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IL RUOLO DELLA DONNA NEL DECAMERON DI GIOVANNI BOCCACCIO: L'ASSENZA DEL PADRE PADRONE CONSENTE ALLE FIGLIE LA RIVELAZIONE DELLA PROPRIA SESSUALITA'

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Dossier
Giovanni Boccaccio


Intorno a una novella del Decameron

(di Paolo Di Paolo)


Giovanni Boccaccio
Giovanni Boccaccio
ella terza novella della IV Giornata, quella degli amori tragici, Giovanni Boccaccio fa raccontare a Lauretta la storia di tre giovani donne che si trovano nell'allora inusuale posizione di poter scegliere in tutta libertà il proprio compagno. Mentre in altre novelle del Decameron la presenza di un terzo incomodo, (sia esso un fratello, il padre o un rivale dell'amante-amato) impedisce ai personaggi femminili il sogno di libertà che sfocia nel riconoscimento delle proprie pulsioni, in Dopo la felicità l'assenza del padre consente la fuga e il coronamento del sogno, a prezzo però della passione stessa, che si esaurisce nella noia. Paolo Di Paolo, nella sua lettura critica, mette la novella in relazione con altre appartenenti alla stessa giornata, per attuare poi una riflessione sul ruolo della donna nell'opera dell'autore del '300.

1. Dell’ira

La definizione dell’ira – lo evidenzia Vittore Branca (1) – aprendo la terza novella della Quarta Giornata «adempie a quella funzione introduttiva che in altre hanno le sentenze o i proverbi o le dissertazioni teoriche»; ed è affidata a una donna, Lauretta, che prende la parola quasi a volere contentare Filostrato, disturbato dalla eccessiva comicità della vicenda di Frate Alberto (IV 2), che tuttavia non aveva certo avuto lieto fine:

«Troppo siete contro agli amanti crudele, se pur malvagio fine disiderate di loro; e io, per ubidirvi, ne racconterò una di tre li quali igualmente mal capitarono, poco de’ loro amori essendo goduti.» (IV 3, 3)

Ma prima di entrare in medias res, dunque, Lauretta, rivolgendosi alle «giovani donne», prende a ragionare riguardo all’ira, e subito la inserisce tra i “vizi” in assoluto più pericolosi: «da sentita tristizia sospinto […] in ferventissimo furore accende l’anima nostra», e offusca gli occhi della mente «di tenebre» o, se si vuole, per rifarsi a Dante, di «fummo» nero, pungente, fastidioso – quello stesso che avvelena il cielo della terza cornice purgatoriale e

«che l’occhio stare aperto non sofferse;» (2)

e perciò si incede a passi esitanti: è necessaria una guida, una spalla cui aggrapparsi. Uscire dal fumo dell’ira è arduo e disagevole, e molti tentativi in questa direzione sono destinati al fallimento perché

«[…] hic totus concitatus et in impetu est, doloris armorum, sanguinis suppliciorum minime humana furens cupiditate, dum alteri noceat sui neglegens, in ipsa inruens tela et ultionis secum ultorem tracturae avidus.» (3)

E – continua Seneca nelle prime pagine del De ira – essa non è padrona di sé, accantona ogni decoro, trascura i rapporti sociali, è testardamente presa e coinvolta nel portare a compimento ciò che ha cominciato a travolgere, è resa inquieta da futili motivi, incapace di discernere ciò che è giusto e ciò che è vero, e

«ruinis simillima quae super id quod oppressere franguntur.» (4)

Per di più, se avviluppa nel suo «fummo» una donna, è in grado di arrecare danni invero smisurati. Lo ammette, e ne è convinta, la stessa Lauretta, consapevole del fatto che «più leggiermente in quelle [le donne] s’accende e ardevi con fiamma più chiara e con meno rattenimento le sospigne». D’altra parte, è naturale che il fuoco bruci con più vigore le «leggieri e morbide cose». Dunque il punto di partenza della novella è proprio questo, e il narrare di Lauretta mira a dimostrare quanto possa condurre alla più disperata infelicità l’ira di una donna.

2. In assenza del padre

La cornice è una «antica e mobilissima città» della Provenza, una città di mare, Marsilia, il cui nome torna in alcuni versi danteschi (Purg., XVIII 102 e Par., IX 91 sgg.). Per rendere più precisa l’ambientazione, Boccaccio sceglie nomi che evochino in chi legge suggestioni provenzali. Il mercatante N’Arnald Civada, Folco («Folco mi disse quella gente a cui / fu noto il nome mio […]», Par.., IX 94), Ughetto (sulla cui scelta, secondo Branca, «poterono influire suggestioni poetiche […] e suggestioni storiche, specialmente quelle legate alla corte angioina» (5). Città, Marsilia, un tempo ricca di mercatanti, tra i quali spiccava, appunto, N’Arnald, uomo «di chiara fede» e leale, sebbene di origini modeste, e padre di tre figlie in età da marito. Le due gemelle Ninetta e Magdalena avevano già compiuto quindici anni, e l’altra, Bertella, quattordici (l’età canonica per il matrimonio era tra i quattordici e i diciotto anni). Per maritarle, dunque, non si attendeva altro «che la tornata di N’Arnald, il qual con la sua mercatantia era andato in Ispagna».

È proprio in assenza del padre che si compie la vicenda. Ninetta già coltivava da tempo una segreta passione per tale Restagnone, giovane di umili condizioni. E «per buona pezza» essi avevano goduto, segretamente, del loro amore, quando due giovani compagni, Folco e Ughetto, che le eredità dei padri defunti avevano resi ricchissimi, «l’un della Magdalena e l’altro della Bertella s’innamorarono». Fiorisce l’amore, insomma, in casa di N’Arnald, lui ignaro e lontano – e fiorisce repentino e travolgente nei cuori delle giovani donne, assieme al sogno di una vita “altra” e felice, lontanissima da quella a cui il ritorno del padre le avrebbe inevitabilmente condannate. Il tema – topico nel Decameron e infinitamente presente in tanta letteratura antica e moderna – della passione segreta, segretamente coltivata e consumata, non si carica qui di una componente comune a molte novelle decameroniane: la presenza, secondo il classico schema triangolare, di un antagonista che si oppone all’amore segreto, lo scopre e lo distrugge. Si pensi – in questa stessa Giornata, che è, appunto, quella degli amori tragici – alle vicende di Tancredi e Ghismunda, o a quella, se possibile ancor più crudele, di Lisabetta da Messina.

3. Lo svelamento della sessualità

È interessante notare come nelle situazioni, ricorrenti, «degli amanti scoperti da chi, marito fratello o padre, ha potere sul personaggio femminile» (Bruni) (6), oltre all’elemento della differenza di classe sociale, che provoca reazioni violentissime (si veda, ad esempio, la novella II 6, nella quale Giannotto e la Spina sono prima sorpresi e minacciati di morte, poi perdonati quando si scoprirà che Giannotto è di famiglia nobile), se ne aggiunge uno ulteriore che investe il rapporto padre-figlia: lo svelamento, la rivelazione della sessualità femminile. È esemplare, in questo senso, proprio la prima novella della Quarta Giornata, quella di Tancredi e Ghismunda, immersa in un’atmosfera di segretezza, di un non-detto gelosamente custodito nel silenzio. Tancredi, affatto ignaro della passione per il giovane Guiscardo coltivata dalla figlia, era solito di «venirsene alcuna volta tutto solo nella camera della figliuola e quivi con lei dimorarsi e ragionare alquanto e poi partirsi». Ebbene, un pomeriggio «dietro mangiare» Tancredi entra nella camera della figlia e trova le finestre chiuse e «le cortine del letto abbattute»: lei è fuori a giocare insieme alle sue damigelle, lui decide di aspettarla lì, non volendo «lei torre dal suo diletto», e ascolta la sua voce allegra che sale dal giardino, voce di figlia amata, donna che tornando a lui sente tornata bambina. È dolce l’attesa, e l’atmosfera ombrosa della camera lo protegge, lo conforta, lui fragile e geloso, amante la figlia di un amore «tenerissimo, superlativo, perfino esagerato» (7). C’è la vita che vuole e che ama, in quella camera e in quell’attesa, la stanza di sua figlia bambina: lì è cresciuta, al riparo di quelle pareti, lì ha attraversato moltitudini di pomeriggi e di notti. Così Tancredi si addormenta. La figlia rientra in camera e non si accorge della presenza del padre, apre l’uscio al suo Guiscardo e prende ad amoreggiare con lui. All’improvviso l’atmosfera ombrosa si carica di sospiri, di maliziosi scherzi d’amore, di gridolini soffocati. Tancredi si sveglia “e sente e vede” «ciò che Guiscardo e la figliuola facevano». Vorrebbe esplodere in un grido, ma poi rimane nascosto, tace, «dolente a morte» per quella rivelazione inaspettata; e la figlia ora gli è lontanissima, forse neppure più figlia, solo donna, corpo di donna, carnalità e desiderio. Piangerà di fronte a lei, per quello che lui dice oltraggio e vergogna:

«[…] in questo poco di rimanente di vita che la mia vecchiezza mi serba, sempre sarò dolente di ciò ricordandomi.»

Ma lei, Ghismunda, a ciglio asciutto, non chiederà perdono. Lo chiamerà “Tancredi” e non “padre” – come a volersi slegare da lui, a tagliare un invisibile vischioso cordone ombelicale, un filo – e rivendica il suo amore, nella dimensione spirituale («e se appresso la morte s’ama, non mi rimarrò d’amarlo») ma pure, soprattutto fisica:

«Esser ti dové, Tancredi, manifesto, essendo tu di carne, aver generato figliuola di carne e non di pietra o di ferro»;

e si dice poi «piena di concupiscibile desiderio». La vicenda si concluderà tragicamente, con la morte di Guiscardo e il suicidio di Ghismunda, ma quel che ora è interessante sottolineare è proprio il momento dell’affermazione, della rivelazione della sessualità di fronte al genitore. Sono anch’io, come te, di carne, dice Ghismunda, rivendicando fermamente il suo diritto ad amare e a godere pure dell’amore fisico. Tancredi che resta in silenzio nel buio della stanza da letto, “e vede e sente”, impietrito dinanzi al corpo della figlia che si muove e freme nell’amplesso, è l’immagine dell’uomo che avverte crollare, assieme alle certezze su cui aveva costituito il suo dominio, sé stesso. E crolla allora, improvvisamente, il potere che era convinto di detenere sul corpo della figlia; perde allora, in quel preciso istante, le chiavi del lucchetto con cui credeva di averne serrato il sesso, assieme alla certezza che lo avrebbe un giorno nuovamente dischiuso secondo il suo volere di padre e padrone.

Taluni, seguendo una lettura psicoanalitica, hanno voluto ravvisare – in questa e nella novella di Lisabetta – l’ombra di un rapporto incestuoso. Serpieri, ad esempio, ha notato che proprio in quest’ultima si può avvertire una strana reticenza del Narratore nel dare meglio forma e senso alla molla che spinge i fratelli a contrastare l’amore segreto di Lisabetta. L’infrazione della giovane donna li sconvolge perché sentono la sessualità della sorella come vergogna che li contamina? Alla domanda si può rispondere affermativamente, ma non perché essa mina una sicurezza di affetti che sta sulla soglia dell’incesto: mina qualcosa di più profondo, una certezza assoluta e totale di dominio sul corpo della donna – forse l’unica certezza in grado di rassicurare e alimentare una virilità altrimenti costretta a fare i conti con l’incapacità ad agire pienamente nel lavoro (i loro affari, non a caso, erano gestiti da un altro uomo, proprio l’amante di Lisabetta), con la passività e la frustrazione. Sono eloquenti – se è consentito un ulteriore rimando alla novella di Ghismunda – le parole con cui Tancredi rimprovera il giovane Guiscardo per avere tradito la sua fiducia ed essersi macchiato di una colpa tanto grave come l’avere avuto un rapporto fisico con la figlia:

«Guiscardo, la mia benignità verso te non avea meritato l’oltraggio e la vergogna la quale nelle mie cose fatta m’hai, sì come io oggi vidi con gli occhi miei».

«Nelle mie cose» dice Tancredi riferendosi all’onore della figlia. Esempio molto significativo di un modo tutto maschile di pensare e di agire durato a lungo nei secoli, e che Boccaccio sembra quasi intento a volere superare, sondando acutamente l’animo femminile, ascoltandone la voce, e restituendogliela poi attraverso quella delle modernissime eroine decameroniane.

Nella novella da cui siamo partiti, invece, la scelta di un amore non imposto dall’alto non trova impedimenti. La sessualità femminile non necessita qui di affermazione o rivendicazione, ma fiorisce silenziosa e segreta tra le mura domestiche, come nelle altre novelle citate, e trova poi la libertà, favorita dall’assenza della figura paterna, di esplodere in un altrove.

4. La notte, le notti

Le tre protagoniste della novella hanno dunque ciascuna il proprio amore, destinato però in partenza ad infrangersi contro il volere paterno. Sennonché l’amante di Ninetta, Restagnone, dopo essere entrato in confidenza con i due ricchi compagni Folco e Ughetto, avanza una proposta coraggiosa:

«Voi siete ricchissimi giovani, quello che non sono io: dove vogliate recare le vostre ricchezze in uno e me fare terzo posseditore con voi insieme di quelle e diliberare in che parte del mondo noi vogliamo andare a vivere in lieta vita con quelle […] e quivi ciascun con la sua, a guisa di tre fratelli, viver potremo li più contenti uomini che altri che al mondo sieno. A voi omai sta il prender partito in volervi di ciò consolare, o lasciarlo».

La proposta è presto accettata dai due giovani, «che oltre modo ardevano», e Ninetta si prodiga per convincere le due sorelle: non le ci vuole molto. Tanto accende in loro desiderio di un’altra vita «con dolci parole» che esse «non credevano tanto vivere che a ciò pervenissero». «Sembrava, dunque, a loro – chiosa Marti – di tardar troppo quasi morissero in attendere». Ma finalmente giunge la notte della partenza segreta: le sorelle portano via dalla stanza del padre «grandissima quantità di denari e di gioie» ed escono di casa. I tre amanti sono fuori ad attenderle. Salgono su una barca e la sera seguente sono a Genova.

Boccaccio procede nella narrazione di notte in notte. La prima, concitata, notte della partenza – il “furto”, il silenzio misterioso, i tre amanti in attesa: sei personaggi in fuga dalla società e dalle regole che essa impone. Non si fugge in pieno giorno, si fugge di notte, quando la città dorme e il buio occulta e protegge. Poi la seconda notte: ormai sono lontani da casa. Genova, un’altra terra, «dove i novelli amanti gioia e piacere primieramente presero del loro amore»: finalmente ci si può abbandonare al piacere, finalmente riprendersi il corpo e la vita. «E rinfrescatisi», aggiunge poi Boccaccio, dando quasi il senso di un respiro profondo, di una liberazione, di un totale ristoro delle membra e dei sensi, possono ripartire. «E d’un porto in un altro» il viaggio procede «senza alcuno impedimento». Allora ecco finalmente la meta neppure troppo a lungo vagheggiata: Creti, dove tutto è una festa, in una cornice luminosa senza tempo; dove la vita più felice sembra raggiunta, posseduta. Il salto narrativo è repentino: dal «cominciarono a vivere» alla noia: «quantunque le cose molto piacciono avendone soperchia copia rincrescono» – opinione classica e «sentenziosamente divulgata nel Medioevo», peraltro già espressa nel Filostrato. Le notti a venire, dunque, saranno tutte dolorose e crudeli – e le tappe dell’amara vicenda scandite proprio da inquietanti “notturni”. Ninetta impazzisce per una ingiustificata gelosia e accecata perciò dall’ira «una sera» avvelena Restagnone. La potenza di quell’«acqua mortifera» è tale «che avanti che il matutino venisse», Restagnone muore, ed è poi seppellito e pianto dagli amici ignari della ragione di quella morte precoce e crudele. «Ma non dopo molti giorni avvenne che per altra malvagia opera fu presa la vecchia che alla Ninetta l’acqua avvelenata composta avea», ed ella finisce per confessare, martoriata, di avere fornito il veleno alla giovane donna.

«[…] di che il duca di Creti, senza alcuna cosa dirne, tacitamente una notte fu dintorno al palagio di Folco e senza romore o contradizione alcuna presa ne menò la Ninetta, dalla quale senza alcun martorio prestissimamente ciò che udir volle ebbe della morte di Restagnone».

Il duca è intenzionato a fare giustizia e «tutto pareva niente», tutto era inutile per dissuaderlo dall’intenzione di uccidere l’assassina Ninetta. Ma Magdalena sa di essere l’unica a poter «la sirocchia dal fuoco sottrarre», perché il duca l’aveva lungamente vagheggiata, e mai lei gli si era concessa. Di nuovo una notte, un’altra notte: Folco e Ughetto vengono trattenuti dalla polizia, e il duca «a albergare se n’andò segretamente con la Magdalena». Il duca salva dunque la Ninetta «per prezzo di quella notte» e la mattina seguente prega la Magdalena «che quella notte, la quale prima era stata nel loro amore, non fosse l’ultima». È la stessa mattina in cui, al risveglio, Folco e Ughetto vengono liberati, e credono che la Ninetta sia stata già uccisa, «mazzerata» (8). Presto però Folco si accorge che non è così: «si maravigliò molto e subitamente suspicò», e fu un tutt’uno la confessione della Magdalena e il morire «invano mercé addomandante», trafitta da una spada. «Lei lasciata nella camera morta», Folco, «con viso infintamente lieto», propone alla Ninetta di partire, di andare lontano, per evitare l’ira e la giustizia del duca. La paura la convince presto ad acconsentire, e «senza altro commiato chiedere alla sorella, essendo già notte, si mise in via […] e alla marina andatisene, sopra una barca montarono, né mai si seppe dove arrivati fossero».

Qualche odioso maldicente accusa Ughetto della morte di Magdalena; e il duca, che molto la amava, «focosamente alla casa corso», costringe lui e la sua donna a confessarsi colpevoli, sebbene ignari di tutto e innocenti. Condannati a morte, «con grande ingegno coloro che gli guardavano corruppero, dando loro una certa quantità di denari […], senza avere spazio di potere alcuna lor cosa torre, sopra una barca montati di notte se ne fuggirono a Rodi, dove in povertà e in miseria vissero non gran tempo».

Il buio della notte, come si è cercato di dimostrare, è funzionale alla creazione di precise atmosfere che si incontrano nel corpo della novella. La notte della fuga: il buio occulta una grave infrazione alle regole del vivere sociale. Mentre la città dorme, i giovani prendono la via del mare e in breve tempo si allontanano da un contesto entro il quale ritengono impossibile la realizzazione di una vita felice. La felicità è altrove, e quell’altrove ha un’aura mitica, un tempo senza ore, una cornice esotica che invita al sogno e all’abbandono. Poi la notte di Genova, si diceva, città di mare, mercantile, umana, grigia e celeste, come l’avrebbe cantata nel nostro Novecento Giorgio Caproni: «Genova d’acquamarina / aerea, turchina» (9). La notte in cui si riprende possesso della propria vita e del proprio corpo, senza più paure, in un “fresco” e gioioso convito d’amore. E poi, ancora, una serie di notti taciute, le notti dopo l’approdo a Creti, le feste e l’allegria della vita nuova. È dopo la felicità che le notti dei protagonisti di questa novella diventano nere, orrorose, angoscianti. C’è un’unica notte d’amore, come pegno di salvazione dalla morte: Magdalena che cede il suo corpo al duca di Creti per sottrarre «la sirocchia dal fuoco». Le notti a venire saranno tragedie come e più di quella che aveva aperto la strada all’orrore, la notte dell’acqua mortifera che uccide Restagnone: fino a quella dell’ultima disperata fuga, mortifera anch’essa.

5. La gelosia

Dopo la felicità, dunque, la noia, e appresso una gelosia stupida insensata e crudele, che si inserisce in una sorta di consecutio suggerita dalla novellatrice Lauretta (tristizia ira furore). Una festa, una di quelle feste che scandivano i primi felici giorni di Creti, e una donna, «bella e gentil», un amore che si spegne e uno nuovo che nasce da quelle ceneri.

«E come che in processo di tempo s’avenisse, o che Restagnone l’amistà della donna amata avesse o no, la Ninetta, chi che gliele rapportasse, l’ebbe per fermo: di che ella in tanta tristizia cadde e di quella in tanta ira e per conseguente in tanto furor transcorse […].

Ninetta decide di uccidere Restagnone. E Boccaccio non si sofferma più oltre sui tormenti di quell’animo lacerato dalla gelosia. Già le parole introduttive avevano a sufficienza spiegato che l’ira offusca completamente la ragione – e in una donna è ancor più distruttiva. Ed è proprio nella gelosia che si sviluppa e cresce la fiamma di quell’ira. D’altra parte, non rappresenta forse una delle componenti più pericolose nel rapporto d’amore? Boccaccio riesce a condensare in una proposizione secca quanto incisiva le terribili ossessioni che la gelosia comporta, e quel cieco prestare fede a ogni parola altrui purché tesa a rafforzare e non attenuare i sospetti tormentosi che già affollano l’animo. Sarebbe impossibile, per un tema così largamente presente nella letteratura, anche soltanto citare eventuali suggestioni di pagine precedenti o posteriori al Decameron. Bastino, più che altro per diletto, queste righe, nitide e assolute, de La Prigioniera di Marcel Proust (10).

«Si finisce con l’assumere ogni giorno in dosi enormi, sotto forma di sospetti, la stessa idea d’essere traditi di cui una piccola quantità potrebbe essere mortale se inoculata come per iniezione da una parola devastante. Ed è per questo, probabilmente, e per un riflesso dell’istinto di conservazione, che lo stesso soggetto geloso non esita a concepire sospetti atroci a proposito di fatti innocenti salvo poi, di fronte alla prima prova che gli si fornisce, rifiutarsi all’evidenza.

6. La sfida persa con la società

Nel corso della Quarta Giornata, dove è dominante il tema dell’amore illecito scoperto da chi «marito fratello o padre, ha potere sul personaggio femminile» e quindi condotto alla dissoluzione tragica, la novella esaminata presenta, come si è visto, una situazione tutta particolare. L’amore illecito rimane segreto e si consuma in assenza del padre, che appunto è figura rappresentativa delle regole su cui la società si fonda. Ma non viene scoperto e mutato in tragedia da un antagonista esterno al rapporto d’amore: è nello stesso rapporto d’amore che si sviluppa metastaticamente una cancrena che lo corrode dall’interno e che attraversa le fasi della noia e della gelosia poi sfociante in un furore distruttivo. Questa è novella senza lacrime, arida e crudele come talvolta è il destino; ed è senza speranza o consolazione. L’amore illecito finisce sì in tragedia per Ghismunda, per Lisabetta, per Andreuola, per Simona e Pasquino, per Girolamo e la Salvestra, ma nelle lacrime che bagnano un cuore, nel basilico che cresce odoroso e florido dalla testa di Lorenzo ucciso, in una sepoltura comune, nell’abbraccio o nella «pioggia di baci» che forse può risarcire il dolore di un distacco senza riparo, Boccaccio proietta la convinzione dolce e suggestiva dell’amore eternato in una dimensione ultramondana, diremmo quasi mistica, religiosa. Un amore che supera il legame corporeo: «e se appresso la morte s’ama, non mi rimarrò d’amarlo», sostiene solennemente Ghismunda di fronte al padre (e c’è un’eco, in queste parole, che – annota Branca (11) – può ricordare Francesca). Tutto questo nella terza novella non c’è: la sfida alla società, nata non in seno ad essa ma al di fuori, è persa, e la condanna è senza appello, senza la minima consolazione. I sei protagonisti hanno evaso le regole mai trovando impedimenti, senza soffrire per potere amare, e hanno amato, dunque, in un altrove favoloso, hanno forse addirittura assaporato la felicità (troppo facilmente?). È così che dopo quella felicità effimera vanno incontro a un destino durissimo, tanto duro che la novellatrice Lauretta, finito di raccontare, tace dolente.


NOTE
1 Decameron a cura di V. Branca, Einaudi 1980, p. 506
2 Purgatorio XVI, 7
3 “[…] questa è tutta un fuoco e brucia nel tormento furioso dello sdegno e del rancore, folle d’un delirio disumano di armi sangue supplizi, decisa a nuocere agli altri mentre di sé non si cura: con veemenza si espone impavida perfino alle armi, bramosa di una vendetta che pur trascinerà con sé il vendicatore.” Seneca, De ira, I 1
4 “in tutto simile alle macerie, che rovinano su ciò che hanno già travolto.” Seneca, op. cit., I 2
5 Branca, op. cit., p. 508
6 F. Bruni, Boccaccio. L’invenzione della letteratura mezzana, Il Mulino 1990 p. 274
7 A. Vegezzi, Il tempo storico e le forme (Boccaccio), Zanichelli p. 690
8 «Mazzerare è gittare l’uomo in mare legato a una gran pietra o, legate le mani e’ piedi, con un sasso al collo» (Da Buti)
9 G. Caproni, Litania, da Il passaggio di Enea (1956)
10 M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto, La Prigioniera, trad. di G. Raboni, Mondadori
11 Branca, op. cit., p. 478

Milano, 28 Marzo 2003
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