L'opera e la vita di Tommaso Landolfi sono entrambe governate dall'arbitrarietà del caso, che influenza dispoticamente le azioni degli uomini e i loro accidenti, secondo un capriccio imperscrutabile e bizzarro
se l’Infinito lo avesse scritto Tommaso Landolfi? Non si tratta di un’ipotesi letteraria assurda, ma di un gioco che avrebbe di sicuro intrigato uno scrittore che nella propria vita ha maneggiato fiches e parole. Letteratura e gioco d’azzardo, questo è stato il binario lungo il quale ha viaggiato Tommaso Landolfi.
Ed il giocatore è molto spesso il protagonista delle sue pagine migliori, quasi sempre ambientate in città che ospitano un Casinò. Le valigie, i treni, gli alberghi, i tavoli da gioco e giorni interi, dall’alba al tramonto, trascorsi alla roulette o al chemin-de-fer. Egli stesso era rintracciabile solo in città “dotate” di Casinò.
Caso e necessità, sistema formale e imponderabili combinazioni, tutta l’opera di Landolfi oscilla come un pendolo metafisico tra questi poli opposti, stabilendo un rapporto tra letteratura e gioco d’azzardo di grande suggestione. «Un giorno la poesia avrà fine per la medesima ragione per cui è fatalmente destinato all’esaurimento il gioco degli scacchi, e cioè perché le possibili combinazioni di frasi, parole, sillabe sono pur sempre in numero limitato sebbene stragrande (…)». Sotto questo profilo esemplare è il racconto La Dea cieca o veggente (nella raccolta In società, 1962), nel quale il poeta Ernesto, estraendo a sorte le parole, finisce per creare ex novo l’Infinito. A questo punto sorge la questione filologica se sia Ernesto e non più Leopardi il più autentico autore dell’opera. Né il critico letterario, né il matematico e nemmeno la fidanzata riusciranno a risolvere la questione e ad Ernesto non resterà che diventare a poco a poco, per diritto o per rovescio, un comune giocatore di roulette, ossia essere «definitivamente perduto».
Come coglie acutamente Calvino, Tommaso Landolfi insegue il non-caso attraverso la casualità e «siccome il non-caso per eccellenza è la cosa assolutamente sicura cioè la morte, caso e non-caso sono due nomi della morte, unico significato stabile del mondo». I giocatori di Landolfi scontano sempre l’incapacità di governare gli eventi della propria vita. Da questo disincanto deriva l’oscillazione, nella vita come nella letteratura, tra dedizione e perdizione, tra rigore formale e ironico distacco.
«Con la parola Landolfi può fare quello che vuole», ha scritto Carlo Bo, cui lo stesso Landolfi aveva affidato il compito di esegeta della propria opera. Si pensi al senso di vertigine che assale il lettore nell’affrontare un altro racconto, La passeggiata (in Racconti impossibili, 1966), in cui ogni frase è costruita con sostantivi e verbi incomprensibili, ma non perché insensati, bensì perché vocaboli caduti in desuetudine.
«La mia moglie era agli scappini, il garzone scaprugginava, la fante preparava la bozzima…» Certo queste scelte narrative possono apparire ispirate da un gusto surrealista esclusivamente linguistico al punto di trasmettere un senso di vuoto. Ma non si può parlare di formalismo. Se di vuoto si tratta, questo rappresenta la maschera grottesca del nulla e della morte, colta in tutta la sua disperata eppure divertita circolarità. «Ma ecco giunsi:», termina così La passeggiata, «la mia moglie era agli scappini, il garzone scaprugginava, la fante preparava, se non quella stessa, la bozzima».
L’interesse di Landolfi per il linguaggio è evidente ed è originario se si pensa al Dialogo dei massimi sistemi, il racconto che dà il nome al suo primo libro del 1937, nel quale si discute sul valore estetico di poesie scritte in una lingua inventata che solo l’autore riesce a capire. Viene fuori in modo spontaneo una dissertazione linguistica ante-litteram sulla lingua, quale convenzione collettiva, e sulla parola, espressione individuale e mutevole; tra significato e significante, di una esattezza che lo stesso Italo Calvino definisce «scientifica». Ma sarebbe sbagliato associare Landolfi alle sperimentazioni dell’avanguardia. Al contrario Landolfi appare un conservatore, anzi, meglio, un archeologo dotato di ironia, capace cioè di trattare con la stessa giusta distanza il reperto antichissimo e la patacca. Consapevole che a prendersi troppo sul serio si potrebbe finire come il poeta Y del Dialogo, al quale il cervello è andato leggermente di volta, ostinandosi «a portare in giro per le redazioni delle strane poesie senza capo, né coda, pretendendone pubblicazione e compenso: tutti lo conoscono ormai e lo mettono senz’altre cerimonie alla porta».
La contemplazione ironico-disperata della realtà resta per Landolfi l’ultima azione possibile in un mondo dominato dal caos. «Non c’è niente da fare contro la vita, fuorché vivere, press’a poco come in un posto chiuso dove si sia soffocati dal fumo del tabacco non c’è di meglio che fumare…». Ne viene fuori un autore che gioca fino in fondo con la vita, non per superficialità, ma per disincanto. Ed il gioco è a perdere. Il Landolfi migliore è quello che – con le parole ancora di Italo Calvino – «preferisce lasciare nell’opera qualcosa di non risolto, un margine d’ombra e di rischio: il Landolfi che sperpera le sue puntate d’un colpo o le ritira bruscamente dal tavolo col gesto allucinato del giocatore». Tanto nella vita, quanto nella letteratura, Landolfi insegue l’esperienza della perdita, della sconfitta, e lo fa per fedeltà allo statuto più autentico del giocatore, che è veramente tale solo colui che perde. E questo carattere lo rende un solitario nel panorama letterario del secolo scorso. «A Landolfi è riuscita», ha scritto Carlo Bo, «un’impresa che possiamo dire unica ai nostri tempi: (…) non obbedisce a nessun codice, (…) è uno che vive davvero in un’isola e ogni tanto affida al mare dei piccoli messaggi sotto forma di divertimento, fra l’irrisione e la disperazione (…)». Altri hanno parlato di manierismo, di vuoto surrealismo, di disorganicità. In realtà, i salti di registro e di codice linguistico sono uniti da un unico filo, si inseriscono in un medesimo scenario teatrale nel quale viene rappresentata, in varie forme, dal farsesco, al descrittivo, al fantastico, non la paura della morte, che anzi viene presa in giro, ma della vita stessa.
«Maria Giuseppa si ammalò, ve l’ho già detto, e poi morì. Ma forse che è morta per me? E poi, se è morta per me, forse che devo averci rimorso io? Se m’è piaciuta un momento, oppure se, insomma, l’ho baciata, che ne ho colpa io? Alla fine non le ho fatto nulla di male. (…) Dimodoché, tanto per finire, adesso sto solo nella casa, solo sul serio adesso. (…) Vado tutte le sere a spasso e qualche volta arrivo fino al Camposanto, come v’ho già detto. Ho trentaquattro anni. Ho finito. Buonanotte, Signori». Cosa c’è dietro questa cinica riduzione al nulla della realtà se non l’ostinato e un po’ afasico sforzo di lenire la propria desolazione attraverso l’approdo ad un sentimento compiuto ed autentico. Un sforzo inutile come quello di voler vincere sul tavolo da gioco, perché la libertà nel vivere umano, come il caso nella roulette, ci conducono inesorabilmente al caos. Quel caos che a Landolfi in fondo in fondo non dispiaceva.
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NOTE
Le immagini (dall'alto):
Rispettivamente, il Casinò di Venezia, di San Remo e un tavolo da gioco all'interno del Casinò di Saint Vincent
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