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LA STRAORDINARIA RICCHEZZA TEMATICA E LA GENESI EDITORIALE UNICA DI HORCYNUS ORCA, IL POEMA EPICO MODERNO DI STEFANO DARRIGO |
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Se è abbastanza noto che il nome zoologico dellOrca è Orcinus Orca (o Orcynus Orca), meno noto è il fatto che lespressione Horcynus Orca non ricorre mai nel romanzo (per essere più precisi non ricorrono mai per esteso neppure le espressioni Orcinus Orca e Orcynus Orca). Per i pellisquadre di Cariddi (vale a dire i pescatori, cosiddetti perché hanno la pelle ruvida come quella dello squadro, cioè lo squalo, che a sua volta prende il nome da squadrare, ovvero lisciare e pareggiare il legno ruvido con la cartavetrata: «pelli, insomma, come la cartavetrata, ma più che pelli, caratteri», p. 254), lOrca è il ferone, cioè la grossa fera, perché con la fera essa condivide una caratteristica fisica ben precisa (oltre naturalmente a quella comportamentale della ferocia): «la coda piatta invece che di taglio» (p. 618). Quando però il navigato signor Cama, basandosi sul suo inseparabile manuale di cetologia illustrata, spiega loro che lanimale arrivato nello scille cariddi è unOrca, dice via via che essa è lorcinusa, lorca orcinusa, lorcynus (questultima espressione ricorre solo una volta, mentre le altre verranno poi ripetute spesso), per far capire che già nel suo nome (omen nomen ) è scritto il suo destino di animale assassino, creato da Dio solo per ammazzare gli altri e impersonare così la stessa Morte (cfr. pp. 657). Per il resto, lOrca, quando non è detta semplicemente orcinusa, è connotata nei modi più svariati nellinesauribile suppurazione linguistico-morfologica del romanzo, ogni volta per sottolinearne una sfumatura diversa, ma comunque legata alla ferocia, alla morte e alla putrefazione: oltre ai frequentissimi orcaferone (da orca + ferone) e orcagna (da orca + carogna), troviamo anche, occasionalmente, porca (cfr. p. 801), orcarogna (da orca + carogna + rogna: cfr. p. 801), orcassa (da orca + carcassa: cfr. p. 955), orcassale (da orca + carcassa + sale: cfr. 967), orcarca (da orca + arca: cfr. p. 985).
Altro discorso va fatto per la scelta della forma con la y nella denominazione latina dellOrca, che, come visto, non solo è attestata nelluso, ma ricorre una volta anche nel corpo del romanzo. Rispetto alla spiegazione dellH, quella della y è molto più congetturale, proprio perché non è uninvenzione di DArrigo. Pedullà propone una spiegazione molto complessa e affascinante. Intanto la y è il simbolo matematico di unincognita, e poiché cade al centro della parola orcynus, sembra alludere alla piaga dellanimale (la sua sezione trasversale avrebbe proprio quella forma), la cui origine è e resta misteriosa in tutto il romanzo. In biologia essa è anche il simbolo del cromosoma maschile, e ciò rimanda allorigine della vita, intimamente connessa con la malattia e la morte, dei cui segreti lOrca è depositaria. Infine, la y è una lettera greca (Y) passata al latino, e dallo stesso padre fondatore della cultura greca proviene lidea mitopoietica, poi ereditata e consolidata dai poeti latini, di popolare di creature di inaudita ferocia la Sicilia e il mare dello Stretto (Scilla e Cariddi, il Ciclope, ecc.). LOrca, dunque, in quanto Orco e Leviatano nello stesso tempo (da un pescatore è paragonata a un drago favoloso che chiederà tributi di pescespada che finiranno per ridurre alla fame la popolazione: cfr. p. 657), si presenta come il luogo dincontro di due tradizioni generalmente alternative nella cultura europea, ovvero quella classica, omerica, greco-romana, e quella ebraico-cristiana, assumendo così laspetto di un segno simbolico mostruosamente (è il caso di dirlo) significante. 2.2. LOrca, Omero e lOrco Sui legami di Horcynus Orca con lOdissea, col suo eroe, con le sue creature femminili e coi suoi mostri, non è il caso di dilungarsi troppo, perché sono di una evidenza palmare e si ha avuto modo di esplicitarli, sebbene in parte (Ndrja/Ulisse; Caitanello/Laerte; Cata/Nausicaa; Marosa/Penelope; Ciccina Circè/Circe e Calipso; femminote/sirene; e poi Scilla e Cariddi, al punto che DArrigo chiama il mare dello Stretto «lo scille cariddi» sin dallincipit del romanzo, ecc.). Basti qui sottolineare soltanto che la rivisitazione del mito in Horcynus Orca è però fortemente critica e demistificante, e in tal senso, a un livello più profondo, Ndrja è più lontano da Ulisse di quanto non lo sia Leopold Bloom: mentre infatti leroe omerico, dopo unassenza di venti anni, torna dalla guerra da vincitore e persino da maggiore artefice della vittoria (si pensi al Cavallo di Troia), trova la moglie che è stata ad aspettarlo pazientemente e riporta lordine nel suo piccolo regno facendo strage delle fere che infestano la sua casa, il povero nocchiero della Marina Italiana torna dopo soli due anni da una guerra persa dopo essere stato mandato allo sbando dal suo comandante autoaffondatosi, trova la sua promessa zita Marosa astiosa e sessualmente affamata come fosse sua moglie da anni (e invece è solo una muccusa, appena sbocciata durante la sua assenza) e, nel tentativo di restituire al suo mondo infestato da un ferone i valori perduti di dignità e lavoro onesto, muore appena quattro giorni dopo il suo arrivo mentre si sta allenando per una competizione sportiva, colpito in fronte da una pallottola sparata quasi per caso dalla sentinella di una portaerei un po troppo nervosa. Lespressione Horcynus Orca ci riporta però anche al mondo latino, in cui il termine orca, fra altre cose, indica proprio lorca assassina, come si può vedere nel celebre passo di Plinio il Vecchio che suona quasi darrighiano ante litteram (« cuius imago nulla repraesentatione exprimi potest alia quam carnis inmensae dentibus truculentae», Nat. Hist., IX, 12), e rimanda naturalmente a Orcus, che è il nome del regno dei morti, del suo custode e, in senso figurato, della morte stessa. Ma è Virgilio che, in occasione della discesa agli inferi di Enea (Eneide, VI, 273-281), descrive le fauci dellOrco in un passo che contiene in nuce, personificate (Luctus, ultrices Curae, Morbi, tristis Senectus, Metus, malesuada Fames, turpis Egestas, Letum, Labos, Sopor, mala mentis Gaudia, mortiferum Bellum, Discordia demens), praticamente tutte le nefaste conseguenze che comporta per i cariddoti la presenza dellOrca nel loro mare (terrore, sterilità, fame, inattività soporifera per lo spirito, discordia, sconcia esaltazione per lo sciacallaggio, ecc.). Da questo punto di vista, Horcynus Orca è il romanzo della disperazione, il romanzo di una catastrofe esistenziale, storica, antropologica e cosmica senza rimedio, in cui il mondo è abbandonato da tutte le divinità celesti ed è lasciato in balia solo di quelle ctonie e dei loro emissari più feroci: i dittatori che scatenano le guerre, le fere e, soprattutto, a riesumo simbolico di ogni forza del male, lOrca/Orco. Tutto muore in esso, inghiottito dallo sbadiglio delle fauci dellOrco: muore la forma di vita secolare dei cariddoti, il quali, se non scelgono il suicidio (come ha fatto Ferdinando Currò, leroico salvatore di donne e bambini nel corso del disastroso terremaremoto del 1908), possono sopravvivere solo adeguandosi a scendere a patti con i bassifondi del nuovo ordine del dollaro e con i suoi metodi cinici e utilitaristici, i cui profeti al livello più basso sono figure equivoche e parassitarie come lo scagnozzo e il Maltese; muore Ndrja, nel tentativo donchisciottesco di arrestare la storia nellattimo i cui essa stritola con somma indifferenza i più umili; e infine, a suggellare il Trionfo della Morte sulla sua stessa manifestazione fisica più emblematica, muore lOrca, dopo aver dato lillusione beffarda di essere una divinità benigna apportatrice di manna, quando invece, come ripete Luigi Orioles, la verità bruta è che lapparizione in superficie della cicirella è un effetto casuale degli inabissamenti del mostro marino, e se mai essa è segno di qualcosa, è segno solo dellinutile tentativo di questultimo di andare a distruggere la vita stessa alla radice (cfr. p. 663 e p. 667). 2/3
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