Leonardo Sciascia afferma che, per far carriera nella magistratura, nulla vale più del prender parte a processi di mafia

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A cura della Redazione Virtuale

ori, il «prefetto di ferro», rappresenta nella «memoria storica» della lotta alla mafia, la cosiddetta «soluzione forte» ovvero quella della sospensione di ogni diritto, delle manieri forti, delle città in stato d'assedio. E' la carta giocata dal neonato regime fascista e spesso rivendicata, ai tempi della «civetta» ma ancora oggi, come esempio d'un duro e determinato modo di affrontare la malavita organizzata.

Cesare Mori si insedia a Palermo il 22 ottobre 1925 e gode di pieni poteri conferiti da Mussolini in persona. Il primo gennaio del '26 occupa militarmente la zona di Gangi e rastrella il paese con Carabinieri e uomini della milizia. I banditi, piccoli mafiosi rurali e vecchi latitanti, vengono stanati e umiliati. Donne e bambini vengono usati come ostaggi per costringere i malviventi alla resa. Particolare non secondario nell’assedio di Gangi il ruolo giocato dal barone Sgadari, grosso proprietario terriero, da tempo in affari con i mafiosi locali e salvato con l’impunità dal Mori in cambio d’una mediazione atta a convincere i resistenti.

L’azione di Mori continuerà nel biennio ‘26-’27, il numero degli arrestati raggiungerà livelli record e anche quello dei latitanti indotti alla «fuga» negli Usa dove ben s’accomodarono nei «ruggenti» anni del proibizionismo. In ogni caso sul finire del ‘27 il prefetto fu nominato senatore del regno mentre Mussolini alla Camera dichiarava solennemente «la Mafia è sconfitta».

Cesare Mori
In realtà, a) il prefetto Mori picchiò duro soprattutto sulla Mafia rurale e sui suoi strati deboli, b) usò metodi in linea con la logica del regime e quasi riesumando la guerra «contro il brigantaggio» condotta nell’Italia postunitaria, c) l’azione di Mori s’avvalse dell’opera di agrari e grandi latifondisti che trovarono così una legittimazione forte, durata in Sicilia fino alla soglia degli anni ‘70, d) Mori non distingueva tra colpevoli e innocenti e nel suo approccio «militare» del problema contava soltanto il numero dei prigionieri con cui chiudere ogni campagna operativa, e) l’azione di Mori fu usata anche per scopi poco limpidi e, va dato atto, fu lui stesso a riconoscere che la «qualifica di mafioso viene spesso usata in malafede.. come mezzo per compiere vendette, per sfogare rancori, abbattere avversari.» (S. Lupo, Storia della mafia, Roma, Donzelli, 1994) qui il riferimento più clamoroso è al caso di Alfredo Cocco, fascista della prima ora e esponente dell’ala radicale del partito in contrasto con latifondisti e vecchia nobiltà palermitana, (il Cocco fu così tolto di mezzo e la sua odissea politico-giudiziaria favorì giustappunto la convergenza tra l’ala conservatrice del Pnf e gli agrari siciliani), f) i metodi del Mori generarono diffuso malcontento nelle popolazioni interessate e queste finirono dunque per vedere nelle forze di polizia un esercito straniero da temere e nello Stato un nemico di cui diffidare a futura memoria, disperdendo definitivamente quelle tradizioni «risorgimentali» che avevano fatto della Sicilia elemento indiscutibile dell’unità nazionale (in Sicilia non c’è traccia del brigantaggio, secondo qualcuno «guerra di resistenza del sud», al consolidamento dello stato unitario dopo il 1860).

Queste e altre considerazioni sono deducibili consultando tra gli altri il testo di Duggan, La mafia durante il Fascismo che si avvale peraltro d’una introduzione di Dennis Mack Smith. Da notare che da una recensione di questo testo partì una accesa polemica tra Leonardo Sciascia e altri a proposito dei «professionisti dell'antimafia». Nell'articolo (I professionisti dell'antimafia, «Corriere della Sera» del 10 gennaio 1987) l'autore criticò il criterio di avanzamento di carriera dei giudici della procura di Palermo. Alcuni pensarono che, seppur in buona fede, Sciascia prendesse un clamoroso abbaglio, citando al proposito il caso di quella che sarebbe divenuta una delle vittime più illustri della lotta alla mafia: il giudice Paolo Borsellino, ucciso il 19 luglio del 1992. Col tempo le opinioni, alla luce anche di eventi ulteriori, si sono stemperate (vedi articolo «Contraddisse e si contraddì», sull'eredità civile di Leonardo Sciascia).

La figura di Mori aleggia costantemente ne Il giorno della civetta, di Sciascia, dove viene citata diverse volte.

Emerge in un dialogo interiore del capitano Bellodi colto in un momento di impotente risentimento («..Il capitano sentì l’angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi; come i suoi sottufficiali vagheggiò un eccezionale potere... una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali in Sicilia.. e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero alla memoria le repressioni di Mori, il fascismo...» pag 60). Esce fuori nei commenti al caffè sull’arresto di Don Arena («.. qui il famoso Mori ha spremuto lacrime e sangue..» pag 64). E’ cioè un riferimento obbligato per Sciascia che scrive, ma anche per noi, per fissare la modernità e preveggenza del romanzo. Ancora oggi, a 40 anni dall’uscita della «civetta», il dibattito sulla lotta alla mafia ripercorre i temi del Mori e le angustie del capitano Bellodi. Ancora oggi c’è chi giustifica con «l’emergenza» l’uso di metodi forti nella lotta alla Mafia, e chi insiste in una visione più articolata, sociale e culturale, politica e economica, non solo poliziesco giudiziaria.

23 marzo 2001
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