GABRIELE BALDINI: STUDIOSO, SAGGISTA, TRADUTTORE, FU IL PRIMO CURATORE UNICO DELL'OPERA COMPLETA DI SHAKESPEARE

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Gabriele Baldini

Il diagramma di un’emozione nella fruizione del testo
(di Enrico Terrinoni)


n’analisi delle opere di fiction di Gabriele Baldini necessita di alcune precisazioni preliminari. Infatti, tra gli innumerevoli titoli che compongono la bibliografia dello scrittore, la narrativa viene tradizionalmente adombrata, e fino oscurata, dai prodotti di una fecondissima attività di studioso, saggista, e traduttore. Una simile ineludibile precondizione, si crede, dovrà orientare ogni discorso sopra la “riscoperta” di quei preziosi testi dimenticati .

Baldini è soprattutto noto, in Italia e all’estero, principalmente per i meriti accademici in ambiti di anglistica, americanistica e musicologia. Fu il primo curatore unico di una traduzione dell’opera completa di Shakespeare, compilò diverse antologie di letteratura inglese, sono noti i suoi saggi su Webster e Melville, e fanno ancora scuola, in Italia, una storia del teatro elisabettiano e un famoso compendio su Shakespeare. Oltre a tali studi, vanno ricordati una biografia di Giuseppe Verdi, tradotta anche in inglese, una raccolta di scritti sulla comunicazione televisiva, diversi programmi radiofonici e un paio di veloci apparizioni in due film di Pier Paolo Pasolini. Infine, si devono a Baldini innumerevoli articoli e saggi in rivista e su quotidiani, un testo autobiografico e due libri di narrativa, Memorietta sul colore del vento e Selva e torrente.

Insomma, a dare il polso del numero di titoli presenti nella bibliografia di Baldini — impressionante se si considera che allo studioso accadde di incontrare la morte in circostanze drammatiche a soli cinquant’anni — valgano le parole di Ennio Flaiano, che parlò dell’amico raccontando come, ad un’età tutt’altro che veneranda, avesse già scritto uno scaffale di libri. Eppure all’oggi in Italia vengono ristampati solamente il Manualetto Shakespeariano in Einaudi e, nella Biblioteca Universale Rizzoli, alcuni volumi di traduzioni da Shakespeare, originariamente pubblicati in tre eleganti tomi rilegati in pelle.

IIC Londra
L'Istituto Italiano di Cultura di Londra, situato al numero 39 di Belgrave Square, di cui Gabriele Baldini fu direttore, dal 1960 al 1962
La presente, e fugace, riconsiderazione di alcuni scritti del professor Baldini si inserisce nel più ampio contesto di un generale risveglio dell’attenzione critica nei suoi confronti. Nell’anno accademico 2002-2003, infatti, all’Università degli Studi Roma Tre è stata organizzata, dal dipartimento di letterature comparate, una conferenza di due giorni a lui dedicata. Vi hanno partecipato alcuni dei più noti ed importanti specialisti di letteratura inglese e americana in Italia, e si è dato rilievo non solo alla saggistica e alle vicende biografiche di Baldini ma anche, sorprendentemente, alle opere narrative. Tali testi, se ebbero la possibilità di raggiungere il grande pubblico dei lettori grazie alla pubblicazione presso case editrici di rilievo nazionale, all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, certamente giacciono oramai solamente nelle biblioteche universitarie, o in quelle private di qualche appassionato collezionista.

Dove risiede la mancata notorietà degli scritti puramente letterari, e in generale l’oblio in cui sembra esser caduta, per il lettore contemporaneo italiano, parte della sua produzione durante il trentennio a decorrere dalla dipartita? Nel presente intervento si tenterà di dimostrare come tale destino editoriale e di pubblico non renda conto del valore, in termini stilistici, ma più in senso lato letterari, di quei testi. Ma prima di entrare nel merito, ci si conceda di disegnare una breve cornice biografica al fine di inquadrare storicamente il personaggio.

Gabriele Baldini nacque nel 1919 a Roma. Il padre era il noto scrittore legato al circolo de «La Ronda», Antonio Baldini. Nelle ramificazioni, anche di parte materna, dell’albero genealogico figurano altri letterati e studiosi di rilievo, tra cui Emilio Cecchi, Silvio e Fedele D’Amico. Studiò Lettere e Filosofia a Roma dove frequentò le lezioni di Mario Praz. In seguito dovette riconoscere come propri maestri Cecchi e il filologo classico Giorgio Pasquali. Dopo la laurea visse a Cambridge come Research Fellow e poi tornò in Italia dove insegnò a Pisa, Trieste, Napoli e infine a Roma. Qui ebbe come proprio assistente il futuro scrittore Giorgio Manganelli. Nel 1950 sposò Natalia Ginzburg, già moglie di Leone Ginzburg, intellettuale e critico ucciso dai nazifascisti in carcere, a Roma, dopo l’armistizio del 1943. Nel 1960 fu nominato direttore dell’istituto italiano di cultura a Londra e dopo due anni tornò ad insegnare in Italia. Baldini morì nel 1969 a seguito di una trasfusione di sangue infetto resasi necessaria a causa di un incidente automobilistico occorso a Roma, nella zona di Muro Torto, in cui rimase gravemente ferito. Per un profilo, per lo più caratteriale, del professor Baldini, può risultare utile leggere l’articolo Lui ed io di Natalia Ginzburg, incluso nella raccolta Le piccole virtù.

Muro Torto
Il tratto di mura tra Porta del Popolo e Porta Pinciana, è noto col nome di "Muro Torto" (Murus Ruptus). Nonostante dia l'impressione di essere sul punto di crollare da un momento all'altro, non venne mai rinforzato né ricostruito, nella convinzione che lo stesso San Pietro avrebbe protetto la città
Tutta la narrativa di Baldini fu pubblicata postuma. Nel 1970 vide la luce Selva e torrente, scritto durante le ultime settimane di vita, mentre nel 1973 uscì Memorietta sul colore del vento, composto nel 1967. Entrambi i libri constano di circa centocinquanta pagine, condividono una serie di riferimenti autobiografici velati, e sembra siano incentrati su quello che vorrei definire, un “discorso sopra la morte”. Il loro impianto è di tipo fantastico, il messaggio ha del visionario, eppure di tanto in tanto rivelano un sostrato realistico. Tale miscela di elementi a prima vista incongrui e opposti, dona in realtà ai testi un fascino particolare, una sorta di “realismo meraviglioso.”

La Memorietta sul colore del vento è il racconto di un naufragio e dell’approdo, da parte di un personaggio immaginario, il capitano Bernardo Nicola Cizico, in un’isola sconosciuta dove si danno una serie di avvenimenti misteriosi in un crescendo di indeterminatezza. L’atmosfera creata è un misto di ansia e tranquillità che porta gradualmente il lettore verso la silente rivelazione dell’arcano. La sua storia viene inquadrata da una prefazione in cui Baldini stesso, identificato nella figura del curatore, spiega che il testo è stato rinvenuto in frammenti all’interno di due bottiglie, affidate al mare dal capitano Cizico.

L’introduzione è quella di un’edizione critica, in cui l’editor si propone di rivelare il metodo con cui tenterà di ricostruire il dettato del racconto, allo scopo di renderne la versione nel modo più prossimo possibile agli intenti dell’originale. Nella stessa sono presenti elementi autobiografici quali il riferimento alla Scholarship di Cambridge e al soggiorno nell’istituzione accademica britannica. Durante tale periodo, secondo la ricostruzione immaginaria della prefazione, sarebbe stato affidato allo studioso Baldini il compito di lavorare sulle carte Cizico per renderle pubblicabili e, prima ancora, intelligibili.

Nella storia, il narratore-naufrago si trova infatti — e da ciò scaturisce il graduale senso di angoscia che invade l’universo del lettore — a vivere in un luogo dove la vita scorre esattamente al contrario rispetto alla normalità: ovvero, parte dalla morte, che si dà appunto sotto terra, per arrivare alla nascita con l’entrata definitiva nel grembo materno. Morte e vita infine coincidono, secondo l’immagine romantica consueta che vuole accostate l’idea di grembo e quella di tomba — esplicite in inglese nella rima tomb/womb.

Dell’isola sconosciuta, con fedeltà di filologo, il capitano ci informa persino degli usi linguistici oltre che dei costumi sociali e della tecnologia. In ciò e nella precisione con cui si raccontano le particolarità dell’idioma, affiora ancora l’autore, il professore. Alcune delle annotazioni in materia sono particolarmente interessanti, tra cui quella riguardante la mancanza di un lessema che indichi propriamente l’idea di morte, di dipartita, poiché questa è tutt’uno, in quel luogo misterioso, con la nascita. Dell’unica parola adatta ad indicare il terribile significato, la sola pronuncia spaventa e allo stesso tempo affascina gli abitanti dell’isola. L’unica traduzione italiana che il narratore sa renderne è: ‘tomba-madre’:

Muro Torto
«E' questo un grosso masso delle antiche mura della Città, che mostra d'essere ben presto per cadere a terra, e pure così stava in tempo di Bellisario Capitano di Giustiniano Imperatore, il quale volendo ridurlo in migliore stato di difesa contro i nemici, fu assicurato da' Romani, che s. Pietro Ap. aveva preso la difesa di quella parte della Città: onde lasciollo senza riparo, e senza presidio, come da Procopio si riferisce trattando della guerra Gotica.» (Giuseppe Vasi, incisore in Roma, circa 1750)
«Cominciarono solo più tardi a guardarmi con sospetto. Loro sempre più giovani e io sempre più vecchio. Ma come far capire loro il concetto se di tutte le parole che avevo io e che avevano loro quella solo non riusciva in qualche modo a prodursi, a commerciarsi? [...] Nascita, morte. Era la stessa cosa, non c’era nessuna possibile sfumatura che le distinguesse. La stessa parola serviva per entrambe, o meglio era una cifra atroce che diceva tutta la felicità e tutto lo strazio nello stesso emettere del fiato che cedeva all’aria, a quelle orecchie che ascoltavano, affascinate ed atterrite» [1973, 144].

Sullo stesso tono, direi, da epitaffio, si inserisce il più tardo Selva e torrente che Baldini compilò, come ricordato, in prossimità della morte. Giorgio Manganelli, che ne scrisse una breve nota introduttiva, ne elogia il distacco ironico e la levità con cui il tema sotterraneo della dipartita viene affrontato:

«Vi sono scrittori che pervengono alla loro meta più singolare e propria, a scrivere il loro libro più esatto e segreto solo portando a termine e sigillando, nello stesso tempo, un itinerario di solenne destino personale. Gabriele Baldini aveva scritto molto, e genialmente, con gusto erratico ed ilare, nella sua vita; ma questo libro, che più di ogni altro fatalmente e mitemente gli appartiene, lo scrisse poche settimane prima di morire; con la dissimulazione patetica e signorile che gli era propria finse estro e gioco quella che era una distaccata, disincantata attesa. Guidato dalla intima, finale vocazione a “guardare altrove” egli scrisse un libro dedicato alla morte […]» [in sovracopertina].

Si tratta di un dialogo immaginario, esule da qualunque logica temporale, cronologica e persino logica, tra due persone, due amici vissuti in epoche differenti, di cui uno è già morto e abita in una dimensione ultraterrena, mentre l’altro è ancora in vita. Lo si è definito dialogo, ma Baldini ne dà conto come segue in una breve nota finale:

«Tutto quello che non si capisce e tutti i conti che non tornano sono tali per decisa volontà dell’autore; non già per bizzarria, ma perché è sembrato che la cosa veramente non avesse importanza alcuna in siffatto genere di pubblicazione. Il sogno dell’autore da giovane era di scrivere delle opere liriche nello stile di Bellini Verdi Wagner e Strauss. L’unico progresso nella direzione di quel sogno sono queste carte» [1970, 138].

Diviso in quattro parti — di cui la prima è denominata ‘l’intenzione violetta’...

(1/2 continua––» 2/2)

Enrico Terrinoni: nato a Gorizia nel 1976, è docente a contratto di Lingua e Traduzione Inglese all’Università di Roma Tre. Precedentemente è stato Government of Ireland International Scholar, e “assegnista di ricerca” presso il dipartimento di letterature comparate dell’Università di Roma Tre. Attualmente è Research Scholar in the Humanities and Social Sciences presso lo University College Dublin. Nel 2001 ha pubblicato il volume Voci d’Irlanda: oralità e tradizione nella cultura irlandese (Il Bagatto libri, Roma). Ha tenuto interventi su James Joyce a Dublino, Belfast, Edimburgo, Aberdeen, Parigi, Roma, Trieste. Tra le sue pubblicazioni sull’autore di Ulysses figurano lavori usciti in To the Other Shore (Belfast), Joyce Studies in Italy (Roma), PaGes (Dublin), James Joyce Broadsheet (Leeds). Ha tradotto e curato l’autobiografia di Brendan Behan (Confessioni di un ribelle Irlandese, Giano, 2003) e sta lavorando alle traduzioni di altri autori scozzesi e irlandesi, presso Giano e Adelphi, che usciranno nell’autunno 2004.

Milano, 28 giugno 2004
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