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CON I PELLEGRINI DELL'ASSOLUTO GIAMPIERO COMOLLI TRASFORMA LE ESPERIENZE DI FEDE IN NARRAZIONE

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Dossier
Giampiero Comolli

Solo il Racconto che Dice, è all’altezza dell’Ineffabile che Tace.
(di Roberto Caracci)


Giampiero Comolli
Giampiero Comolli
(foto © Gigliola Foschi)
Giampiero Comolli è nato nel 1950 a Milano, dove risiede. Scrittore, giornalista e saggista, ha viaggiato in Oriente, ed è impegnato in una ricerca sui mutamenti spirituali religiosi nella società contemporanea. Ha pubblicato i romanzi: La foresta intelligente (Cappelli, 1981), Il banchetto nel bosco (Theoria, 1990), Il Picco di Adamo (Baldini & Castoldi, 1999); i racconti: Le sette storie doppie (Theoria, 1986), Il suono del mondo (Theoria, 1992); i resoconti di viaggio Alle porte del vuoto. Da Marrakech verso il deserto (Theoria, 1988); i saggi Risonanze. Saggi sul mito, la scrittura, l’Oriente (Theoria, 1993); Buddisti d’Italia. Viaggio fra i nuovi movimenti spirituali (Theoria, 1999). La sua ultima pubblicazione, I pellegrini dell'Assoluto. Storie di fede e spiritualità raccolte tra Oriente e Occidente (2002), racconta le confessioni di uomini e donne del nostro tempo che, ad un certo punto della loro vita, hanno abbracciato una fede religiosa, buddhista o musulmana o protestante, lungo una via spirituale.
SINTESI
Pellegrini dell’assoluto sono tutti coloro che si imbattono a un certo punto della vita in una esperienza di "conversione" spirituale. Verso queste l’esperienze spirituali, l'indagine dello scrittore Giampiero Comolli suggerisce un'etica dell’ascolto, un atteggiamento disposto all’apertura.
In questi tempi di intolleranza, Comolli più che alla re-ligione che religa guarda alla religiosità e al mistero del sacro.
Il discorso abbraccia le fedi arcaiche, pagane o idolatriche, e anche le posizioni ateistiche o scettiche in materia di religione, con rispetto di tutte le testimonianze di fede e confessione, con un atteggiamento non solo di apertura e curiosità, ma spesso anche di commozione o ammirazione.
I pellegrini dell’assoluto (Baldini Castoldi Dalai 2003) è un libro dal profondo respiro narrativo. La voce narrante- intervistante è parte delle storie, ogni intervista diventa una auto-intervista improntata alla ricerca di senso.
I pellegrini dell'assoluto si offre a noi come un pellegrinaggio. Comolli visita le esperienze di fede che vengono trasformate in narrazione. Durante l'incontro del 18 gennaio 2005, al Giardino d'inverno, lo scrittore ci ha ripetuto che l’Ineffabile è il vero protagonista di questo libro.
Ma come si concilia il racconto dell'ineffabile? La risposta al quesito è che solo il Racconto che Dice, è all’altezza dell’Ineffabile che Tace.

1. UN PELLEGRINAGGIO NELLE EPIFANIE DELLA FEDE

hi sono i pellegrini dell’assoluto? Tutti coloro che, vagando alla ricerca di una verità che dia senso alla loro vita, si imbattono a un certo punto, per caso o per necessità, in una esperienza di illuminazione, di epifania spirituale, di conversione. Tutti coloro insomma che vivono il momento magico di una esperienza di fede, nella sua fase più acuta e coinvolgente. A costoro l’intervistatore- giornalista- provocatore Giampiero Comolli dà la parola, con la curiosità e l’empatia di chi è disposto all’ascolto, è egli stesso in qualche modo coinvolto nella grande dimensione della religiosità, e forse è egli stesso un pellegrino dell’assoluto, un uomo tra tanti che hanno qualcosa da chiedere e qualcosa in cui credere.

2. PER UN’ETICA DELL’ASCOLTO

uesto libro, I pellegrini dell’assoluto (Baldini Castoldi Dalai 2003), ha una natura profondamente etica, oltre che spirituale: si tratta di un'etica dell’ascolto, che suggerisce a chiunque lo legga un modo d’essere vicino a quello dell’io narrante-intervistante, ossia disposto all’apertura verso l’esperienza degli altri, specie quando quest’esperienza ha la forza di un momento epifanico di trasformazione, di redenzione o di sconvolgimento nella fede.

3. LA LUCE DEL RACCONTO

omolli riconosce che il primo impulso a scrivere questo libro-inchiesta sulle esperienze di fede e conversione nelle varie religioni è stato quello di raccontare, raccontare delle storie, attingendole dalla viva voce di chi le ha vissute dentro di sé. Dietro l’intervistatore, dunque, non c’è il sociologo o il filosofo delle religioni che cerca testimonianze di fede da analizzare alla luce di quale teoria, ma il narratore che ama ascoltare storie e raccontarle, sapendo che di tratta di storie particolare, vissute nella più densa intensità di una esperienza spirituale.

4. IL CALEIDOSCOPIO DELLE FEDI

e testimonianze sono raccolte nell’ambito di tutte o quasi le confessioni religiose, ma anche oltre le religioni istituzionali o tradizionali: il discorso abbraccia le fedi arcaiche, pagane o idolatriche, e anche le posizioni ateistiche o scettiche in materia di religione. Ciò che colpisce in questo libro è la disponibilità a rispettare tutte le testimonianze di fede e confessione, con un atteggiamento non solo di apertura e curiosità, ma spesso anche di commozione o ammirazione nei confronti di chi così spontaneamente racconta la sua esperienza di fede. Si potrebbe parlare di rispetto del pluralismo religioso, in questi tempi di scontro e intolleranza, ancora più che di sincretismo religioso: infatti Comolli non si comporta come un ‘assaggiatore’ o ‘piluccatore’ di confessioni religiose, scegliendo il meglio di tutte, ma come un semplice ascoltatore attento, che più che alla re-ligione che religa guarda alla religiosità e al mistero del sacro che vi è sotteso.

5. L’AUTORE E IL NARRATORE

iampiero Comolli precisa che l’io intervistante-narrante non coincide esattamente con l’autore. E questa notazione narratologica fa già capire come non di un semplice sondaggio saggistico si tratti, ma di un libro dal profondo respiro narrativo. Nell’avvicinare gli intervistati, Comolli agisce come un uomo che sta per ascoltare una storia degna di attenzione, ma egli stesso poi racconta non solo la storia ascoltata, bensì tutto ciò che a questa testimonianza è collegato- il luogo in cui si svolge l’incontro, le circostanze, l’atmosfera, i caratteri di quella particolare religione, l’aspetto del pellegrino ascoltato, eccetera- con una verve da narratore più che di giornalista. Anche perché poi il narratore-intervistatore passa gradualmente da una fase in cui riesce a conservare un qualche distacco ‘condito’ di curiosità rispetto all’intervistato, a un’altra in cui l’empatia cresce, il coinvolgimento si fa più caloroso, talvolta anche il turbamento aumento, e noi sentiamo che qui la voce narrante- intervistante è parte delle storie, è parte delle testimonianze di fede, si lascia insieme incantare e disincantare da queste testimonianze. Ogni intervista diventa così una auto-intervista improntata alla ricerca di senso.

6. UNA INCHIESTA COL SAPORE DEL ROMANZO

he il libro abbia un taglio narrativo, pur presentandosi come una inchiesta sulla fede e le sue testimonianze, lo si evince anche da quella specie di climax ascendente che si respira tra un capitolo e l’altro, laddove ciascuna intervista sembra far parte di un cammino spirituale, di un processo, di una ricerca, senza verità precostituite o pregiudizi o criteri preliminari rigidi di valutazione. Ogni dialogo sembra dunque la tappa di un processo inquieto che coinvolge l’io narrante, e indirettamente anche il lettore, come se ogni intervista corrispondesse a una domanda, e desse quindi una risposta non ultima, anzi passibile di nuove domande. Un cammino ermeneutico, si potrebbe dire, oltre che narrativo, che fa del libro una serie continua, e talvolta imprevedibile, di rivelazioni dalla parte stessa della voce narrante. In questo senso può essere letto come un romanzo-inchiesta, che apre sempre nuove prospettive e talvolta anche colpi di scena, nell’ambito di una ricerca per nulla teorica, ma profondamente umana, sulle ragioni del credere.

7. LA MAGIA DEL RACCONTO VISSUTO

n ogni caso, che si tratti di racconti reali o irreali, di fantasie o di vere illuminazioni, di testimonianze di illuminazione sofferte o fanatiche, Comolli rivela una sorta di sacra ammirazione per il racconto in sé, e per la testimonianza di vita, di fede, di anima, che vi è dietro. La forza di queste storie di ‘fede e spiritualità’ non sta in quello che dicono, ma in come lo dicono e nella stessa esplosiva spontaneità del loro essere raccontate.

8. MA QUANTI SONO GLI ASSOLUTI?

un certo punto l’autore, o meglio il narratore, si trova a un bivio: da una parte egli diventa il testimone di una concezione della religiosità in fondo universale, omogenea, coerente, laddove tutte le fedi sembrano convergere da punti diversi verso uno stesso Assoluto, che si Chiami Dio o Vuoto, come tanti sentieri di montagna che salgono da direzioni diverse verso la stessa cima; dall’altra, con un rovesciamento anche brusco, il narratore ha la sensazione invece che si tratti proprio del contrario, ossia che le esperienze religiose siano tutte una profondamente diversa dall’altra, che parlino linguaggi diversi e incompatibili fra loro, in un senso centrifugo e non centripeto.

9. SONO ALMENO DUE

al punto di vista strettamente religioso, Comolli – o per lui l’io narrante – vede una distinzione tra due concezioni dell’assoluto, l’una come Dio persona – che favorisce la ricerca di una identificazione del credente con lui e di una pienezza estatica trans-umana –, l’altra come Energia cosmica diffusa impersonalmente nell’universo e spesso coincidente con l’assenza, il nulla o il vuoto.

10. IL RACCONTO CHE DICE E L’INEFFABILE CHE TACE

nche il libro si offre dunque a noi come un pellegrinaggio. Il viaggiatore Comolli va in fondo alle radici della fede ma trova solo rami, tanti rami e arbusti di un albero enorme, variegato, straripante. Che cosa pensare di tutte queste testimonianze di fede, l’una diversa dall’altra? Esiste davvero una religiosità universale che va al di là delle singole religioni, oppure bisogna arrendersi al pluralismo infinito e in qualche modo anarchico delle esperienze di fede? Siamo costretti tutti, quando abbiamo a che fare con la fede, a viaggiare nella vita nello spazio e nel tempo, come fa il nomade io narrante-vagante di questo libro? E se avessimo bisogno di radici? E se avessimo bisogno di credere in qualcosa di sicuro, di solido e di unico? Quante volte dovremmo abbandonare una fede per convertirci in un’altra?

A queste domande, forse, a Comolli si interessa di meno che alla bellezza delle esperienze di fede che vengono comunque raccontate e da lui trasformate in narrazione. Durante l'incontro lui ci ha ripetuto che l’Ineffabile sta dietro a tutte queste testimonianze: l’ineffabile dell’esperienza vissuta, che resta qualcosa di magico, di perturbante, di sconvolgente. Ma se l’Ineffabile è il vero protagonista di questo libro, che ne è della sua trasformazione in racconto? Raccontarlo non vuol dire tradurlo e tradirlo? E’ lo stesso destino del mito.

In verità anche alla narrazione dell’esperienza vissuta, soprattutto quella di fede e illuminazione, Comolli assegna un valore magico e sacro. E solo il Racconto che Dice, potremmo concludere, è rocambolescamente all’altezza dell’Ineffabile che Tace.


NOTA SULL'AUTORE
Roberto Caracci
Roberto Caracci
(foto © ItaliaLibri)
Roberto Caracci, laureato in Filosofia e in Lettere moderne, abita, lavora e scrive a Milano, dove insegna Materie letterarie in un liceo scientifico.Ha pubblicato un volume di racconti, L'ingorgo, 1984, e testi narrativi su varie riviste. Oltre che di narrativa, si occupa di poesia, in qualità di saggista e critico. È redattore della rivista di poesia «Il monte analogo». Si occupa inoltre di filosofia e psicanalisi. Ha tenuto conferenze a Milano sulla Narratologia del sogno, una lettura narratologica del mondo onirico, fra letteratura e psicanalisi. Dal 1990 dirige un cenacolo letterario, il Salotto Caracci, che ospita poeti, narratori, filosofi , psicanalisti e raccoglie una discreta comunità di simpatizzanti.

Milano, 28 gennaio 2005
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