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GABRIELE BALDINI: STUDIOSO, SAGGISTA, TRADUTTORE, FU IL PRIMO CURATORE UNICO DELL'OPERA COMPLETA DI SHAKESPEARE |
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Dove ti condusse la scala? Alla morte o alla resurrezione? Né alluna né allaltra: si trattò soltanto di una fuga» [37] Nella dimensione ultraterrena, il defunto incontra i sette peccati capitali di fronte ai quali non è più possibile alcun pentimento poiché la loro comparsa fa leffetto di una «macchina medievale dalluso malcerto: non tanto vecchia da essere arrugginita e inutilizzabile, se si fa tanto dassecondarne lipocrisia. Certo, oggi non morde più, e si usa soltanto in provincia, dove cede ancora qualche risultato. Le vestigia comunque interessano la storia dellarte medievale [...]» [38]. Come si vede, un simile distacco ironico dalla materia trattata, oltre che risultare straniante, suggerisce in qualche modo una formazione accademica da cui non ci si vuole allontanare. In Baldini lartista e il critico, lo studioso e il creatore dimmagini, si fondono insieme e mai si distanziano troppo luno dallaltro. In tale qualità insieme con un utilizzo della lingua che non cede certo agli usi dellitaliano contemporaneo del secondo dopoguerra risiede quanto vè doriginale e creativo nella sua narrativa. E così, forse paradossalmente, gli scritti di fiction a cui si è fatto breve e insufficiente cenno, sembrano muoversi ancora nella tradizione della critica impressionistica, sempre a metà tra la rappresentazione letteraria del percepito e la sua immediata categorizzazione.
«It is the critical faculty that invents fresh forms. The tendency of creation is to repeat itself. [ ] The mere creative instinct does not innovate, but reproduces» [1994, 1119-20]. Un caso illuminante, in cui a tale interrelazione tra critico e artista accade di manifestarsi, è la cornice che lo studioso costruisce per proporre al lettore linterpretazione di una precisa circostanza testuale in Shakespeare: la ragione a cui si deve la mancata presenza, e quindi la morte, nellEnrico V, di Sir John Falstaff personaggio di successo insuperato sui palcoscenici elisabettiani dopo le sue fortunatissime avventure nella prima e seconda parte dellEnrico IV. Alla fine del secondo play il borioso cavaliere viene rinnegato dal principe Hal, ormai divenuto re e quindi costretto ad abbandonare le sconsiderate e truffaldine imprese di gioventù. Baldini, nella nota introduttiva allEnrico V, mentre si prova a dar conto della mancanza di Sir John in tale dramma, così imposta il dilemma e la sua soluzione: «Perché Shakespeare ha ucciso Falstaff?, ebbe a domandarsi qualche critico, come Sir Arthur Quiller Couch. Perché doveva farlo, si risponde; perché aveva già consentito che il re lo colpisse al cuore, e una volta ferito il cuore, a un uomo non resta che morire» [1985, 15]. In tal senso, la critica diviene critica darte, e la funzione dello studioso si approssima sempre più a quella dellartista creativo e creatore, poiché, parafrasando ancora Wilde:
Una conclusione simile potrà raggiungersi se oggetto di studio, anziché gli scritti narrativi di Baldini, diventino le sue traduzioni. Come sè accennato, infatti, lo studioso fu curatore dun edizione dellopera completa di Shakespeare, di cui tradusse tutti i drammi. In verità, rare furono le occasioni in cui le versioni di Baldini vennero rappresentate. Tra queste si ricordano le interessanti performance, negli anni Cinquanta, sul terzo programma della Rai. Una delle motivazioni per cui quelle traduzioni vennero generalmente considerate poco rappresentabili fu il loro esser caratterizzate da una capillare meticolosità nella resa fedele del significato, che spesso portò il critico a rendere eccessivamente lunghe delle battute originariamente più brevi ed agili. Altro aspetto del quale si pensò le versioni dovessero soffrire fu lo stile, diciamo, manzoniano alcuni dissero rondiano che condizionava la prosa. (Qui prosa è termine adatto se altri mai poiché, fatte salve alcune eccezioni, nelle traduzione di Baldini come in tante altre di quegli anni e prima, pubblicate in Italia rispetto ai versi, viene privilegiata per lo più la scelta della prosa, anche nei casi in cui loriginale si affidava alluso della poesia). In breve, la monumentale opera del critico, si disse, soffriva di taluni vizi di forma che ne avrebbero compromesso la recitazione. In realtà, almeno se prese in comparazione con altre versioni italiane dei drammi di Shakespeare, incluse quelle rispettose dellalternarsi i poesia e prosa invero, nella lingua darrivo, non sempre deffetto quelle di Baldini dimostrano una straordinaria tensione nei confronti della rappresentazione a tutto tondo delluniverso di partenza, mirata ad inserirsi nel contesto culturale della target language con la fedeltà di un filologo rigoroso e tutte le peculiarità di un gusto letterario raffinato e colto.
«[ ] il concetto di fedeltà ha a che fare con la persuasione che la traduzione sia una delle forme dellinterpretazione [ ] e che linterpretazione debba sempre mirare, sia pure partendo dalla sensibilità e dalla cultura del lettore, a ritrovare non dico lintenzione dellautore, ma lintenzione del testo, quello che il testo dice o suggerisce in rapporto alla lingua in cui è espresso e al contesto culturale in cui è nato» [1995, 123]. In questi termini, dunque, latto del tradurre di Baldini si presenta come una ulteriore creazione mai distante dal testo, e sempre tesa verso luniverso del lettore, con la sobrietà rigorosa dello studioso, modellata sullestro divertito dellartista. Si prenda a titolo desempio la resa di un poetico passo in prosa dellEnrico V: una battuta di Sir John Falstaff in cui si legge il manifesto delle ribalderie sue e del compagno di truffe, il principe Hal, sotto la luce duna umanità estrema, che Baldini sa rendere magistralmente e col sorriso sulle labbra, nella sua peculiare generosità linguistica: «Fal. Well, then, sweet wag, when thou art king, let not us that are squires of the nights body be called thieves of the days beauty. Let us be Dianas Foresters, Gentlemen of the Shade, Minions of the Moon; and let men say we be men of good government, being governed as the sea is, by our noble and chaste mistress the moon, under whose countenance we steal» [I, ii 1956, 14]. [Fal. E allora, per la Madonna, mio caro burlone, quando sarai re, non fare che noi, cavalieri della notte, siamo chiamati ladri delle bellezze del giorno. Concedi pertanto a noi di far la scorta alle cacce di Diana, dessere i gentiluomini delle tenebre, i favoriti della luna, e la gente dica pure che siamo uomini di condotta esemplare, essendo governati, come lo è il mare, dalla nostra nobile e casta padrona, la luna, sotto il cui volto e sotto la cui protezione noi rubiamo] [15]. In conclusione, Gabriele Baldini, in virtù dei suoi scritti critici ma anche di quelli narrativi e delle traduzioni, si propone come un modello di critico-artista, o artista-critico, in linea di continuità con Ruskin o Pater nel mondo inglese e, diremmo, con Cecchi o Manganelli nel panorama italiano. Limportanza delle opere postume Memorietta sul colore del vento e Selva e torrente da intendersi come ideali prolungamenti dei frutti dellattività di studioso e filologo risiede quindi proprio nella loro qualità di testi critico-narrativi, ovvero di composizioni di natura sperimentale in cui facoltà critica e creativa si fondono insieme, in un risultato certamente originale e senza precedenti nel contesto della letteratura italiana del secondo dopoguerra. (FINE)
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«Le madri sono le responsabili, ma non vengono mai chiamate a render conto delle loro responsabilità, quando sarebbe necessario, delle loro responsabilità, perché il mondo che le circonda ha delle madri, da millenni, un’opinione così alta, inestirpabile, positiva.»
(Thomas Bernhard, Estinzione) |
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