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Dossier

A cura della Redazione Virtuale

roseguendo nella ricerca sul soggiorno di Alberto Moravia ed Elsa Morante a Fondi dal settembre 1943 al maggio 1944, ho raccolto altre testimonianze dirette provenienti dai Mosillo, ai quali lo scrittore si rivolse, per cercare un nascondiglio sicuro. (1)

Per ricostruire la natura dei rapporti che legarono i Moravia alla famiglia dei Mosillo, un utile riferimento è costituito dalla testimonianza che proprio il Nostro ha dato nella biografia-intervista di Enzo Siciliano, testimonianza riprodotta anche nella cronologia delle Opere di Elsa Morante edite nella collana dei Meridiani Mondadori:

«A Fondi conoscevamo certi Mosillo, la famiglia di un giudice. Li trovammo: furono molto ospitali. Ci procurarono una stanza in una casa di contadini. Era una stanza che a dire sporca era poco: comunque eravamo tra buona gente. Faceva un caldo spaventoso, ma non ci muovemmo di là per qualche tempo, anche se i Tedeschi andavano in giro di tanto in tanto. Poi i fascisti cominciarono a fare razzia di uomini. Allora pensammo di salire in montagna. Una mattina, di buon’ora, ho caricato tutto quello che avevamo sulla groppa di un somaro e siamo partiti verso un posto che ne La Ciociara ho chiamato Sant’Eufemia, mentre invece si chiamava Sant’Agata. Ci siamo rimasti dalla fine di settembre fino al maggio successivo, sempre aspettando gl’Inglesi.

È stata un’esperienza piuttosto bella: con tutte le paure che avevamo, quello fu uno dei momenti più felici della mia vita.

Ero sposato da poco: avevo in tasca ottantamila lire; con quelle abbiamo vissuto quasi per un anno […] I contadini mi consideravano un riccone (1)».

Dalla signora Isabella Savona, vedova di Mario Mosillo – uno dei cinque fratelli – ho avuto conferma dell’amicizia tra il marito, i cognati e i due grandi personaggi. Ella mi ha riferito ciò che in proposito rammentava il consorte:

«Moravia venne a Fondi tramite Libero De Libero, legato ai miei cognati da una fraterna amicizia. Alberto, d’altra parte, conosceva Libero, in quanto frequentatore assiduo della galleria d’arte La Cometa, che questi dirigeva e che era uno dei più importanti ritrovi degli artisti e letterati degli anni Trenta: Sibilla Aleramo, Elio Vittorini, Antonello Trombadori, Carlo Levi, Capogrossi, Pannunzio e altri. Proprio Libero fece conoscere a Moravia Elsa Morante nel 1936, la quale allora era poverissima e si manteneva compilando tesi di laurea per laureandi svogliati, nonché graziose favole per bambini.

Arrivati a Fondi a causa dell’interruzione delle rotaie, la famiglia di Sarra indirizzò la coppia – che ne aveva fatto richiesta – da mio cognato Claudio. Li accolse mia suocera, donna Giulia de Simone, e avendo saputo dai figli che Moravia, poiché ebreo, figurava nella lista dei deportandi in Germania, offrì a lui e alla moglie una casetta di sua proprietà, che si trovava in contrada La Madonnina, perché potessero dimorare al riparo dalle incursioni nemiche. Ma i Tedeschi stavano per arrivare anche lì e Alberto, non sentendosi sicuro, decise di salire più su a Sant’Agata, presso il contadino Davide Marrocco. I miei cognati si recavano da loro tutti i giorni e s’intrattenevano in dotte e scherzose conversazioni».

D: Com’era Elsa Morante?

R: «La Morante non l’ho conosciuta. Posso dirle quello che mi raccontava mio marito. Soleva affermare che Elsa era molto bella e che, consapevole della sua avvenenza, ogni volta che Moravia elogiava in un’altra donna questa caratteristica, con grazia civettuola rispondeva: ‘Più bella di me?’ Era riservata, ma molto «urbana», a modo, assai gentile. Nutriva un grande amore per la natura e mostrava un vivo interesse per gli animali»…

A proposito della straordinaria sensibilità di Elsa Morante, Anna Mosillo, figlia di Isabella, mi ha riferito un curioso episodio narrato dal padre e confermato a sua volta dallo zio, prof. Augusto Mosillo:

«La Morante aveva un bellissimo rapporto con i bambini e un debole per gli animali. Mio padre raccontava sempre che i figli dei contadini, giocando tra loro, si divertivano a catturare con le tagliole gli uccelli. Ogni volta che ne prendevano uno lo portavano a lei e, sfidandola, le dicevano: ‘Elsa, Elsa, guarda che bell’uccello! Adesso lo ammazziamo’. E lei, inorridita: ‘Nooo! Per carità! Datelo a me. Lo compro io; vi dò quattro soldi!’. Scoperta la sua debolezza, i bambini tornavano da lei sistematicamente ogni giorno, adottando questo «lucroso» stratagemma» per scucirle qualche quattrino.

Il ricordo del prof. Augusto Mosillo

«Moravia l’ho conosciuto nel 1933-’34. All’epoca frequentavo spesso un ristorante di Via del Babuino, a Roma. Il gestore di questo ristorante si chiamava Pasqualino, era di Terni ed era grande amico di mio fratello Claudio, che in quel periodo esercitava la professione di magistrato proprio colà. Quando Pasqualino da Terni si trasferì a Roma, Claudio continuò a frequentarlo insieme con Libero De Libero, il quale a poco a poco vi portò gli scrittori ed artisti che usavano ritrovarsi a «La Cometa». C’erano Pirandello, Cagli, Guttuso… Poi venne Alberto Moravia. All’inizio non avevo molta confidenza con lui. Ci salutavamo, scambiavamo qualche parola, ma niente di più. Libero, invece, per via della sua galleria d’arte aveva con lui rapporti più stretti (2). Gli presentò Elsa Morante, che stimava moltissimo, e i due nel ’41 si sposarono con rito cattolico. Dopo l’8 settembre del ’43 Roma fu occupata dai Tedeschi, i quali cominciarono la caccia all’ebreo. I Moravia, entrambi ebrei, furono costretti ad abbandonare in fretta la città. Decisero di andare a Napoli, ma il treno per Formia si fermò alla stazione di Fondi-Monte S. Biagio, sicché Alberto pensò: ‘Chi conosco io a Fondi? Alcide e Dante di Sarra, Libero De Libero e Claudio Mosillo’.

Qualche giorno dopo, infatti, Libero De Libero portò Moravia e sua moglie a casa nostra. I due forestieri si presentarono a noi e ci confidarono il loro segreto: erano fuggiti da Roma, perché inclusi nelle liste degli ebrei destinati ai campi di concentramento. Poi ci chiesero dove avrebbero potuto trovare un ricovero sicuro fino all’arrivo degli Alleati inglesi. Mia madre mise a loro disposizione una casetta di proprietà della sua famiglia e a lei Elsa Morante consegnò, perché la custodisse con cura, una valigetta, dicendole che conteneva oggetti preziosi. Mamma, pensando che si trattasse di gioielli di inestimabile valore, la ripose nel fondo di una cassa di biancheria e la nascose in un ripostiglio. Più tardi, quando Elsa tornò a riprendersela, sapemmo da lei che la valigetta conteneva i suoi quaderni.

Trascorsi due mesi, Alberto, vedendo che gl’Inglesi tardavano e non sentendosi sufficientemente protetto, si nascose più su, a Sant’Agata, in una capanna di proprietà del contadino Davide Marrocco. Tutti i giorni io e i miei fratelli ci recavamo da loro.

D: Che rapporto ebbe con Moravia durante quel periodo?

R: Trascorrevamo tutta la giornata insieme. Mi raccontava la sua vita. Aveva vissuto la sua prima giovinezza in sanatorio a Cortina d’Ampezzo, a causa della tubercolosi, che lo aveva reso claudicante di un piede. Stando immobile a letto aveva scritto il suo primo romanzo, Gli indifferenti, che aveva pubblicato a proprie spese nel 1929, riscotendo un gran successo. Già allora si occupava di cinema e i produttori, spesso senza che lui lo sapesse, sfruttavano questa sua notorietà per promuovere cortometraggi scadenti. Io, scherzando amichevolmente sulla sua malattia, lo prendevo in giro:

‘Albè, ma che hai fatto alla gamba? Sei caduto?’.

‘No, sono stato malato!’.

‘Ma va’! Non è vero!’.

E lui, accigliato: ‘Sul serio, Augusto. Ti dico che sono stato malato!’.

Aveva viaggiato molto e gli piaceva raccontarci dove era stato. Io, per non essere da meno, gli narravo – e non era vero – di essere stato con la mia famiglia a New York.

Moravia, incuriosito:

‘Ah sì? E che facevate?’.

Ed io, beffardamente – ma sempre serio:

‘Bestemmiavamo dalla mattina alla sera!». ‘E che motivo avevate per bestemmiare?’.

E così via… Di Alberto mi colpiva l’ingenuità. Era un credulone, prendeva tutto sul serio. Mi divertivo a canzonarlo senza che se ne accorgesse. Così, per scherzo.

Ricordo che era talmente ossessionato dalla sopravvivenza e dalla ricerca del cibo:
‘Che mangeremo? Che mangeremo?’, che un giorno gli dissi:

‘Albè, io ho la campagna piena di favette’…

‘Augù, me ne dai mezzo quintale?’.

‘Facciamo un patto: io ti darò le favette e tu mi darai il manoscritto di Agostino!’.

‘Come? Fai sul serio?’.

‘Sì! Quando pubblicherai il romanzo, invece di Alberto Moravia scriverai Augusto Mosillo!’.

E Moravia, allarmato, rivolgendosi alla moglie che era con noi:

‘Elsa, Elsa, senti che dice Augusto! Questo non scherza!’.

Oppure:

‘Albè, Libero mi ha detto che a casa sua ha certi prosciutti!’.

E lui, ingenuo:
‘Davvero? E perché Libero non mi ha detto niente?’»…

D: Che ricordo ha della Morante?

Il professore non nasconde la sua ammirazione per la scrittrice: «Aaah!.. Elsa era proprio una bella donna. Quando venne a Fondi nel ’43 era molto giovane, sui trent’anni, credo. Emanava un fascino non indifferente. La sua avvenenza era tale da far perdere la testa. Tutti noi restavamo incantati a guardarla. Una bellezza fresca, leggera. Tratti minuti, profilo severo, da attrice quasi. Un’espressione da bambina un po’imbronciata… Si vedeva subito che non era come noialtri. Aveva un’aria ‘cittadina’: distinta, affabile, garbata, bei modi, bel timbro di voce. Rispetto al marito era più riservata. Possedeva una cultura straordinaria. Moravia l’adorava. Teneva particolarmente alla sua persona. Mai un capello fuori posto, molto elegante. Maniaca della pulizia, ogni mattina – anche in pieno inverno – si rovesciava addosso un secchio d’acqua gelata, che Alberto aveva attinto da un pozzo situato nelle vicinanze della capanna (3). Inoltre era molto altruista: agli inizi di ottobre del ’43, poiché gli abiti estivi non proteggevano più lei ed il marito dal freddo incipiente, Elsa, sfidando coraggiosamente i pericoli di guerra, con un camion di Lippa fece un viaggio a Roma e riempì una valigia di capi invernali (4). Quando tornò a Fondi, Moravia gongolava di gioia. Finalmente poteva indossare i suoi inseparabili pullover. Ne indossò subito uno e, con espressione fiera:

‘Augù, guarda che bel pullover!’.

D: Come trascorrevate, di solito, le vostre giornate?

R: Non facevamo niente. Si perdeva tempo. Gli ufficiali italiani di Lenola in partenza per il fronte ci aggiornavano sugli sviluppi della guerra. Scrutavamo nel cielo le incursioni aeree. Una volta la contraerea scagliò contro di noi una pioggia di proiettili, un’altra sganciò una bomba proprio a pochi metri da noi e fu tutto un vorticare d’innumerevoli schegge. Io mi misi in salvo sotto un albero di arance, Alberto, che era fermo nel luogo dell’esplosione, rimase miracolosamente illeso (5).

Spinti dalla necessità di provvedere al cibo giornaliero, cercavamo provviste di borsa nera. Andavamo dai soldati tedeschi a scambiare uova con del pane A quei tempi ci rifornivamo tra di noi e pagavamo in natura. Il nostro fornitore era Attilio Testa (6), che faceva anche il macellaio. Dopo aver ammazzato un vitello o una capra, separava con provetta abilità gli intestini dalle parti commestibili. Alberto, quando scherzavamo insieme, lo imitava alla perfezione. Passeggiavamo per le montagne ed egli raccoglieva cicoria, spiccandola con un coltellino. Aveva imparato a riconoscere a prima vista tutte le erbe e quando qualcuna di esse gli era ignota, chiedeva delucidazioni ai contadini, memorizzandola rapidamente.

Se, invece, era brutto tempo, ci riscaldavamo al chiuso intorno al focolare, scambiandoci confidenze. Con noi c’era anche un gruppo di evangelici, i quali ogni tanto ci leggevano la Bibbia. Attendevamo in tal modo l’arrivo delle truppe alleate.

D: I Moravia erano ossessionati dal timore che qualcuno potesse scoprire le loro origini ebraiche?

R: Mah! Non tanto. Nessuno sapeva chi fossero. Solo noi Mosillo e i fratelli di Sarra li conoscevamo. I contadini, poi, li chiamavano entrambi per nome. Per loro – come del resto per noi – erano soltanto ‘Alberto’ ed ‘Elsa’.

Finalmente in primavera arrivarono gl’Inglesi. La notizia ci riempì di gioia. Salimmo a Sant’Agata a riferire la cosa a Moravia, ma due giovani ufficiali inglesi ci avevano preceduto. C’erano anche due militari tedeschi che volevano arrendersi a loro, ma i primi erano piuttosto diffidenti e Alberto, che conosceva bene inglese e tedesco, fece da tramite tra gli uni e gli altri.

Una mattina lo accompagnai a Napoli con una camionetta. Moravia parlò alla Radio Nazionale. Poi dovemmo riempire dei moduli.
Qualche giorno dopo – si era alla fine di maggio – la coppia, cessato ormai lo stato di allarme, ci salutò, in procinto di tornare a Roma. Prima di partire, Elsa Morante, come ho già detto, andò da mia madre a ritirare la sua valigetta. Conteneva il manoscritto del suo primo romanzo, Menzogna e sortilegio (7).

D: Dopo la guerra li ha più rivisti?

R: Li incontrai a Roma una volta. A Natale Elsa mandò a mia madre una cartolina d’auguri, ringraziandola per la premurosa ospitalità dimostratale durante i primi mesi del suo soggiorno qui da noi. Alberto ogni tanto mi mandava dei biglietti… Lo rividi a Fondi nell’estate del 1961, in occasione delle riprese del film La ciociara di Vittorio De Sica. Mi trovavo nei pressi della chiesa di San Francesco, mentre all’interno Sophia Loren girava la scena dello stupro. Andai a salutarlo e mi riconobbe. Assistemmo alle riprese e chiacchierammo un po’.

D: La Morante l’ha più rivista?

R: Elsa non l’ho più vista né è più venuta a Fondi. Ho saputo da Libero del suo tormentato legame con Moravia. Si separarono nel ’62, ma senza divorziare, perché lei era molto cattolica. Poi si è ammalata ed è rimasta per molto tempo in una clinica romana, dove è morta dopo atroci sofferenze fisiche. La malattia ha devastato irrimediabilmente la sua bellezza».

Elsa Morante ha citato il Tenente Mario Mosillo, marito della signora Isabella Savona, padre di Anna e fratello del prof. Augusto, nel romanzo La Storia, a pag. 319:

« […] Qua vedo notizie buone. C’è vicino un personaggio potente…buona raccomandazione. Qualcuno importante…Re di moneta… uno coi gradi»

«Forse è quel tenente… Come diceva, mà, il nome di quel tenente nella lettera…?…», suggerisce sommessamente Annita.

«Mosillo! Tenente Mosillo».


(1) Cfr. p. XLVII della Cronologia in Elsa Morante, Opere I, Mondadori-I Meridiani, Milano 1988.
(2) Libero De Libero era anche direttore del giornale «Interplanetario», sul quale Moravia nel 1929 pubblicò racconti e novelle, tra cui Villa Mercedes e alcuni brani ripudiati nella stesura definitiva de Gli indifferenti, col titolo di Cinque sogni.
(3) Cfr. A. Moravia-A. Elkann, Vita di Moravia, Milano 1990, p. 145: «Quanto a lavarsi le cose andavano così: ogni giorno di buon mattino andavo al pozzo e buttavo il secchio in fondo al pozzo. L’acqua era gelata. Il secchio rompeva il ghiaccio e si riempiva. Elsa si tirava addosso quell’acqua ghiacciata una volta al giorno, io una volta a settimana. Eravamo relativamente puliti».
(4) Questo particolare concorda pienamente con la testimonianza che lo scrittore ha dato in A. Moravia-A. Elkann, Vita di Moravia, Milano 1990, p. 145: « […] È necessario ricordare un episodio che dimostrerà quanto Elsa fosse coraggiosa e anche molto generosa. Ormai era ottobre inoltrato, eravamo vestiti da estate, cominciava a far freddo. […] Il vestito estivo non mi proteggeva. Allora ad un certo momento Elsa decise di andare a Roma, prendere i vestiti invernali e tornare a Sant’Agata. Per capire il coraggio di Elsa in quell’occasione, bisogna ricordare da una parte i disagi di cui soffrivamo in montagna e dall’altra che lei era venuta soltanto per accompagnarmi: non era ricercata, avrebbe potuto benissimo restare a Roma, invece di vivere in quell’orribile scomodità. Ad ogni modo, scese a valle, andò alla stazione e prese il treno.Si era ormai talmente abituata alla vita rustica che a Roma andò in giro per le strade e nei tram con il bastone di cui si serviva in montagna e che le avevo ricavato da un semplice ramo d’albero. La gente la guardava e diceva sottovoce questa frase che poi lei mi ha riferito: ‘Poveretta, è carina, ma è matta’. Andò a casa, fece una valigia con la roba d’inverno e tornò a Fondi. Un soldato tedesco l’aiutò a portare la valigia».
(5) Cfr. quanto in proposito dice Moravia, op. cit., p. 146: «Andavamo a cercare i soldati tedeschi per scambiare delle uova contro il pane. Ad un tratto sentii il fracasso ben noto di una squadra di fortezze volanti americane. Alzai gli occhi e le vidi proprio sulle nostre teste. Non ebbi paura, perché eravamo lontani da Fondi e loro bombardavano soltanto Fondi. Invece mi si gelò il sangue, vedendo che un lungo nastro rosso era uscito dall’aeroplano che guidava lo stormo. Sapevo che il nastro rosso era il segnale per il lancio delle bombe. Quasi subito le bombe caddero nella gola dove ci trovavamo. […] ci fu un’esplosione fortissima e poi vidi tutto intorno a me una quantità di schegge d’acciaio che saltavano nella polvere. Una sola di quelle schegge sarebbe bastata a farmi una ferita grande come un pugno. Che io sia rimasto indenne ancora oggi mi sembra impossibile, cioè un miracolo sia pure casuale».
(6) Il negoziante Filippo Festa del romanzo La ciociara.
(7) Sulle «vicende» del manoscritto di Menzogna e sortilegio, Moravia, nella biografia più volte citata, dà una versione discordante da quella del prof. Mosillo, affermando che esso fu affidato a Carlo Ludovico Bragaglia, amico della Morante. È molto probabile però, che, al suo ritorno a Fondi, Elsa abbia portato con sé il manoscritto.

27 dicembre 2000
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