Viaggio in Italia, dopo trent’anni Goethe, riordina i diari del grand tour per ricavarne un'autobiografia

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Di Ruben Garbellini

«Non ho altro da cercare al mondo che quello che ho già trovato»
[Johann Wolfgang von Goethe, a Charlotte von Stein]

Johann Wolfgang von Goethe
(1749 - 1832)

a mia frequentazione di Johann Wolfgang von Goethe (28 agosto 1749 - 22 marzo 1832) nasce da un ricordo, tuttora vivissimo, d’infanzia. Frequentavo come luogo di villeggiatura il lago di Garda, anche e soprattutto d’inverno. Da qualche parte, forse in un castello sulla costa, quello di Malcesine, vidi alcuni schizzi di Goethe dell’epoca del suo viaggio italiano. Tutto si ferma lì. Sono poi sempre salito al Nord dell’Europa pensando all’aria limpida e fredda che deve aver respirato Goethe bambino, a quanto può essere stata diversa dalla nostra l’Educazione Sentimentale di un giovane genio del XVIII secolo, che per un viaggio in Italia impiegò quasi due anni e ne cavò fuori un’opera di seicento pagine, mentre noi ora andiamo a Berlino in due ore e senza troppi sussulti. Quando ancora nel viaggio era nascosta la variabile dell’incognito e della lentezza degli spostamenti e quando ancora l’italiano- ahinoi- era lingua stimata all’estero. E tutto è contenuto lì, nell’incipit, Et in Arcadia ego. Che, a dispetto del quadro del Guercino, sembra proprio voler significare non un cristiano-ebraico riferimento all’onnipresenza della morte, ma la diretta testimonianza che il poeta ha visitato l’Arcadia, che là ha vissuto. L’Arcadia, l’Italia sotto falso nome scampato allo scempio dei barbari teutonici.

Viaggio in Italia, summa delle esperienze italiane di Goethe negli anni 1786-1788 è un prodotto geniale dell’autore del Faust che dopo trent’anni riesuma, riordina, riscrive lettere, appunti e diarii per ricavarne materiale autobiografico, anzi, l’autobiografia dell’autore. Goethe infatti non condurrà mai a termine una propria autobiografia completa, se si esclude il testo Dalla mia vita. Poesia e verità. E’ un prodotto a posteriori, strano ma affascinante, scritto col senno di poi e che mantiene la freschezza della vitalità giovanile. Dove l’inabissamento nel paesaggio e nella luce mediterranea si compie sotto il segno di una visione classicheggiante, filtrata da una profonda conoscenza letteraria e filosofica. Goethe ricerca la perfezione tra i cocci rotti di quella che allora era un’espressione geografica, l’Italia, donando alla materia del Grand Tour la vibrante tensione di una prosa d’autore..

Francesco Barbieri
detto il Guercino
«Et in Arcadia Ego»

Italienische Reise (Viaggio in Italia)
si può pure leggere partendo dalla fine, a pezzi, a strappi, ricacciarlo in tasca e farlo di nuovo sortire una settimana appresso. Goethe era destinato ad una lunga e laboriosa vita, e a differenza dell’altro innamorato dell’Italia, ammiratore e ammirato, eterno adolescente ribelle George Gordon Lord Byron, il suolo latino è per il tedesco non la tappa di un eterno e dannato vagare, ma il luogo della rigenerazione. Goethe stesso identifica la sua vita con un prima e un dopo l’Italia. E questo è tanto più indicativo se si pensa che, benché ne avesse le possibilità, non fu mai attratto dalle grandi capitali europee. Non mise mai piede a Londra o Parigi, anche quando la sua fama era universale e gli ammiratori ormai non si contavano. In Italia ebbe modo di cristallizzare la propria immaginazione e di mettere alla prova la propria capacità intellettuale uscendo dai ristretti circoli della corte di Weimar. L’Italia e il suo sole meridiano divennero un’esigenza, e in questo si compone la differenza con il comune Grand Tour. Goethe ad un certo punto della sua vita ha necessità di un viaggio, lo comprende con la sua lucida acutezza e la rigenerazione artistica dell’autore de Le affinità elettive si compirà proprio in terra italiana, nel favoloso Sud, nella dimensione apollinea, nel lago d’Albano ancora popolato di Baccanti. Goethe attraversa quel mondo come un’esperienza irripetibile, conscio già nel principio della partenza dell’esito vivificante del ritorno. Viaggio in Italia mantiene la forma del romanzo epistolare della seconda metà del Settecento, che è poi la forma nella quale fu concepito il Werther, La nouvelle Eloise di Rosseau o, più tardi, l’Ortis foscoliano. Forma letteraria che, saldamente ancorata ad una cultura filosofica classicheggiante ma non estranea ai sussulti dell’anima di Goethe e al nascente Romanticismo, conferiscono alle pagine di Viaggio in Italia e all’Italia che ne è ritratta un alone ormai decisamente scomparso.

* * *

A centosettant’anni dalla morte dell’autore, lo sguardo che emerge da Italienische Reise è uno sguardo distante dal nostro. Né migliore né peggiore, ogni epoca ha il suo, a parte il grande talento di Goethe,; comunque diverso. «Fortunatamente, noi avevamo già toccato quell’età in cui la ragione viene a soccorso dell’intelligenza…»; bisogna vedere, in Viaggio in Italia, Goethe anche per quel che è, un uomo del suo tempo, per quanto egli sia fortemente proiettato in una dimensione protoromantica e sia uno dei massimi geni della storia. Viaggio in Italia non fu concepito come pubblicazione (e di questa solo le prime due parti) se non in un tempo assai posteriore a quello nel quale fu vissuto. Si tratta quasi di un compendio autobiografico. Prendere in mano Viaggio in Italia significa prendere il piacere del viaggio, la lunghezza estenuante dei trasferimenti e della dimensione nuova, ma anche un resoconto sulla vecchissima Europa delle corti percorsa dai fremiti di Rosseau, e al tempo stesso sull’Italia del mito tenacemente persistente dell’Antico – come quella, che più tardi assisterà all’immaginario fiammeggiante dei Keats, degli Shelley, dei Byron. Goethe ama l’Italia ma l’Italia che ama è quella che si presenta come reliquiario della classicità, è il luogo della discesa al sud, al sole e al mito di Apollo. Un’Italia arcadica e rurale, quasi ancora vibrante di paganesimo, amata come sorgente inesauribile dell’arte e del bello. E’ l’arte, soprattutto quella del Rinascimento e dell’Antichità Classica, che il viaggiatore Goethe ha conosciuto solo da riproduzioni ad incisioni: «Da lontano non si ha notizia che dei massimi tra loro, e sovente ci si accontenta de’ nomi; ma quando ci si avvicina a questo firmamento e si comincia a scorgere anche il fulgore degli astri di seconda e di terza grandezza, e ciascuno di essi risalta anche perché fa parte dell’intera costellazione, ecco che quel mondo diventa più grande, l’arte più ricca». Una dimensione che più tardi sarà fatta propria, in forma più estetizzante, dai fratelli Mann.

Nicolas Poussin
«Et in Arcadia ego»

Il mondo descritto da Goethe comincerà a essere spazzato via dai fatti del luglio dell’89 a Parigi; ma Goethe non si preoccupa di politica, man mano che si immerge nel paesaggio italiano, nei suoi odori, nei cieli sempre più tersi, dimentica le sue ‘fisime di nordico’: «In un paese dove si gode di giorno, ma si è felici soprattutto di sera, è sempre un grande momento il cader della notte. Allora cessa il lavoro, il passeggero fa ritorno, il padre vuol vedere a casa la figlia; la giornata ha termine; ma cosa sia il giorno noi Cimmeri praticamente non lo sappiamo Nell’eterna nebbia, nel perpetuo grigiore, per noi è lo stesso che sia giorno o notte; giacché quanto a lungo possiamo realmente andare in giro e goderci l’aria libera?» Goethe si ferma nella campagna romana, si fa ritrarre da Angelica Kaufmann e conosce la colonia di artisti e intellettuali tedeschi , i ‘Deutsch-Römer’ calati anch’essi a seguito del mito della classicità riscoperto dal Winckelmann. Ma a dispetto di molti altri resoconti, ora caduti nell’oblio e polverosi mattoni da filologi, Italienische Reise sopravvive in virtù delle sue proprie qualità letterarie, della spigliatezza, delle non certo comuni capacità descrittive di cui il suo autore fa sfoggio. La cultura di Goethe-Faust, e il viaggio italiano ce ne dà ennesima riprova, non si arresta davanti a nulla, è insaziabile, poliedrica, strabiliante. Goethe affronta nella sua lunga esperienza di vita praticamente tutto lo scibile dell’epoca: prosa, poesia, linguistica, teatro, musica, algebra, alchimia, magia, occultismo e spiritismo, archeologia, cariche diplomatiche… Lo scrittore passa dalla botanica alla statuaria antica, si esalta già al Brennero per i minerali che potrà collezionare, per i marmi greci, per le belle ragazze romane. Goethe nel 1786 ha trentasette anni, e nonostante la sua fama come autore del Werther lo segua (viaggerà in Italia sotto falso nome!) egli appare diverso dall’immagine severa che forse voleva sforzarsi di presentarci. Trapela l’immagine di un uomo nel pieno del suo vigore, molte volte come innamorato della vita e della bellezza, del sole e del mezzogiorno. E’ indubbio che il lungo soggiorno italiano abbia giovato all’arte di Goethe; l’Italia per il poeta tedesco fu davvero la terra della “Wiedergeburt”, della rigenerazione:

«Ella si affacciò alla finestra del mezzanino dell’imponente palazzo in cui abitavano; era poco elevata, ci si poteva quasi stringere la mano.

«Vede, - esclamai - non vogliono lasciarmi allontanare da lei; si direbbe che sappiano quanto mi pesa il distacco!»

25 gennaio 2002
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