LA STRAORDINARIA RICCHEZZA TEMATICA E LA GENESI EDITORIALE UNICA DI HORCYNUS ORCA, IL POEMA EPICO MODERNO DI STEFANO D‘ARRIGO

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Genesi, vicenda editoriale, genealogia culturale e simbolismo nel romanzo di Stefano D’Arrigo
(di Marco Trainito)

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3. L’Orca, Moby Dick e il leviatano

l leviatano biblico, partendo dall’Orca di D’Arrigo, si può arrivare per ben due strade: una dritta, perché oltre a un esplicito riferimento a Giona c’è un’evidente eco del famoso Giobbe XL, 25-32 e XLI, 1-26 (descrizione del Leviatano-coccodrillo), e una che passa per Moby Dick, opera che come poche altre della cultura moderna è pervasa da cima a fondo da uno spirito biblico. Cominciamo da quest’ultima.

Che il grande romanzo di Melville (molto amato da Stefano D’Arrigo) sia echeggiato in Horcynus Orca è un fatto assolutamente ovvio (si pensi solo al fatto che il signor Cama ha un manuale di cetologia illustrata che sembra proprio quello ipotizzato da Melville nel famoso capitolo 32 di Moby Dick), ma qui ci interessa soprattutto vedere come il contatto con esso conduca l’Orca darrighiana verso il mostro biblico.

Le varie credenze sull’Orca come animale unico, onnipresente, immortale e contiguo alla Morte per destino intrinseco, sulle quali D’Arrigo insiste moltissimo, si ritrovano tutte quasi alla lettera nel giro dei celebri capitoli 41 e 42 di Moby Dick, intitolati rispettivamente Moby Dick e La bianchezza della Balena. Nel primo Melville riferisce due “superstizioni” da balenieri che riguardano il carattere soprannaturale della balena, ovvero la sua ubiquità nello spazio e la sua immortalità (che poi è l’“ubiquità nel tempo”). Nel secondo fa esibire Ismaele in una dottissima dissertazione storico-antropologica sul rapporto che nelle varie culture umane sussiste tra il colore bianco, il terrore e la Morte.

Abbiamo qui elementi sufficienti per ricondurre l’Orca di D’Arrigo, tramite Melville, entro l’alveo della cultura ebraico-cristiana, perché un animale unico, ubiquo e immortale può essere stato creato solo da Dio e direttamente, e questo il signor Cama non si stanca mai di ripeterlo ai pellisquadre. Ma queste caratteristiche della sua balena, Melville, più esplicitamente ancora di D’Arrigo, le riconduceva direttamente al mitico mostro biblico, come si vede già a partire dal fatto che l’ampio catalogo di citazioni cetologiche posto a vestibolo del romanzo comincia con ben cinque passi biblici: Genesi, I, 21; Giobbe, XLI, 24; Giona, I, 17; Salmi, CIV, 26 e Isaia, XXVII, 1, tre dei quali, cioè il secondo, il quarto e il quinto, menzionano esplicitamente il leviatano.

Tutto ciò, com’è evidente, apre la strada a un’interpretazione in chiave messianica, sacrificale ed escatologica dell’intero romanzo, che lo stesso D’Arrigo suggerisce a più riprese anche in contesti che non riguardano direttamente l’identificazione dell’Orca con il leviatano ebraico. Una lettura del genere, comunque, deve passare attraverso un parallelismo tra ’Ndrja, eroe-messia sacrificale e redentore, e l’Orca, mostro redento e pertanto destinato al pasto totemico con cui la comunità dei ‘giusti’ celebra la ritrovata comunione con Dio. E su questo parallelismo il testo lascia pochi dubbi.

Intanto ’Ndrja è sessualmente sterile (nonostante le tante occasioni, si accoppia a malincuore, almeno inizialmente, solo con la sacra prostituta Ciccina Circé) e la sua inconfessata ambiguità sessuale, cui spesso alludono i pellisquadre dopo il suo incontro con il Maltese (l’ambiguo faccendiere degli inglesi che lo ingaggia per la regata che lo porterà alla morte), si manifesta nella visione ricorrente della sua bocca imbrattata di rossetto rosso (simbolo di una “piaga” interiore non accettata, che molto probabilmente è il desiderio inconscio di essere donna; e ciò fa da pendant alla piaga dell’Orca: cfr. pp. 151 e 920).

Inoltre, nel suo addio alla “zita” Marosa, egli offre alla ragazza, che sta ricamando il suo cuore in nero su uno sfondo bianco, il petto nudo per farselo ricamare sulla pelle sopra quello vero (in una posa «che fatalmente ricordava … la posa dell’Ecce Homo», p. 1023), e quando la stringe al petto le sue lacrime gli scendono sul petto «come gli lacrimasse il costato a lui» (p. 1024). Con questo D’Arrigo crea un rapporto diretto con l’Orca, la quale, quando è trainata verso la riva legata per i denti, mostra agli sbigottiti pellisquadre il suo ultimo mistero: una macchia bianca a forma di cuore sul petto nero, «come un gigantesco neo di desio, una gigantesca insoddisfatta voglia d’orca incinta, stampata sulla pelle del figlio» (p. 1015).

Infine, come l’Orca, che, oltre a donare ai pescatori la cicirella, vitale per la loro alimentazione fino a quel momento quasi esclusivamente a base di fave secche (è il cibo per cavalli abbandonato dai fascisti in fuga dalla Sicilia dopo lo sbarco degli alleati), finisce per offrire loro in pasto tutto il suo corpo, ’Ndrja dà tutto se stesso e poi anche la sua stessa vita per guadagnare quelle mille lire utili all’acquisto della barca, arca di salvezza per l’economia della comunità, dopo essersi prodigato per ottenere, con l’intercessione del Maltese, che gli inglesi arenassero l’animale morto, e il romanzo si chiude con lui morto nella sua barca-bara portata come un’arca dell’alleanza ai cariddoti, che nel frattempo stanno consumando il banchetto dei ‘giusti’ attorno al corpo dell’Orca.

(FINE)
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BIBLIOGRAFIA CONSULTATA
Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, Milano, Mondadori, 1a ediz. gennaio 1975, 1257 pp. (ried. ivi, 1982, con un’introduzione di Giuseppe Pontiggia; rist. 1995). Nuova edizione (qui usata per le citazioni) con le ultime inedite correzioni d’autore, Milano, Rizzoli, ottobre 2003, 1082 pp., con un saggio introduttivo di Walter Pedullà e un’ampia bibliografia (pp. 1085-1096);
Stefano D’Arrigo, I fatti della fera, Milano, Rizzoli, 2000, a cura di Andrea Cedola e Siriana Sgavicchia, introduzione di Walter Pedullà.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 28 gennaio 2004
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