Cima delle nobildonne è il grande gioco di metempsicosi e metamorfosi di Stefano D’Arrigo

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Note mitiche ed ermetiche su Cima delle nobildonne di Stefano D’Arrigo
(di Marco Trainito)

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Hatshepsut
uesta entità dal corpo triplice che esegue l’intervento è anche di natura esplicitamente androgina, perché il suo «lavoro di rammendo di pelle» (p. 11) ha un «risvolto al femminile» (p. 12), essendo un tipico «lavoro donnesco» (p. 13). L’androginia, poi, come nota Schwarz [9] – ripreso da Anna Infanti [10] per tentare una lettura in chiave alchemica di Horcynus Orca –, nell’immaginario alchemico è la vera e obliata condizione dell’uomo immortale e creatore, cioè divino.

Ma l’alchimia è un’arte ermetica di metamorfosi artificiale, e il sapere ermetico, com’è noto, ci riconduce ancora una volta all’Egitto e ad Ermes, il quale, tra l’altro, è considerato sin da Omero [11] un traghettatore di anime nell’oltretomba, sicché il suo attributo di pastore di greggi [12], ovvero di morti, lo accomuna a Gerione, e il cerchio si chiude. Non stupisce allora che nella sala operatoria dell’Ospedale di Stoccolma, in cui siamo introdotti in apertura del romanzo, ci sia la reincarnazione di Ermafrodito, il figlio di Ermes e Afrodite (cioè della Morte e dell’Amore) ucciso a quindici anni nella sua mascolinità (anche Amina, affetta da pseudo ermafroditismo maschile, è solo un’adolescente: cfr. p. 8) e reso bisessuale dalla ninfa Salmaci, che per amore gli si avvinghiò addosso così selvaggiamente da fondersi con lui [13]. Amina, così, è ricreata, cioè fatta morire come pseudo ragazzo (il suo sonno anestetico sembra infatti eterno: cfr. pp. 48, 55 e 70) e risvegliata come pseudo ragazza, dal connubio tra la scienza medica (ermetica per eccellenza, per via anche della sua contiguità con la Morte) e l’Amore, quello dell’Emiro per lei e di lei per l’Emiro, così intenso da non temere un sacrificio che comporta la necessità di “cruentare” un corpo.

Orca
Paletta di Narmer: verso
Orca
Paletta di Narmer: recto
Dal punto di vista del discorso che qui stiamo intessendo, la figura culturalmente ‘complicata’ dell’Emiro è estremamente significativa. Egli è naturalmente un arabo, ma in quanto ricco Emiro del “Golfo del Petrolio”, non rinnega le sue antiche radici mesopotamiche (come rivela il suo culto mistico della scienza) ed è anche molto occidentalizzato, tant’è vero che non solo va a Stoccolma per fare operare Amina, ma intende addirittura costruire il Museo della Placenta del Kuneor con marmi di Carrara e, anziché vicino alla Moschea (cfr. p. 68), «al confine col campo di golf, lato mare, tra il Palazzetto dello Sport e il Palazzo del Ghiaccio, in vista dello stadio di calcio» (p. 13), come aveva detto a Mattia nel corso di una telefonata (e si noti il suo linguaggio da operatore turistico che recita a memoria le parole di un dépliant). Ma perché vuole costruire un Museo della Placenta? Perché, da quando ha appreso da Mattia, inizialmente tramite Belardo, la storia di Narmer e l’interpretazione della Paletta del trionfo di Hierakonopolis, si è convinto di essere la reincarnazione del padre del Faraone (cfr. pp. 65-66), e pertanto vuole che ogni suo suddito, futuro emiro, abbia la sua placenta «a portata di mano, col suo nome e la sua data di nascita, in una celletta di vetroflex della Placentateca», affinché un giorno possa portarla in trionfo accanto al braccio della gru che pompa il greggio, che è «la prima, vera Insegna della sua Dinastia» (p. 14).

Metamorfosi e reincarnazione, esplicitamente evocate in relazione rispettivamente a Margot e all’Emiro, come visto, coinvolgono un po’ tutti nel romanzo e in particolare esplodono in una sorta di fuoco d’artificio caleidoscopico con Planika e soprattutto con Mattia. Morte, reincarnazione e nostalgia dell’Origine (la madre, o la “premadre”, cioè la placenta, che è la fonte e il sicario della vita) segnano la vita del Professor Amadeus Planika, sin dalla nascita: «Amadeus, non sapeva da quando, sentiva di non farcela più a resistere al richiamo del suo gemello monocoriale, che ancora a sessant’anni lo tratteneva a uno stato di fetalità che era tuttuno stadio di fatalità. Perché, fra i due gemelli, l’uno, Wolfgang, primo nato, anche se nato morto, anzi proprio per questo forse, tirava a sé da tutti quegli anni l’altro, il nato vivo, Amadeus, e questo, col suo rimorso di sopravvissuto che mai gli dava tregua, si offriva docilmente, inertemente, come cosa sua, del fratellino, a farsi tirare verso il suo stato di morto, accanto a sé, in quella minuscola tomba del Cimitero ebraico di Praga» (pp. 95-96).

Ma che relazione c’è tra il “rimorso del sopravvissuto” di Planika per il fratello gemello nato morto e il suo culto magico e scientifico per la placenta? La risposta a questa domanda relativa al vissuto privato di un uomo giace nel fondo della memoria antropologico-culturale degli uomini, nel loro stesso inconscio collettivo popolato di miti e credenze magiche di ogni sorta. Essa, poi, è chiaramente leggibile nelle pagine del Ramo d’oro (§ 3 del III capitolo dell’edizione – ridotta – in volume unico del 1922) cui lo stesso Planika allude allorché, mostrando agli studenti del suo corso di Placentologia «un grande volume rilegato in rosso fiamma» (p. 27), cioè The human placenta di Boyd e Hamilton (1970), ricorda di passaggio l’espressione «External Soul» usata da Frazer per indicare la placenta (cfr. p. 28). Scrive infatti Frazer: «I Baganda [popolo dell’Africa centrale] credono che ogni persona nasca con un doppio, e identificano questo doppio con la placenta, che considerano un secondo figlio» [14]. E dopo un’ulteriore carrellata sulle più svariate pratiche magico-simpatetiche relative alla placenta (alcune delle quali citate indirettamente nel romanzo: cfr. p. 33), Frazer conclude: «Le credenze e le abitudini relative alla placenta (…) presentano un notevole parallelismo con la diffusa dottrina dell’anima trasferibile o esterna (…). È più che lecito, quindi, supporre che queste analogie non siano dovute a pura e semplice coincidenza, ma che il cordone ombelicale o la placenta ci forniscono una base materiale (non necessariamente l’unica) per la teoria e la pratica dell’anima esterna» [15]. L’anima esterna, quindi, va custodita, ed è dal tipo di cura che se ne ha che, secondo certe credenze, dipende il destino del nato. Ecco perché, secondo Planika, la mummificazione da parte del padre della placenta di Narmer è «un monumento dell’intuizione umana» dell’imprinting, cioè di «qualcosa che sarebbe stato scoperto millenni e millenni dopo» (p. 26). Ed ecco perché il padre di Planika, tramite l’ostetrico dottor Eliah, aveva consegnato la placenta del tragico parto gemellare della moglie al dottor Lazarik, lo sfortunato ricercatore praghese (destinato a essere deportato dai nazisti e a finire in una fossa comune ceca) impegnato nel vano tentativo di scoprire, attraverso lo studio delle placente, il Chorion Frondoso o Albero della Vita, cioè l’«abbozzo precursore e capostipite della placenta» (p. 28. Cfr. pp. 98-99).

Placenta [+]
Custodita insieme al ricordo del fratello morto nel laboratorio di un placentologo metà scienziato e metà “stregone” (p. 99), cui spesso da bambino si avvicinava nella «speranza di sentire in un giorno di vento lo stormire del Chorion Frondoso» (o il vagito di Wolfgang?), la placenta di Planika ha determinato il suo destino di placentologo sfortunato, quasi fosse una reincarnazione dello stesso Lazarik. Per gran parte della sua vita, infatti, egli ha voluto redimere la placenta, in cui vedeva la reincarnazione di Hatshepsut, perché, come il ricordo di quest’ultima è stato “raschiato” dal figliastro Thutmosi, allo stesso modo ogni placenta subisce la sorte di essere raschiata e cancellata dagli ostetrici-Thutmosi una volta espulsa (cfr. p. 33). Finché, deluso dalla scoperta che la stessa placenta, tramite i K-Seminomi depositati nel feto, è causa lontana di cancro e di morte per la creatura che ha creato, è lui a svolgere il ruolo del Thutmosi reincarnato, raschiando la placenta dalla parete della sala delle riunioni, cioè staccando la gigantografia della Paletta di Narmer e sostituendola per “sfregio” con una piccola riproduzione del Fregio di Knum e Toth sulla creazione mitica dell’uomo (cfr. pp. 85-92).

Ma è un gesto inutile, perché la placenta è sempre lì, trionfante, e la sua personalità, come lo ammonisce un passo degli Excerpta Medica di Psychiatria riemerso dalle «buie profondità della [sua] mente» (p. 81), è stata ormai trasformata in un “torso”, cioè in un’“opera mutilata”, dalla delusione. Non gli resta, allora, che abbandonarsi alle visioni allegoriche e oniriche, scorgere, ad esempio, nel suo destino una ripetizione per metempsicosi di quello dei due atleti americani, e infine cedere alla morte per infarto. Toccherà a qualcun altro, al suo allievo, riscattare e redimere il suo ricordo e la sua opera. E così, come Planika aveva dato senso e compimento al destino di Lazarik inventando e coltivando il ricordo di una cosa mai avvenuta in quel vecchio laboratorio di Praga «situato fra un argentiere e un orologiaio» (p. 98), cioè la scoperta da parte del povero scienziato della «struttura a stampo d’albero» (p. 99) del Chorion Frondoso, allo stesso modo Mattia darà senso e compimento al sogno di gloria della placenta coltivato dal Professore per tutta la vita, sognando di essere suo padre e di assistere commosso al suo trionfo a Hierakonopolis nel ruolo del Faraone Narmer e sotto la quarta Insegna della Dinastia rappresentata dalla sua stessa placenta (cfr. pp. 167-168).

Ma è con Mattia che il gioco delle metamorfosi e delle reincarnazioni raggiunge il suo culmine. Mattia è il protagonista del romanzo non perché è il personaggio principale ma perché svolge la funzione narrativa di raccordo tra i tre grandi “quadri” staccati e indipendenti (nel senso proprio dei nove “quadri” da cantastorie in cui si svolgevano le lunghissime “due parolette” di Caitanello al figlio ’Ndrja in Horcynus Orca) che costituiscono la ‘scena’ principale del romanzo. Questi tre “quadri” sono: l’Ospedale (in cui il romanzo comincia e finisce), l’Istituto di Placentologia e la casa di Irina. Mattia, infatti, è l’unico personaggio ad avere possibilità di accesso alle tre ‘scene’ (la metafora teatrale è esplicita e più volte ripresa nel corso della narrazione, a cominciare dall’incipit, allorché siamo avvertiti che Mattia, l’Emiro, le sue tre Mogli Anziane e una diecina di studenti assistono all’intervento «dall’anfiteatro sopra la sala operatoria»): è all’Ospedale durante l’intervento sia in quanto medico e amico del chirurgo, sia perché deve incontrarsi con l’Emiro per dargli una risposta definitiva sulla sua proposta di dirigere la Placentateca nel Kuneor; è all’Istituto con Planika e gli altri giovani medici perché è allievo del Professore; incontra Irina all’Ospedale e va a casa sua con Margot perché Planika, che lui trova morto nel suo appartamento dell’Istitito, gli lascia un misterioso messaggio su una lavagnetta in cui lo informa che una certa Irina Simiodice, sua connazionale (in realtà sua amante e «compagna di pattinaggio», pp. 166-167), l’indomani sarebbe stata operata di intervento radicale da Belardo.

Il viaggio circolare di Mattia attraverso queste tre ‘scene’ è insieme...

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NOTE
9. Cfr. Schwarz 2000: 139.
10. Cfr. Infanti 2002: 176.
11. Cfr. Odissea, XXIV, 1-10.
12. Cfr. Esiodo, Teogonia, 444-445.
13. Cfr. Ovidio, Metamorfosi, IV, 285-388.
14. Frazer 1922: 62.
15. Frazer 1922: 63.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 21 novembre 2006
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