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Cosa resta oggi della preziosa eredità intellettuale di Leonardo Sciascia? |
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curioso leggere sulla pagina che apre un libro che a Sciascia sarebbe piaciuto: «Un leggero spaesamento. Questa è la prima sensazione provata da chi, abituato per ragioni di mestiere a leggere processi inquisitoriali del 500 e del 600, si accosti agli atti dellistruttoria condotta nel 1988 da Antonio Lombardi e Ferdinando Pomarici a carico di Leonardo Marino e dei suoi presunti correi.» Chi è abituato ad occuparsi di Inquisizione è lo storico Carlo Ginzburg. Linchiesta è quella sullomicidio Calabresi, per il quale Adriano Sofri oggi è in carcere. Il libro è Il Giudice e lo Storico, considerazioni in margine al processo Sofri. La presenza di Sciascia, dellombra e del riflesso del suo pensiero, te la porti accanto per tutta la lettura di questo libro, dallinizio alla fine.
Quale giustizia, dunque? Questa è la domanda che ti resta nel fondo e si ripete ossessivamente. Può essa arrivare a negare se stessa proprio nel momento in cui raggiunge la punta più alto di sacrificio degli uomini che la incarnano? A Consolo, come a noi tutti, Sciascia manca. Manca la sua lucida visione profetica. Ma sarebbe ben povera cosa se tra i suoi lasciti ci fosse principalmente la visione del fallimento del Psi: «quel partito socialista sono parole di Consolo che alla sua fine, come frutto avvelenato, ci avrebbe lasciato in eredità un uomo e un partito: Berlusconi e Forza Italia, del cui potere o strapotere tutti soffriamo e di cui ci vergogniamo». E, invece, ci manca lostinata volontà di non chiudere mai il cerchio della comprensione dei fatti umani con rassicuranti e troppo corrette conclusioni; di rimandare la risposta ad ogni dilemma un po più in là, per mezzo di una nuova questione, di un nuovo dubbio, di una diversa osservazione. Ci manca la tenace forza di metterci continuamente in discussione. Quando Sciascia riusciva ad anticipare quello che sarebbe accaduto nel nostro paese intorno agli anni 70, lui si schermiva: «Non sono un profeta, ma leggo la realtà e due più due fa quattro». Ecco allora che, dopo la battaglia sui professionisti dellantimafia, avremmo voluto sentire la sua voce, la sua riflessione adagiarsi tormentata, eppure sempre lucida, sulle stragi di Capaci e di Via Amelio. Ricevere da lui, in quei momenti di smarrimento e di resa, un barlume di comprensione. Di ascoltare un ragionamento in grado di conciliare il garantismo con il sacrificio delle vite umane, il diritto formale con la giustizia quotidiana.
Ha scritto il filosofo Gustaw Herling che «per anni lantimafietà è stata la misura di tutto. Con leccezione di Sciascia: gli altri facevano e fanno romanzi sulla mafia, però, solo lui seppe portare la mafia dentro la sua narrativa e i suoi saggi bellissimi.» Opere che partivano dallOnorata Società, in realtà, parlavano del limite del mondo. «Contraddisse e si contraddì», diceva Leonardo Sciascia di se stesso. E questa è la sua più stringente eredità. Ed ancora, con le parole di Candido Munafò, «la morte è terribile non per il non esserci più ma, al contrario, per lesserci ancora e in balia dei mutevoli sentimenti, dei mutevoli pensieri di coloro che restano» (Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia). Ci ha lasciato il coraggio di fare i conti con il limite umano; con i suoi libri e i suoi articoli ci ha condotto per mano su quella debole corda che separa, anzi no, unisce il giusto e il torto; la forza della denuncia e la mansuetudine della comprensione; lanelito ad un mondo migliore e la pesante difesa della ragione e del diritto. E ci ha così fatto vincere la paura di sbagliare, di cadere. Ma oggi siamo rimasti soli. Un po meno capaci di leggere la realtà di oggi.
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«Perchè qualcosa possa cambiare, perchè il groviglio di conflitti d'interesse che minaccia di soffocare le nostre economie allenti la sua presa, deve accadere qualcosa su un piano diverso, che forse in questo senso, sì, é quello dell'etica individuale e collettiva.»
(Guido Rossi, Il conflitto epidemico) |
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