quelle saggistiche, ma questo viaggio casuale rischierebbe di accumulare un carico troppo pesante di osservazioni e di spunti. Può concludersi qui il nostro percorso sulla complessità dell’uomo e dello scrittore Piovene, con la speranza che esso non costituisca un approdo ma un punto di partenza per quanti abbiano voglia di conoscerne l’opera ed approfondirne lo studio. Resta un mistero indistricabile nei suoi libri, il delinearsi, inafferrabile e fascinoso, di una parabola narrativa ed esistenziale divisa tra più bivi eppure sempre riconoscibile, legata a più modelli eppure sempre capace di essere se stessa. C’è, in questo percorso denso di zone d’ombra, la luce continua della voglia di proporsi al lettore, di comunicare il proprio mutevole diario dell’anima. È questa la lezione più autentica di Piovene, che segue spesso la strada parallela del cronista e dell’autore di saggi, ma non dimentica mai l’intensità del proprio sguardo di narratore, il timbro disincantato eppure partecipe che permette alle sue storie di parlare a ognuno di noi.


Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato su questo autore:



NOTE
Per le notizie biobibliografiche cfr. G. Piovene, Opere narrative (2 volumi), Mondadori, Milano 1976, a cura di C. Martignoni, in particolare la Cronologia del vol. I, pp. LIX-LXXI.
Cfr. i volumi De America (1953) e Madame la France (1967).
Cfr. Guido Piovene, Contra judaeos in Corriere della Sera, 1 novembre 1938.
Nel 1963 non il Premio Strega non venne assegnato a Le furie di Piovene a causa dell’antisemitismo di alcuni suoi articoli. Cfr. M. Piovene, I giorni della vita, De Agostini, Novara 1987.
G. Piovene, Le furie, in Id., Opere narrative, vol. II op. cit., p. 277.
Cfr. Guido Piovene, La Gazzetta Nera in Id., Opere narrative, vol. I, op. cit. pp. 461-679 (il passo citato è alle pp. 678-679).
G. Piovene, La Gazzetta Nera op. cit., p. 461.
Ibidem, p.469.

M. Piovene, I giorni della vita, De Agostini, Novara 1987.

Le immagini in questa pagina rappresentano (dall'alto): Vicenza, Teatro Olimpico, salita al Monte Berico e Corso Palladio; qui sopra, le suore di clausura del convento dell'ordine della Visitazione di Wilmington, Delaware, sono fotografate da Bill Snead.



BIBLIOGRAFIA
G. Piovene, Contra judaeos in Corriere della Sera, 1 novembre 1938.
G. Piovene, De America, Garzanti, Milano 1953.
G. Piovene, La coda di paglia, Baldini Castaldi Dalai, Milano 2001.
G. Piovene, Madame la France, Mondadori, Milano 1966.
G. Piovene, Opere narrative (2 volumi), a cura di C. Martignoni, Mondadori, Milano 1976.
G. Piovene, Romanzo americano, Mondadori, Milano 2005.
G. Piovene, Verità e menzogna, Mondadori, Milano 1975.
G. Piovene, Viaggio in Italia, Baldini Castaldi Dalai, Milano 2007.

Milano, 2007-06-28 19:08:39

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