VIAGGIO NEL MONDO DI THOMAS MANN - IL ROMANZO PEDAGOGICO – LA MONTAGNA INCANTATA

ITALIALIBRI - RIVISTA MENSILE ONLINE DI LIBRI ITALIANI, BIOGRAFIE DI AUTORI E RECENSIONI DI OPERE LETTERARIE







Notizie ItaliaLibri

Ricevi gratis i notiziari periodici con le novità librarie e le notizie di italialibri.net.
Gratis!



Google
Web
www.italialibri.net
www.italialibri.org

Viaggio nel mondo di Thomas Mann

Il viaggio significa separazione, e ricerca di significati e di risposte
Di Annamaria Fabiano

Tra la visione di un’origine felice e l'esperienza della solitudine, il romanzo pedagogico si focalizza sul secondo: il momento della separazione. Chi è rappresentato è il giovane che lascia la casa e va nel mondo, incontro a seduzioni fisiche, morali e intellettuali, per ricercare significati e risposte. Il pensiero dell’educazione è per Mann l’espressione più alta dell’amore dello spirito verso la vita.

Thomas Mann allo scrittoio
(Monaco, 1903)
l romanzo pedagogico solitamente inizia con un viaggio, perché il viaggio significa separazione da qualcosa e, conseguentemente, ricerca, di significati e di risposte.

Durante il viaggio, ogni avvenimento anche piccolo si riveste di importanza, perché diventa esperienza. Fuori dal proprio ambiente, distaccato spiritualmente e psicologicamente dal proprio terreno, colui che “è” fuori si trova in una particolare situazione interiore: è disposto ad accogliere, a ricevere informazioni, a lasciarsi trasportare da situazioni nuove. Naturalmente il viaggiatore/allievo tende ad assorbire quanto può far presa sulle sue attitudini particolari: diventa così il primo agente di trasformazione di se stesso e dunque è più corretto parlare di autoeducazione o autoformazione.

Secondo quanto Mann scrive nel suo saggio su Goethe, la tendenza autobiografica dello scrittore, giungendo attraverso la confessione alla autoeducazione dell’individuo, si volge all’esterno, diventando educativa. «La vocazione educativa del poeta scrittore può definirsi come una problematicità che vuol confessarsi, come qualche cosa di non comune, e che tuttavia è destinato a diventare un’espressione tipica di ciò che, dal punto di vista umano, è universale […]. Brevemente formulando potrebbe dirsi: lo scrittore è l’educatore che si è formato per mezzo delle più singolari esperienze e la cui educazione va di pari passo con la lotta contro se stesso. È un confluire della vita interna con l’esterna, un contrastare con il proprio “io” e nello stesso tempo con il mondo. Un’educazione che voglia essere puramente obiettiva, che parta dal presupposto della propria formazione, non è invece che vuota pedanteria» (Thomas Mann, Goethe scrittore in Nobiltà dello Spirito).

Il pensiero dell’educazione è per Mann l’espressione più alta dell’amore dello spirito verso la vita. Lo scrittore si confessa: al suo personaggio, che viaggia simbolicamente, offre le esperienze intellettuali e umane che lui stesso ha potuto fare, prestando le proprie convinzioni ora all’uno ora all’altro dei pedagoghi, così come lui stesso scrittore la ha attinte da svariate fonti, nel corso della sua vita formativa.

Il “suo” personaggio volge il capo qua e là come lui stesso faceva: prova a scegliere e prova a rifiutare, è trascinato e subito dopo respinto; è affascinato e poi indispettito dal sofistico relativismo delle dispute di cui è testimone. Ma nessuno di coloro che tentano di guadagnarlo alla propria causa riesce infine ad avere la meglio: il personaggio principale è lui, che sta formando se stesso e che ha diritto alla scelta finale, o alla non scelta.

Il viaggio, che significava separazione da qualcosa, può anche concludersi con una non soluzione, accompagnata dalla certezza che le possibilità di riflessione esistenziale sono infinite.

Lo scrittore confessa la sua vicenda spirituale, racconta come è diventato tale, e lo fa in chiave simbolica: è naturale che in tal modo le cose, i fatti, le persone, gli avvenimenti siano accarezzati dal tocco leggero dell’ironia, l’assurdo e il grottesco giocano ruoli fondamentali, i paesaggi si modellano in maniera pregnante agli umori e preparano le novità; le ripetizioni di concetti e frasi o parole assumono valore, così come nelle sinfonie musicali capita ai motivi conduttori.

Tratteggiando gli aspetti essenziali del “romanzo pedagogico”, Fabrizio Ravaglioli spiega che nella storia vi sono degli atti che si ripetono infinite volte, in mille variazioni. Se un primo atto è rappresentato dalla visione di un’origine felice, un secondo rappresenta l’esperienza della solitudine. Atto tragico, a cui segue la separazione e quindi la caduta nell’abisso, da cui saggiamente ci si può rialzare, se si ascoltano gli ammonimenti dei saggi. Il romanzo pedagogico sarebbe attratto dal secondo momento, quello della separazione: e difatti chi è rappresentato è il giovane che lascia la casa e va nel mondo, incontro a seduzioni fisiche, morali e intellettuali.

Nel mondo allegorico di Tolkien, Frodo parte da casa portando con sé l’Anello del Potere da bruciare sul Monte Fato, e in quello di Andersen Gerda raggiunge la cima del mondo, attraversando “situazioni” allegoriche di ogni genere, allo scopo di salvare Kai dalla scheggia di vetro diabolico…e dal suo viaggio tornerà adulta, maturata dall’esperienza del dolore e degli ostacoli da superare.

Vediamo cosa scrive Mann stesso nel paragrafo Arrivo. «Due giornate di viaggio allontanano l’uomo ( e specialmente il giovane che non ha ancora salde radici nella vita) dal suo solito mondo, da ciò che egli chiama i suoi doveri, i suoi interessi, le sue preoccupazioni e aspirazioni, lo allontanano più di quanto egli stesso abbia potuto immaginarselo durante il tragitto in carrozza da casa alla stazione. Lo spazio che ruzzola via fuggendo tortuoso e si interpone fra lui e il suo luogo di residenza ha in sé forze che di solito si credono riservate al tempo; d’ora in ora esso dà origine a interni mutamenti, molto somiglianti a quelli generati dal tempo ma che in certo qual modo li sorpassano. Come quest’ultimo genera dimenticanza, ma lo fa sciogliendo la personalità dell’individuo dai suoi rapporti e ponendolo così in una situazione libera e iniziale; perfino del pedante e del grasso borghese esso fa in un volger di mano qualcosa come un vagabondo.

Si dice che il tempo è il Letè, ma anche l’aria delle lontananze è un’acqua simile e se i suoi effetti hanno minore intensità, sono però di tanto più rapidi» (Thomas Mann, La montagna incantata).

Acqua della dimenticanza: il Letè nel quale si tuffa il pellegrino per purificarsi e ricominciare. E «lo spazio che ruzzola via fuggendo tortuoso» può rappresentare ogni meandro vitale in cui si cela una nuova possibilità, il punto di partenza per un nuovo momento, spazio vitale che modificandosi di passo in passo, sposta anche le prospettive e acutizza la capacità di penetrazione nell’ignoto, priva della sicurezza e offre l’avventura e con essa la possibilità di cadere e insieme quella di rialzarsi redenti. Ma, spiega ancora Ravaglioli, la redenzione finale fa parte di un programma filosofico ascetico-medioevale, quello in cui si lotta e ci si barcamena sotto il segno della rinuncia terrena, in vista del premio futuro.

Castorp è un protagonista, più che un eroe, del XX secolo, momento in cui appare molto difficile approdare a una comprensione del reale, conciliando le antitesi.

Ma chi è Hans Castorp? Vediamo subito come lo definisce Mann stesso nel paragrafo In casa Tienappel. E della situazione morale di Giovanni Castorp.

«Nessuno poteva dubitare che Giovanni Castorp non fosse un prodotto genuino del suolo locale ed occupasse brillantemente il suo posto nel mondo […]. Egli respirava l’atmosfera della grande città marinara, quella umida atmosfera di traffico e di benessere che era stata la gioia dei suoi padri, in profonda armonia con essa, la respirava come una cosa naturale ed anche con piacere. Con l’odorato pregno d’esalazioni d’acqua, di carbone, di catrame e dell’odor di coloniali ammonticchiati, egli vedeva sulla banchina del porto mostruose gru che spiegavano la servizievole intelligenza […]. In questo era un genuino prodotto del suo suolo, nel fatto cioè ch’egli amava vivere bene, anzi, nonostante il suo aspetto raffinato ed anemico, era attaccato profondamente e internamente ai godimenti buoni e solidi della vita, come un buon lattante si attacca avidamente al seno della madre. Portava sulle spalle comodamente e non senza una certa aria dignitosa l’alta civiltà che la classe dirigente della democrazia cittadina dei commercianti aveva lasciato in eredità ai suoi figli […]. Giovanni Castorp non si poteva chiamare né un genio né uno sciocco, tuttavia noi non lo chiameremo mediocre, e ciò per motivi che non hanno nulla a che vedere né con la sua intelligenza né con la sua semplice persona, ma per rispetto al suo destino cui siamo inclini ad ascrivere un certo significato super-personale. La sua intelligenza bastava, senza soverchie fatiche, alle esigenze del ginnasio. Del resto egli non era mai propenso alla fatica, in nessuna circostanza e per nulla al mondo. E ciò non tanto per il timore di farsi male, quanto perché non vedeva alcun motivo che ne valesse la pena. Per esprimerci più esattamente diremo che non vedeva alcun motivo imprescindibile per giustificare l’impiego eccessivo di forze, ossia la fatica. Ecco perché non vorremmo chiamarlo mediocre, perché in qualche modo egli intuiva la mancanza di tali motivi. L’uomo non vive soltanto la sua vita personale come individuo singolo ma, consapevolmente o inconsapevolmente, vive anche quella della sua epoca e del suo ambiente […] e quando l’elemento impersonale che lo circonda, l’epoca stessa, nonostante tutta l’operosità esteriore manca in fondo di speranze e di mete […], non mancherà di produrre un certo effetto debilitante specialmente in persone di natura semplice e schietta, indebolimento che può espandersi dalla psiche anche alla parte fisica e organica degli stessi (Thomas Mann, La montagna incantata).

Castorp è dunque un giovane comune, ma non un mediocre; gli accade una storia “hegelianamente intesa”, cioè non nel senso di accadimento nello spazio e nel tempo, ma come racconto, storia narrata. Un giovane tedesco che non ama il lavoro, ma lo rispetta: si tratta di quel tipico rispetto di natura religiosa e morale che non esclude l’intima partecipazione emotiva. Egli non possiede né “solitudine morale” né “vitalità esuberante” un buon sigaro, tempo libero e scevro da fatiche e silenzio dentro costituiscono il suo terreno naturale. L’epoca in cui vive non offre scopi né speranze. Castorp è però diverso dagli altri, nonostante sia un giovane qualunque. La sua psiche indebolita, causa l’atmosfera dell’epoca, ha indebolito la sua parte fisica e organica, rendendolo preda del Male.

Ma cosciente di una sua non totale aderenza alla “pianura”, egli parte, si allontana, diretto a Davos, nel Canton dei Grigioni, per restare tre settimane in compagnia del cugino Gioachino ospite del sanatorio Berghof.

Tre settimane che si trasformeranno in sette anni, proprio come nelle favole…in compagnia delle fragili Ombre che popolano la montagna, segnate dal male, votate alla dissoluzione e alla decomposizione, estranee alla vita, prigioniere della valle dell’Incantesimo dove non v’è inizio né fine ed il prima e il poi, incontrandosi, danno il sempre e l’eterno in un anarchico abbandono del tempo a se stesso.

Egli è ormai nel mondo della conoscenza: in un primo momento frettoloso di riassumere il suo ruolo di cittadino e di professionista, è però profondamente avvinto, trascinato da una forza latente sui sentieri pericolosi dell’inazione, dove le opinioni anelano ad una loro autonomia, ad una canalizzazione.

Il mondo della conoscenza è dualistico e gli estremi si combattono senza tregua, ma una scelta appare nemica dell’umano oscillare, di fronte a Chi forse soltanto è “al di là del bene e del male”.

(FINE)
(torna a [«–– pagina 3/4] [««–– inizio articolo])


Questo saggio si compone, oltre al presente, di altri tre articoli: L'ambiguità di Thomas Mann; Dai Buddenbrook a La morte a Venezia; La montagna incantata.

Milano, 29 giugno 2002
© Copyright 2000-2001-2002 italialibri.net, Milano - Vietata la riproduzione, anche parziale, senza consenso di italialibri.net


Per consultare i più recenti commenti inviati dai lettori
o inviarne di nuovi sulla figura e sull'opera di
Thomas Mann

|
|
|
|
|
|
|
I quesiti
dei lettori



I nuovi commenti dei lettori vengono ora visualizzati in una nuova pagina!!

«Scheletro, uomo delle tenebre, resuscitato e insieme morto irreparabilmente, doppiamente esperto di morte, rifiutato dal tempo, autore di libri inesistenti, sbagliati, impossibili, io, lo scrittore.»

(Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa)



AUTORI A-Z
A
B
C
D
E
F
G
H
I
J
K
L
M
N
O
P
Q
R
S
T
U
V
W
X
Y
Z

OPERE A-Z
A
B
C
D
E
F
G
H
I
J
K
L
M
N
O
P
Q
R
S
T
U
V
W
X
Y
Z

Novità in libreria...








AUTORI A-Z
A
B
C
D
E
F
G
H
I
J
K
L
M
N
O
P
Q
R
S
T
U
V
W
X
Y
Z
OPERE A-Z
A
B
C
D
E
F
G
H
I
J
K
L
M
N
O
P
Q
R
S
T
U
V
W
X
Y
Z
PAROLE NUOVE

Chi decide della dignità di un nano?
Ovvero, la libertà di liberarsi da alcune libertà fondamentali

Un sano pragmatismo fondato sulla alleanza tra scienza laica e filosofia permea Il lancio del nano, accanto a una tenace, puntigliosa, divertita curiosità per quelli che sono i veri e falsi dilemmi e i paradossi della morale moderna. Le forze oscurantiste ostacolano la risoluzione di tali dilemmi. Armando Massarenti inquadra la diatriba fra una cultura arroccata sul giustificazionismo a-storico, e una cultura aperta alla comprensione del nostro tempo, alla complessità dei suoi problemi, alle sfide della scienza e del sapere filosofico, e soprattutto ai mutamenti che le trasformazioni sociali impongono ai codici etico-morali. (di Roberto Caracci)
La strada percorsa in mezzo alle parole
Un cammino per incontrare altre persone, più che per ritrovare se stessi
Intervista con Paolo Di Paolo, giovane letterato, concentrato sulla lettura, sulla scrittura, sui personaggi, sugli scrittori, sugli esseri umani che incontra, sulle esperienze personali, autore di Nuovi cieli, nuovissime carte e di due libri-intervista con Dacia Maraini e Antonio Debenedetti.

Una realtà da scontare
Le anguste vicende della piccola borghesia nelle pagine di Maria Messina (1887-1944)
Dimenticata dalla storia letteraria del Novecento, tratta dall’oblio grazie all’attenzione di Leonardo Sciascia, Maria Messina apre le porte di un mondo mediocre, chiuso nel proprio egoismo e refrattario ad ogni mutamento, un mondo piccolo-borghese la cui unica preoccupazione è di salvare la faccia di fronte alla comunità. A questo universo ristretto e spesso meschino non è facile sfuggire, soprattutto per chi, come le donne che lei racconta, non riesce ad esercitare la propria libertà interiore. Le prigioni che descrive, che rinserrano tanto le vittime quanto i persecutori, sono i cerchi chiusi dentro i quali le protagoniste si vedono vivere. Nella rinuncia, nella resa, nell’accettazione di quello che è ritenuto ineluttabile non v’è debolezza o ignavia, ma il segno di una realtà da scontare. (di Anna Maria Bonfiglio)
E lo «spirito aristocratico»...?

Dal romanzo antistorico all'antistoria

Tre romanzi storici che si concentravano sulle contrapposizione tra vecchia e nuova classe dirigente, a confronto con un noir dei nostri giorni.
De Cataldo, De Roberto, Lampedusa, Pirandello...


ALTROVE

Il grafico della febbre
La malattia ci presenta l’evidenza oggettiva del nostro esistere. E attraverso la celebrazione del malessere, implicitamente ci appare anche la possibilità di una perduta, leggendaria condizione felice.
(Bufalino, Gadda, Svevo, Tobino, Volponi...)


A.Spinelli
Il Manifesto di Ventotene
Il documento che ha ispirato l'idea di Unione europea

Nel 1941, sull’isola di Ventotene, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, tre intellettuali confinati dal regime fascista, stendono una carta rivoluzionaria che parla di uguaglianza sociale e di Unione sovranazionale europea. Documento ancor oggi di straordinaria attualità, il Manifesto di Ventotene, viene considerato una delle fonti di ispirazione per l’Unione (a cura di Diego Farina).

Fra cronaca e letteratura
C.Marchelli
Uno spazio dove la realtà trova lo spazio per accomodarsi
Chiara Marchelli, autrice del romanzo Angeli e cani, si racconta e ci racconta il proprio rapporto con la cronaca che si trasforma in letteratura, con la scrittura, che diventa urgenza, necessità, lavoro, disciplina, la difficoltà di diventare adulti, la possibilità di operare scelte libere, non vincolate da necessità, paura, convenzioni. (a cura di Marina Giardina)


Tra viaggio e poesia
D.Rondoni

Davide Rondoni è il poeta italiano contemporaneo più di ogni altro dentro la contemporaneità. Le sue opere rivelano un poeta originale nel panorama odierno, che cita Vasco Rossi e Don Giussani liberamente, come sentori che penetrano una realtà da diversi, inaspettati punti di vista. (di Alessandro Moscè)






http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 14 dic 2006

Autori | Opere | Narrativa | Poesia | Saggi | Arte | Interviste | Rivista | Dossier | Contributi | Pubblicità | Legale-©-Privacy