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DOSSIER
Vitaliano Brancati

Il bell'Antonio e la sindrome di Don Giovanni in Sicilia

La ricerca sfrenata dell’apparenza

(Maria Ludovica Moro)

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Ai nostri giorni la ricerca dell’affermazione dell’uomo sulla donna si è fatta – se possibile – ancor più aspra e prepotente che mai, forse per il timore da parte delle donne di perdere quel terreno che tante conquiste femminili hanno da tempo – anche se illusoriamente – guadagnato e da parte degli uomini la paura di averne perso troppo. La storia de "Il bell’Antonio" di Vitaliano Brancati (edita nel 1949) si ripropone attualissima ed emblematica.

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a ristretta, provinciale, ma diffusa, mentalità che Brancati racconta ed ambienta in una Catania e in una Roma degli anni ‘30, fasciste, tutto sommato ingenue, piene di maschi repressi, rozzi e desiderosi di affermare la propria virilità, vive oggi a livello planetario, ben oltre i confini di una piccola città o di una capitale, in tutta la sua drammatica povertà spirituale.

Il dramma di Antonio Magnano ne Il bell'Antonio (1949), bellissimo, adorato dalla famiglia, invidiato dagli amici e desiderato indistintamente da tutte le donne in cui si imbatte, è quello dell’impotenza sessuale e di non riuscire a dimostrare di essere quel campione del sesso che tutti, fin da quando è nato gli attribuiscono e danno per scontato a causa della sua indiscutibile bellezza. Antonio è un pesce fuor d’acqua in questo acquaio formicolante di ormoni, di fantasie, di odori e di aspettative quasi mai appagate…

Così il bell’Antonio viene mandato a Roma, “nel continente” per cinque lunghi anni, senza che accada quel che tutti credono sia la sua unica missione della vita, in un umiliante e triste sentimento di debolezza e speranza ogni volta delusa, che lo riporta a Catania, sposo promesso - dalla famiglia - ad una bella ragazza di elevata estrazione sociale, che non saprà rendere donna, onorando a tutti gli effetti il suo ruolo di marito. Ma il carattere di questa ragazza ingenua e debole, destinata in matrimonio ad un “buon partito” ci viene descritto a sufficienza già nelle poche implacabili righe che la ritraggono nella sua prima giovinezza: «Barbara imparò a suonare il violino e a dipingere, andò a teatro, ai concerti e alle conferenze, senza con questo compromettersi minimamente con l’arte ed il pensiero, che le rimasero del tutto estranei». In queste poche parole c’è tutta la mancanza di personalità per cui Barbara sopporterà per tre lunghi anni il matrimonio “non consumato” con il suo Antonio. Ma c’è anche – nel termine “compromettersi” tutta la negatività che si possa attribuire al fatto che una donna metabolizzi l’istruzione e sia arricchita ed evoluta dalla cultura.

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Brancati riesce con la sua vivida e ironica scrittura a rendere il racconto ricco di emozioni e spesso di situazioni umoristiche, in un continuo susseguirsi di scene familiari, di chiacchiere, di bisbiglii, di angosce nascoste, di piccoli colpi di scena, di lunghe e dettagliate descrizioni psicologiche… La dannazione terrena di Antonio è esattamente agli antipodi di quella del mitico Don Giovanni celebrato dalla letteratura di ogni tempo…e come un contrappasso dantesco – in vita - l’ossessione per il sesso gli viene imposta ed inculcata quanto quella di Don Giovanni viene combattuta, fino a trascinarlo alla morte nella dannazione eterna…

Ma cosa nasconde in realtà tutta questa ossessione descritta da Brancati negli anni di cui narra così come oggi? Un vuoto, enorme, di valori, soprattutto di ideali, di speranza nell’uomo, incapace di raffrontarsi con il ben più difficile terreno dei sentimenti, della vera comunicazione tra esseri umani, più che mai incatenato alla materialistica e fine a se stessa logica del profitto e del consumo.

Così la pubblicità, la televisione, il cinema, Internet e ogni altro medium tecnologico, ma anche la letteratura – quella di second’ordine, ma ai primi posti nelle classifiche – promuove sostiene e incoraggia questa ossessione. Perfino i politici, lusingati e corteggiati dai media usano termini accattivanti, si spingono sui palcoscenici dello spettacolo, curando in modo inquietante il proprio look, esibendosi nella propria vita privata, spesso a causa del proprio abissale vuoto di contenuti, di progettualità e di vero impegno sociale, sull’onda di futili chiacchiere da comari che comunque fanno notizia.

La ricerca sfrenata di un’apparenza estetica prestante - e soprattutto sessualmente attraente – veicolata dai media è diventata quindi un dictat, non solo per i giovani, ma soprattutto per i più maturi, che – uomini e donne – si sottopongono ad umilianti cure estetiche e farmacologiche per recuperare un’immagine, in realtà spendibile solo da un punto di vista “fisico” e spesso con risultati grotteschi. I sentimenti, i progetti di vita, il rispetto per le persone, soprattutto quello per le donne, sempre più usate come oggetti, viene purtroppo messo in secondo piano.

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Anche Brancati in lunghi tratti di questo romanzo ci mostra gli ambienti di un’ “italietta” corrotta, dove solo pochi privilegiati fanno carriera al seguito di piccoli meschini gerarchetti impomatati, ma certo non avrebbe mai immaginato che più di cinquant’anni dopo nulla sarebbe mutato e il mondo sarebbe se possibile peggiorato, diventando quello che è: una piccola squallida provincia globale. E pensare che con gli strumenti oggi a disposizione si potrebbe – se solo si volesse! - ribaltare tutto questo, ritornare di nuovo a mettere al primo posto il pensare e il vivere di etica, di giustizia, di sentimenti e di arte…

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NOTE



BIBLIOGRAFIA

Milano, 2007-06-14 14:03:05

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«[...]di pescivendoli, ortolani, fioriste, acquafrescai – insomma, tutta la vita traboccante di suoni di quella città libera, selvaggia, oscura e beata insieme, nota in tutta Europa per la sua gioia, di cui dava esca, talora, un ignoto quanto insensato dolore, giustificato, presumiamo, dalle precarie quanto strane sue condizioni politiche: di capitale di un regno senza fondamento di bontà o ragione, e perduto nello sfrenato Immaginario.»

(Anna Maria Ortese, Il cardillo addolorato)

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