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Lastro appare per la prima volta in quello che nellordinamento definitivo andrà sotto il nome di Frammento XXXIX che, come si sa, costituiva linizio di una cantica in terza rima composta tra il novembre e il dicembre del 1816 dal titolo Appressamento alla morte. Spandea il suo chiaror per ogni banda Limpido il mar da lungi, e le campagne In queta ombra giacea la valle bruna, Un nugol torbo, padre di procella,
Veniva il poco lume ognor più fioco;
Ma cè molto di più: nella condensazione poetica tra finito ed infinito non è ancora avvenuta la scissione: ununica luce li contempera ed armonizza. In questo «frammento» la luce lunare genera, innanzitutto, un locus conclusus, lo spazio psicologico circoscritto dellanima ( fanno da «ghirlanda» alla valle gli «arbori» e i «collicelli»), che non rimane separato, ma diviene parte del tutto, che la luna illumina «per ogni banda», per cui lio («Sola tenea la taciturna via/ la donna, e il vento che gli odori spande,/ molle passar sul volto si sentia») appartiene anche a «mare», «campagne», «foreste» e «montagne»; compare, prima della sua teorizzazione nello Zibaldone, lindefinito, il respiro sotterraneo e notturno dellinfinito, in un suo tipico stilema: «il mar da lungi», anticipatore delle famose diadi: «quel lontano mar, quei monti azzurri» (Le ricordanze), e «quinci il mar da lunge, e quindi il monte» (A Silvia), che qui troviamo non nella serenante immagine idillica, ma in quella di un funereo manto: «E la nube, crescendo, in giù calava/ ver la marina sì, che lun suo lembo/ toccava i monti, e laltro il mar toccava». Del 1819 è il Frammento XXXVII: Alceta: Odi, Melisso: io vo contarti un sogno
allor mirando in ciel, vidi rimaso Melisso: E ben hai da temer, che agevol cosa Asceta: Chi sa? non veggiam noi spesso di state Melisso: Egli ci ha tante stelle, La caduta è stata interpretata come apprensione inconscia per la perdita e il venir meno della fantasia creatrice. Polisemico e associativo di pulsioni inconsce come tutti i sogni, non credo che tale testo possa essere interpretato in maniera univoca, in quanto piuttosto ambiguo per la stratificazione di significati metaforici. In effetti, può rivelare una sorta di incubo, legato alla paura della cecità, che la grave malattia agli occhi in quel 1819 fece paventare; può alludere alla cecità dellanima, dellocchio interiore dellimmaginazione e, quindi, allo spavento per la fine della fanciullezza, e al senso di solitudine e di perdita che caratterizza la formazione dellidentità - stato psicologico ben percepito e analizzato ne Il primo amore del 1817 -; ma, per certi tono grottesco e lessico volgare («vomitava») con cui viene descritta e rimpicciolita, può significare anche lespressione di un odio rimosso, di una compensazione ultrice per ciò che essa simboleggia, il volto materno; dellintenzione di accecare quellocchio e quello sguardo primordiale che per lui non cera mai stato; e la paura che ne consegue è lespressione del senso di colpa per quel sogno trasgressivo, ma di fulminante verità. E la sottolineatura che non è una delle tante stelle, ma unica e insostituibile nella formazione dellidentità personale e dellamor proprio, potrebbe alludere anche alla destrutturazione dellaltro simbolo rappresentato dalla luna, la Madonna, la rinuncia progressiva ma determinata alla religione cristiana (che si attuerà negli anni 20-21) e linizio di un processo sostitutivo di quella simbologia con una laica, che culminerà nella sostituzione del Dio giusto e misericordioso del cristianesimo con il dio del Male , «la natura, il brutto/ poter che, ascoso, a comun danno impera», come scriverà in A se stesso del 1833 che, sciolta ogni ambiguità, avrebbe dovuto prender la forma e il nome di Arimane, abbozzo di inno dello stesso anno: Re delle cose, autor del mondo, arcana Arimane, considerandolo come conclusione di una lunghissima riflessione sul dolore degli uomini e degli esseri, pare essere intrinseco fino alla identificazione con la Natura matrigna, ma anche una malvagia volontà superiore ad essa - il Fato era al di sopra degli stessi dei -, della quale la luna sarebbe una epifanica subordinata rivelazione: tale irresolutezza sul principio primo della sofferenza percorrerà tutti i Canti,ma anche lambiguo volto della luna. Comunque, ciò che resta in cielo, divelta la luna, è una «nicchia scura»: lombelico del nulla. Da questa angoscia per la perdita, già intuita visionariamente nel Frammento XXXIX, prende labbrivo la costruzione allegorica della luna così come del paesaggio; per cui non mi pare assolutamente condivisibile laffermazione del Moroncini (1917) laddove parla di «realismo» a proposito degli idilli; in realtà la luna è una invenzione poetica, un surrogato affettivo dellio, una interlocutrice immaginaria e inventata (che si metamorfizzerà nella Donna ideale, in Silvia, Nerina, Aspasia), filtrata attraverso i modelli letterari, soprattutto Tasso, Virgilio e Saffo, della quale possiamo ricordare alcuni frammenti lirici, anche se non sarebbe necessario, se si pensa allidentificazione con la poetessa greca nellUltimo canto di Saffo: Gli astri intorno alla bella Luna La Luna dalle rosee dita E tramontata la Luna Lincipit intimo ed affettuoso, quasi una ninna nanna, espressione di un desiderio più che di una realtà come si capisce leggendo il testo, de La sera del dì di festa del 1820 pare illuminare tenramente una ingenua popolare tavoletta votiva, in questo caso «per dolore ricevuto»: Dolce e chiara è la notte e senza vento La luce lunare circoscrive nella vastità «la notte», «di lontan» - prima lo spazio delimitato di un borgo, poi focalizza la sofferenza inquieta del poeta, in contrapposizione alla luna e alla donna, «queta» la prima, in «chete stanze» la seconda, esteriormente e interiormente serene, entrambe. Ma non identiche: rappresentano infatti quelle che dovrebbero essere le normali proiezioni affettive delladolescente, che savvia verso la maturità: dallaffettività primaria alla affettività «seconda», dalla centralità dellio alla centralità dellAltra: la distorsione affettiva primigenia renderà impossibile la costruzione di una nuova, propria e personale, vita affettiva al poeta. Inoltre decifriamo altro ancora: se la «natura onnipossente» lo «fece allaffanno», la luna non appartiene totalmente alla Natura; pur partecipandovi occupa una posizione intermedia, sacrale, tra il cielo e la terra, è divinamente umana. Riappare, in trasparenza, liconografia cristiana: se il Sole rappresenta la divinità, la Luna, che vive di luce riflessa - come luomo è un riflesso di Dio - rappresenta il sacro, il punto dincontro tra lumano e il divino; in questo caso il poeta si costruisce unimmagine - metafisicamente ancora resistente, cui aggrapparsi nella deriva di tutti gli antichi valori - di una Luna-Madonna che getta una delicata carezzevole luce di virginale pietà sul suo dolore; quindi, una luna consolatrice e di speranza, che per compiere appieno la sua opera rasserenatrice dellanima dovrebbe sostanziarsi e materializzarsi in una donna terrena, però distante e irraggiungibile, questa. Lo sgomento disperato, espresso nella parte finale della poesia, sulla fuga inesorabile del tempo, è motivata proprio dallimpossibilità di trovare una intermediaria tra la propria coscienza e la concretezza della storia; mediazione che alluomo è concessa solo dal femminile, ovvero dalla propria interiorità non bloccata su se stessa ma aperta e in sintonia col Mondo, piena del divenire degli uomini e delle cose, dove il tempo rallenta la sua corsa, che nella coscienza solitaria si fa precipite. Infine, questa luna è neutra, né argentea né dorata, per cui il recto della quiete potrebbe avere il suo verso nellindifferenza o, forse più appropriatamente, nellimpotenza, nellinadeguatezza, nellimpossibilità di dare salvazione, di andare oltre la pietà. Nellidillio Alla luna (che nella edizione bolognese dei Versi del 1826 aveva il significativo titolo La ricordanza), il cui incipit rimanda ancora alla medesima iconografia nellepiteto, attribuito alla luna, «graziosa», piena di grazia, la funzione e la distanza allegorica dellastro (lei in alto, il poeta in basso: «seggo» e «giaccio» sono delle occorrenze costanti, volte ad accentuare non solo ladesione materialistica alla vita, ma la condanna delluomo alla «forza di gravità») è la stessa de La sera del dì di festa e tu pendevi allor su quella selva ma il poeta muta la prospettiva nei confronti della «diletta luna», sfocandola temporalmente (luso insistito dellimperfetto), e rendendola anche percettivamente e spazialmente indefinita: Ma nebuloso e tremulo dal pianto Tale dissolvenza conferma linesistenza di un rapporto realistico con essa; è unimmagine interiore e allegorica: difatti viene resa indefinita e vaga e trasfigurata nel ricordo fin dal primo verso («io mi rammento»): il notturno lunare, nella luminosa notte che sfuma la verità delle cose e libera limmaginazione, almeno nella percezione della vastità dello spazio terreno (la pianura e il mare delle colline, dissolte in lontananza le montagne) e del cielo che libera per un attimo dallinterna oppressione del cuore, si fa metafora visiva dellindefinita ricordanza, che sostituirà la luna nella sua funzione serenatrice, quando essa avrà ormai perso la funzione metafisica di àncora di salvataggio, di spettatrice pietosa, di illuminatrice di un dramma, di faro di scena, in quanto, dentro e fuori la natura, priva di potere nellordine universale delle cose, soggetta essa stessa ad una legge superiore. I versi finali dellidillio Alla luna sono speculari e di segno opposto a quelli de La sera del dì di festa; qui troviamo il senso struggente e sgomento della perdita irrimediabile e del fluire inesorabile e inarrestabile del tempo, che travolge e seppellisce le vite individuali, quelle dei popoli e delle antiche età: Nella mia prima età, quando saspetta mentre nellaltro il poeta intuisce, e la sottolinea con triforme insistenza, la possibilità di riscattare la perdita e di vincere il tempo con il ricordo (un ricordare che coinvolge la totalità dellio: rammentare, intellettuale e volontario; ricordare, sentimentale e affettivo; rimembrare, sensitivo e corporale) E pur mi giova Nel Bruto Minore del 1821 a parte laggettivo «candida», un chiarore algido ad illuminare la scena aspra in cui si svolge il dramma di Bruto «per latra notte e in erma sede», possiamo cogliere quasi una anticipazione della luna del Canto notturno di un pastore errante dellAsia, poiché essa appare a Bruto come indifferente o impotente «tacita» -, al punto che leroe lapostrofa duramente, chiedendole come possa rimanere così imperturbata («immutato raggio») di fronte al dramma suo e di unintera civiltà, al divenire dolorante della vicenda umana: E tu dal mar cui nostro sangue irriga, La disperazione e il pessimismo di Bruto (né «scolorò le stelle umana cura») sono sconfortati e la solitudine e linappartenenza alla storia e al mondo assolute: la luna è «tacita» e nulla può, se non contemplarli, come sporgendosi timorosa e vergognosa incontro a «linquieta notte» e «la funesta campagna»: astro minore, ma anche maggiore daltre stelle del firmamento, è speculare alla specie umana, superiore ad altre specie, ma anchessa infinitamente debole e fragile nei confronti del meccanismo cosmico della vita. Ne La vita solitaria, composta nello stesso anno, sembra di assistere come ad una riappacificazione tra il poeta e la luna - egli sembra, infatti, aver ritrovato nuovamente una empatia-simpatia con la natura -, che gli appare in una «estiva notte»: O cara luna, al cui tranquillo raggio Dopo aver affermato che «infesto scende/ il raggio» , «il bianco (livido) lume» suo sul ladro, sulladultero e sulle menti malvagie, così continua: a me sempre benigno il tuo cospetto La luna sembra come liberata dalla sudditanza ad una forza superiore: veleggia rapida e libera tra le nubi, è «serena dominatrice» degli spazi celesti, è sensibile verso la lacrimevole condizione umana e lui la inseguirà con una poesia che come la luce della luna plasmi e costruisca «lieti colli e spaziosi campi» e slarghi la vista e il respiro dellanima, se avrà ancora la forza di «sospirar», di desiderare ancora; se non sarà inaridito nel cuore e spento nel fisico. I versi in corsivo evidenziano, invece, un trascurato, mi pare, dalla critica, momento conflittuale del poeta con la luna, nel periodo adolescenziale; una spia importante, forse, per comprendere più profondamente la maturazione bloccata del poeta (ma anche lo sfrangiarsi ambiguo dellimmagine dellastro): anche per lui il suo raggio fu «infesto», quando lo mostrava agli altri (probabilmente lintroversione lo faceva pentire di rivelare il suo cuore nudo attraverso i suoi versi; oppure la luna, come luce interiore della coscienza, lo svelava impietosamente nella sua miseria affettiva a se stesso e agli altri nella scrittura); o quando gli rivelava metaforicamente, al di là delle illusioni infantili, la sgradevolezza dellanimo umano e della realtà, e quindi la fuggiva appunto perché gli rivelava acerbe verità. Invero, tende a sminuire questa sua mancanza, con una allusiva distinzione tipicamente dantesca tra peccato dincontinenza ( «benchinnocente») e di «malo intelletto»; però, il verbo «accusar» (prestito foscoliano dalla lugubre e «immonda» upupa) rinnova degli interrogativi o, meglio, conferma che la luna-madre è, come si suole dire, morta ab ovo o si confonde con limmagine della rivelatrice del vero: una luna ambigua appunto, o forse solo un ermafrodito, che unisce in sé maschile e femminile, logos e mytos. Nel 1822 compone Alla primavera o delle favole antiche, dove pare quasi voler compensare loffesa o il trauma della rivelazione precedente e recuperare psicologicamente linnocenza perduta: bisogna cogliere in Leopardi questa motilità, questi risarcimenti, quella che potremmo definire volontà di speranza, che non è mai una conquista definitiva (per tutta la vita il poeta si costruisce unillusione sostitutiva di quella caduta, per crearsi una forza interiore a sostenere linfelicità cosmica dellesistenza: antichi> immaginazione> primavera> giovinezza> festa> amore> ricordanza> bellezza> musica-canto sono semanticamente sinonimi). La luna in questo testo si confonde con Espero, la stella di Venere, la dea dellamore, che appare partecipe e premurosa verso le umane sorti, o almeno tale la immaginava letà innocente come i fanciulli; una luna, però, mitica e razionale ad un tempo, innocenza ma anche apprensione, preoccupazione, consapevolezza ( «de mortali pensosa») dellinfelice condizione terrena, cui luomo è condannato: Conscie le molli Mentre nell Inno ai patriarchi o de principii del genere umano troviamo solo un fugace accenno alla «aurea luna», nello stesso anno, tra questi due componimenti, scrive Lultimo canto di Saffo dallampio, solenne e indicibile, nella sua bellezza, incipit lunare ancora unito alla stella di Venere (Lucifero, in questo contesto); solenne, appunto, per contralto alla immensa infelicità della protagonista: Placida notte, e verecondo raggio incipit rinforzato allinizio della strofe successiva: Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella Infatti, come nel Bruto Minore, la luna ha la funzione precipua di illuminare un paesaggio tumultuoso e sconvolto, antidillico, romantico («Noi l'insueto allor gaudio ravviva/ quando per l'etra liquido si volve/ e per li campi trepidanti il flutto/ polveroso de' Noti, e quando il carro,/ grave carro di Giove a noi sul capo,/ tonando, il tenebroso aere divide./Noi per le balze e le profonde valli/ natar giova tra' nembi, e noi la vasta/ fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto/ fiume alla dubbia sponda/ il suono e la vittrice ira dell'onda»), il volto vero della natura e specchio dellanima delleroina, che non riesce più a godere dellarmonia classica («ahi di codesta/ infinita beltà parte nessuna/ alla misera Saffo i numi e lempia/ sorte non fenno»), rappresentata dalla luna, che sta ormai tramontando, come le illusioni di Saffo, che ha perso la sua «vereconda» innocenza con la scoperta del male insito nellesistenza, attribuito ai «numi» di cui la Natura esegue i voleri. La luna rivela ancora una volta la sua dipendente impotenza; persiste solamente come barbaglio di un Eden perduto, natura non Natura, perché sospesa sopra lumanità, mentre la Natura le è intrinseca ed obbedisce ciecamente ai voleri del Fato, che volle ingannare gli uomini con «dilettose e care sembianze», «superbi regni», «vezzose forme». La sintesi del duplice, ambiguo, meduseo volto della natura crudelissima, che si ritrae ( «disdegnando») addirittura di fronte a Saffo, la troviamo nella seconda strofa: A me non ride anche se il Fato ha un volto ancora indefinito e non si è ancora materializzato nella Donna-Natura delle Operette Morali:
i destinati eventi Al conte Carlo Pepoli del 1826 ha come antecedente loperetta morale Dialogo della terra e della luna del 1824; qui essa si autodefinisce «amica del silenzio», ignara e sorda al «suono piacevolissimo che fanno i corpi celesti coi loro moti» (ma lei chi è, se non appartiene ai corpi celesti?), inconsapevole di essere considerata «lottava (!) corda di questa lira universale», perché essa è ormai divenuta, a chiudere la parabola allinizio della quale aveva fatto la sua comparsa come «sorella del sole», una semplice e umile «suddita e fantesca della terra», che si scrolla di dosso tutte le immaginazioni, le fantasticherie, le presunte conoscenze che gli uomini le hanno costruito addosso: «Mentre seguiti così, non ho cagione di risponderti, e di mancare al silenzio mio solito. Se hai caro dintrattenerti in ciance, e non trovi altre materie che queste; in cambio di voltarti a me, che non ti posso intendere, sarà meglio che ti facci fabbricare dagli uomini un altro pianeta da girartisi intorno, che sia composto e abitato alla tua maniera»; «Va pure avanti; che mentre seguiti così, non ho cagione di risponderti, e di mancare al silenzio mio solito». La luna perde la sua aura, è un pianeta come un altro: «anche nella figura e nellaggirarmi, e nellessere illustrata dal sole io ti sono conforme; e non è maggior meraviglia quella che questa: perché il male è cosa comune a tutti i pianeti delluniverso, o almeno di questo mondo solare». In effetti, nella poesia al Pepoli troviamo quasi un congedo definitivo dalla luna: il cor nè per colli e piagge e nella lirica Il risorgimento del 1828 lintervallo vuoto di poesia per aridità del cuore è appena alluso nella forma immaginifica dello spegnersi della luna: la tacita Nelle Ricordanze la sua assenza - son rimaste solo le stelle, come nel Frammento XXXVII, (Vaghe stelle dellOrsa; «mesto riluce delle stelle il raggio») - prelude allimpotenza definitiva della luna-immaginazione di fronte alla cruda verità della vita del Canto notturno di un pastore errante dellAsia; luna che farà poi una fugace apparizione nel Sabato del villaggio, dove pare, pur illuminando la scena, sul punto di ritrarsi e cedere alle «ombre»(«Già tutta l'aria imbruna,/ torna azzurro il sereno, e tornan/ l'ombre/ giù da' colli e da' tetti,/ al biancheggiar della recente luna»), mentre le stelle riappariranno in Aspasia («che se daffetti/ orba la vita, e di gentili errori, / è notte senza stelle a mezzo il verno»), in un contesto, «senza» appunto, di totale disamore. Nel Canto notturno la luna è come un faro, che proietta la sua algida luce su un palcoscenico tutto buio (il pastore che aspetta Godot); ella avvolge duna assenza assoluta (la luce genera la tenebra) il pastore che nella sua solitudine cosmica esprime gli interrogativi delluomo solo di fronte a se stesso sul senso dellesistenza; il morbo del disincanto ha colpito anche il poeta che da «immaginativo» è divenuto anchegli «sentimentale», incapace di liberarsi dalle tensioni e dei limiti della ragione. Ciò che sostiene poeticamente la meditazione filosofica è la tessitura melodica del testo, che trasforma la freddezza del pensiero in resistenza e ribellione ai suoi stessi contenuti; i suoni, con la loro indefinitezza, producono un effetto di slontanamento, sfumando nel chiaroscuro le dolorose verità e trasformando le interrogazioni del pastore in un doloroso salmo o invocazione o preghiera, che sale sale verso il cielo fino a confondersi e farsi tuttuno con la musica siderale, che addolcisce e attenua il dolore universale. Invero, lultima strofa rimette in discussione («forse») tutta la lunga riflessione, tutte le conclusioni della Ragione con un volo dellimmaginazione, un metamorfico («tuono») naufragio nellimmensità del cielo, per aderire di nuovo, apparentemente alle verità della stessa; il «forse», però la poesia, anche quella sepolcrale, di Leopardi non è quella degli assiomi, ma del dubbio e dellinterrogazione, avrebbe detto Jabés -, ha intanto suggerito o solo sfiorato lipotesi dellesistenza di una vita al di là delle apparenze della vita: Forse s'avess'io l'ale La luna, totalmente riassorbita nel meccanismo indifferente della Natura, perde, come detto, la sua aura simbolica e definitivamente la sua possibile salvifica funzione metafisica, anche se il poeta la vorrebbe ancora, lo si evince dalluso dello stesso lessico, come in Alla primavera: Pur tu, solinga, eterna peregrina, Ma la luna è «muta» come allinizio era «silenziosa». Il poeta cerca di ricrearne e conservarne laspetto mitico immaginifico, e con degli aggettivi delicati la lega, apicalmente nella struttura dei Canti prima del suo tramonto, allimmagine della giovinezza perduta: «vergine», «intatta», «giovinetta immortal» - ma così la umanizza, la rende terrena e simbolicamente mortale come la giovinezza -; «candida luna», dunque, come quella nel Bruto Minore, ma anchessa, come il «pastore errante», è una «solinga, eterna peregrina» imprigionata in «sempiterni calli» ed «eterni giri», pure lei «pensosa», quasi più infelice del pastore perché il suo destino, legato alla sua immortalità, è ancora più crudele, un girare per leternità osservando, senza nulla poter fare, linsensatezza dellesistere senza Essere, quasi oppressa dal suo moto circolare, indecifrabile nella sua impassibilità circa il moto rettilineo della vita delluomo, che pur ha come meta «abisso orrido, immenso,/ ovei precipitando, il tutto obblia»; in questo «silenzio nudo» sinverano le parole rivolte al Tasso nella canzone Ad angelo Mai: Ombra reale e salda alla fine ritorna linizio, forse perché al proprio inizio non cè mai fine: ... a noi le fasce Di lì a poco lavrebbe abbandonato anche lamore «di nostra vita ultimo inganno», ma gli sarebbe rimasta, dopo la perdita della bellezza, la «musica»: «Simile effetto/ fan la bellezza e i musicali accordi,/ chalto mistero dignorati Elisi/ paion sovente rivelare (Aspasia)». Tale arcana capacità quasi divina della musica viene ribadita in Sopra il ritratto di una bella donna: Desiderii infiniti/ e visioni altere/ crea nel vago pensiere,/ per natural virtù, dotto concento;/ onde per mar delizioso, arcano/ erra lo spirito umano,/ quasi come a diporto/ ardito notator per lOceàno». Mentre a Bologna, Milano, Firenze aveva sperimentato la città, a Napoli era stato travolto dalla iperbole della città, che condensava in forma estrema i vizi del suo «secol superbo e sciocco» condizionato nella mente dalla «asinina stampa»; paradigmatica, in questo senso, e alla quale dedica con scherno e sarcasmo I nuovi credenti: «Sarma Napoli a gara alla difesa/ De maccheroni suoi, chai maccheroni/ Anteposto il morir, troppo le pesa»; «Racquetatevi amici. A voi non tocca/ Dellumana miseria alcuna parte,/ Chè misera non è la gente sciocca»; «E se talor la vostra vita inciampa,/ Come ad alcun di voi, dogni cordoglio/ Il non sentire e il non saper vi scampa»; «Degli uomini e del ciel delizia e cura/ Sarete sempre, infin che stabilita/ Ignoranza e sciocchezza in cuor vi dura:/ E durerà, mi penso, almeno in vita». Nel 1836 Leopardi, dopo aver composto nel 1834 e collocato allXI posto Il passero solitario, lirica programmatica come guida ad una lettura unitaria dei Canti, compone due canti spersonalizzati, voci del mondo e non di un io particolare, realizzando poeticamente quanto aveva scritto al De Sinner nel 1832: «Lon sobstine à attribuer à mes circostances matérielles ce quon ne doit quà mon entendement. Avant de mourir, je vais protester contre cette invention de la faiblesse et de la vulgarité, et prier mes lecteurs de sattacher à détruire mes observations et mes raisonnemets plutôt que daccuser mes maladies»: le due liriche rappresentano la guida di lettura con valore retrospettivo, luna ,della sua poesia sentimentale (La ginestra), laltra di quella dimmaginazione (Il tramonto della luna), che avevano trovato un mirabile ed equilibrato incastro nei canti pisano-recanatesi. Liriche programmatiche, dunque, anchesse. Non mi soffermerò troppo sulla Ginestra, per non slontanarmi dal filo conduttore di questo scritto; intendo sottolineare solamente che qui si conclude il processo metamorfico nella scala degli esseri dellio poetico: dallumano (il maschile Bruto e la femminile Saffo) allanimale (il passero solitario) al vegetale, la ginestra appunto, che, natura nella Natura, simboleggia laccettazione piena senza codardia o superbia della sofferenza universale e perenne degli esseri, ma, come il poeta, «al cielo/ di dolcissimo odor manda un profumo/ che il deserto consola». Il tramonto della luna lessicalmente appare simile ad un centone (lessico attinto prevalentemente da: Alla primavera, Le ricordanze, La vita solitaria, Linfinito, Il passero solitario, sottolineato, questultimo, con forza: «cantando con mesta melodia»; per non dire della posizione forte di «si scolora il mondo» che rimanda allindividuale «supremo scolorar del sembiante» del Canto notturno; ed ancora della citazione foscoliana, presenza discreta ma costante nei Canti, della «fuggente luce»); citazioni continue da canti precedenti, intenzionali. Innanzitutto, questa lirica richiama strutturalmente Il passero solitario: prima, seconda e terza strofa di questa sono speculari alla prima, seconda ( entrambe legate da una somiglianza: «somiglia»e «Quale Tale») e quarta (entrambe caratterizzate da una opposizione («Tu»/«A me» e «Voi»/«La vita mortal»: dal soggettivo alluniversale) del Tramonto, con una significativa riduzione dellio nella inversione del numero di versi riservati nelle due ultime strofe alla natura (5P/12T) e al poeta-vita mortale (10P/6T). I. Quale in notte solinga, II. Tal si dilegua, e tale IV. Voi collinette e piagge, Il nodo cruciale, per la comprensione della presenza lunare nella poesia leopardiana, rimane linserto della terza strofa rispetto al Passero solitario. Qui pare disambiguarsi la duplicità del simbolismo della luna, che in questa lirica è un puro astro, che segna il ciclico ripetersi delle stagioni, figlia bella dellalgida luna del Canto notturno, del quale riprende il tema del contrasto tra eterno ritorno della natura e moto rettilineo senza ritorno della vita umana. Troppo mite decreto Tema cruciale non è, anche se letteralmente parrebbe suggerire il contrario, la vecchiezza in assoluto, ma la vecchiaia storica, non più o non solamente esistenziale, cioè il diventare maturi e anziani in quella determinata società. In unaltra società, quella del Sabato del villaggio, come ha notato col suo consueto acume critico Maria Corti, era possibile unaltra vecchiaia, fondata sulla ricordanza, sul racconto, sulla traduzione orale della tradizione: «Siede con le vicine/ su la scala a filar la vecchierella vezzeggiativo usato con pietas solo per il «vecchierel» del Canto notturno -,/ incontro là dove si perde il giorno,/ e novellando vien del suo buon tempo,/ quando ai dì della festa ella si ornava,/ ed ancor sana e snella,/ solea danzar la sera intra di quei/ chebbe compagni delletà più bella». Che non è un sogno regressivo, in quanto anche nella società moderna la vecchiaia sarebbe tollerabile, se portasse con sé almeno il ricordo di una felicità damore come si legge in Consalvo: «Fin la vecchiezza,/ labborrita vecchiezza, avrei sofferto/ con riposato cor; che a sostentarla/ bastato sempre il rimembrar sarebbe/ dun solo istante, e il dir: felice io fui/ sovra tutti i felici»; ma anche lamore è divenuto scherzo o merce, per cui ben si comprende come essa non possa che essere, qui ed ora, la «detestata soglia» del Passero solitario e che sono risibili coloro i quali sognano una vecchiaia congiunta con la «pace» (Amore e morte). Da qui la cruda analisi della vecchiaia (nei versi evidenziati dal corsivo), che non è assenza, ma presenza, presenza di desiderio in mancanza di corporalità e in privazione del futuro, una estenuante pena, un vuoto assoluto dellanima, una lunga morte da vivi: ciò riserva alla maturità e alla vecchiaia letà delle «magnifiche sorti e progressive»: «La vecchiezza scriveva nei Pensieri, VI è male sommo: perché priva luomo di tutti i piaceri, lasciandone gli appetiti; e porta seco tutti i dolori». Ma la luna, si chiederà il lettore dopo questa digressione apparentemente gratuita? In realtà il tema della vecchiaia sintreccia strettamente con quello della giovinezza, metaforizzata nalla luna, cacciata con prepotenza dalle «fiamme possenti», dai «lucidi torrenti» del sole (che riecheggiano l«utero tonante» della Ginestra); allora anche la luna è intrigata con la vecchiezza e con la morte; è la sua luce che detta a Saffo queste folgoranti parole: «Ogni più lieto/ giorno di nostra età prima sinvoca./ Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e lombra/ della gelida morte». La luna è anche simbolo di morte; e da questo intreccio tra maternità e mortalità, tra vita e morte Leopardi plasma limmagine ambigua della luna e dipana le intuizioni giovanili impresse nella sua psiche: «ed anco,/ primavera adorata, ispiri e tenti/ questo gelido cor, questa chamara/ nel fior degli anni suoi vecchiezza impara?» (Alla primavera); e ancora «Giovane son, ma si consuma e perde/ la giovinezza mia come vecchiezza;/ la qual pavento, e pur mè lunge assai./ Ma poco da vecchiezza si discorda/ il fior delletà mia (Il sogno)». Con ciò, se vogliamo credere a Leopardi non ai critici, si comprende che la giovinezza leopardiana nulla ha a che vedere con il «fanciullino» pascoliano (ma si continua nella confusione tra infanzia e giovinezza!), perché nel «giovanile stato ogni ben (è) di mille pene il frutto»; unetà conflittuale, di tensione tra infanzia e maturità, tormentata come la vecchiaia (allora si comprende lo scherno per coloro che vogliono vedere «vecchiezza e gioventù del par contente», Palinodia al marchese Gino Capponi), che sdoppia, duplica, rende ambigua ogni immagine della vita e della natura, celando, come fa natura, curiosa instabilità, motilità psicologica, disarmonia dietro le «belle sembianze» degli «occhi ridenti e fuggitivi» di Silvia.
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Ermes Dorigo |
14 febbraio 2001
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Ovvero, la libertà di liberarsi da alcune libertà fondamentali Un sano pragmatismo fondato sulla alleanza tra scienza laica e filosofia permea Il lancio del nano, accanto a una tenace, puntigliosa, divertita curiosità per quelli che sono i veri e falsi dilemmi e i paradossi della morale moderna. Le forze oscurantiste ostacolano la risoluzione di tali dilemmi. Armando Massarenti inquadra la diatriba fra una cultura arroccata sul giustificazionismo a-storico, e una cultura aperta alla comprensione del nostro tempo, alla complessità dei suoi problemi, alle sfide della scienza e del sapere filosofico, e soprattutto ai mutamenti che le trasformazioni sociali impongono ai codici etico-morali. (di Roberto Caracci)
Un cammino per incontrare altre persone, più che per ritrovare se stessi Intervista con Paolo Di Paolo, giovane letterato, concentrato sulla lettura, sulla scrittura, sui personaggi, sugli scrittori, sugli esseri umani che incontra, sulle esperienze personali, autore di Nuovi cieli, nuovissime carte e di due libri-intervista con Dacia Maraini e Antonio Debenedetti. |
Una riflessione sull'ambiguità dell'animo umano Ne I falsi redentori, storia di un matrimonio in crisi, ricompare il paesaggio veneto di Guido Piovene. In esso si svolge una tragedia, ampiamente prevista, che cotrappone tre uomini a una donna, in nome di un non ben definito ideale ultraterreno. Dalla caratterizzazione psicologica dei personaggi emerge un senso di colpa che grava su tutta la vicenda. La capacità di andare oltre la realtà razionale per cogliere anche l'emozione profonda dell'io resta fondamentale, ma, sembra dirci l'autore, non deve trasformarsi in ossessione (di Davide De Maglie)
Percorsi e ipotesi di ricerca muovendo dal caso di Napoli Da tempo, tra i temi evocati dalla storiografia ambientalista vi è il ruolo svolto dal sistema energetico e dalla straordinaria crescita urbana nell'indurre i cambiamenti degli assetti ambientali. La legge 9 gennaio 1991, n. 10, ha imposto ai comuni con oltre 50.000 abitanti di predisporre un piano energetico comunale che prevede una specifica attenzione per l'uso delle fonti rinnovabili di energia. Napoli detiene un primato in termini di densità abitativa che la rende dipendente da un flusso di energia in entrata molto elevato e ne fa un caso emblematico nell'ambito del panorama nazionale. A partire dal caso di questa città, si sollevano dunque alcuni interrogativi e si presentano alcuni primi risultati di una ricerca sulla storia dei consumi di energia nelle città italiane in età contemporanea. (di Silvana Bartoletto) |
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Immagini dal mondo rovesciato Quale spazio rimane, nel XXI secolo allutopia? Nel mondo al tempo di George.W.Bush, Silvio Berlusconi, Ariel Sharon e Valerij Putin, ha ancora senso parlare di un Mondo Ideale, da costruire insieme e in cui insieme convivere in perfetta armonia? Un pugno di opere del Novecento letterario italiano che hanno contribuito a tenere viva la tradizione utopica su cui ci piace pensare che la cultura europea abbia fondato la propria diversità. (Asor Rosa, Buzzati, Calvino, Magris, Morselli, Rorty, Savinio, Sciascia, Wolf...)
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Storia di una ribellione
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L'autore ospite de Il giardino d'inverno Nellultimo libro di racconti, Corpo, è persino il titolo, mentre nella originale guida, Venezia è un pesce, l' esplorazione è condotta con tutte le parti del corpo, dai piedi alle orecchie. Se il corpo solitamente è il non detto, il presupposto, lintelaiatura schiava del logos, qui il logos è al suo servizio. (di Roberto Caracci). |
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