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A cura della Redazione Virtuale

lsa Morante e Alberto Moravia si sentivano particolarmente legati a Fondi per un significativo evento che interessò la loro vita. Durante il secondo conflitto mondiale, mentre si accingevano a raggiungere l’amico Curzio Malaparte a Napoli, il treno che avrebbe dovuto portarli a destinazione si fermò, poiché le rotaie erano interrotte e non era possibile proseguire, inducendo la coppia a cercarsi un rifugio alla bell’e meglio. (1)

Così, Moravia, allora trentaseienne, e la Morante (ventinove anni), trascorsero i nove lunghi mesi successivi alla stipulazione dell’Armistizio (8 settembre 1943), in una capanna a Sant’Agata, una località arroccata intorno alle montagne di Fondi, in provincia di Latina, precisamente tra monte Arcano e valle Vigna, ospitati premurosamente dal contadino Davide Marrocco e dalla moglie di questi.

Fu un periodo difficile, vissuto tra stenti e privazioni, paventando le retate dei Tedeschi; ma destinato a produrre due opere letterarie di grande importanza nel panorama letterario italiano del secondo Novecento: Moravia scrisse La ciociara (1957) ed Elsa Morante il suo romanzo più celebre e discusso, La Storia (1974).

Moravia stesso ha rievocato quegli anni, comunicandoci che cosa provò nel rivedere il posto dopo quasi mezzo secolo di assenza:

«In occasione del premio di poesia Libero De Libero, a Fondi, sono tornato, dopo quarantacinque anni, al luogo preciso in cui, nel 1943, ho passato nove mesi insieme con mia moglie Elsa Morante. Ero nella lista degli antifascisti da arrestare e deportare in Germania; mi ero rifugiato a Fondi, in una gola selvaggia e disabitata, a mezza costa, presso un contadino che si chiamava Davide e che aveva una piccolissima casetta monocamera, alla quale era addossato un ripostiglio. In questo ripostiglio Elsa Morante ed io abbiamo abitato dal settembre del ’43 al maggio del ’44, cioè fino all’arrivo delle truppe alleate.

Non voglio soffermarmi più che tanto sul mio forzato soggiorno in casa di Davide. Elsa Morante ed io ne abbiamo parlato abbastanza nei nostri due romanzi La Storia e La ciociara. Vorrei invece dire qualche cosa su una singolare impressione che mi ha fatto la mia minima abitazione allorché l’ho riveduta dopo quasi mezzo secolo. Si penserà che fossi commosso, turbato: dopo tutto avevo qualche ragione di esserlo: in quella specie di porcile si era consumata una delle esperienze fondamentali della mia vita. Ma non era così. Di fronte a quel muro di grossi massi stratificati a secco, a quel tettino di lamiera, a quella porticina di tre assi inchiodate insieme, il sentimento è stato quello di chi, guardando ad un cane, ad un gatto, ad un animale qualsiasi che ha creduto morto, si accorge invece che palpita, respira ancora. In altre parole, quelle poche, miserabili, quasi informi pietre rimaste così identiche dopo mezzo secolo, adesso avevano qualcosa in più che al mio arrivo lassù; una specie di irradiazione, di magnetismo, o, se si vuole, di spiritualità che non si capiva da dove gli venisse, e che tuttavia indubbiamente c’era. Come ho detto, non ero commosso: provavo soltanto un sentimento di curiosità. Da dove veniva, insomma, alla embrionale abitazione questa sua aura di immaterialità? […] Avrei voluto vedere all’interno la baracchetta. Davide, che mi accompagnava nella visita, ha detto che la chiave doveva stare nascosta tra una delle tante pietre che formavano il muro a secco. Dopo lunga ricerca la chiave è stata trovata e la porta è stata aperta. Allora, affacciandomi in quella stanzetta buia, dalle pareti pietrose e dal pavimento terroso, alla fine ho capito. La spiritualità della baracca veniva da me. Ma non già dal mio ricordo, dal mio sentimento, dalla mia esperienza, bensì dall’uso che ne avevo fatto. Ci avevo abitato, ecco tutto. […] La casupola, insomma, aveva un’anima; e quest’anima gliel’avevo data io. Senza rendermene conto».(2)

Al loro arrivo alle porte di Fondi, con in mano una valigia di fibra, Alberto Moravia ed Elsa Morante bussarono a casa di Carlo di Sarra, chiedendo dei figli Alcide o Dan Danino - insigne slavista- che già aveva avuto una bella storia sentimentale con Elena Pincherle, sorella di Moravia.

«Accà n’c stà nisciùn», rispose Carlo, il capofamiglia, timoroso delle rappresaglie tedesche.

«Ci hanno detto che Alcide è qui», replicò Moravia; «Io conosco anche vostro figlio Dan Danino».

«N’c stànn!», ribadì con tono fermo il padrone di casa.

E l’altro, sottovoce: «Ma io sono Alberto Moravia e lei è mia moglie, Elsa Morante. Siamo venuti qui in cerca di qualcuno dei vostri figli».

«…Ah…Scusate!» fece Carlo, un po’ rinfrancato – ma sempre diffidente – e spalancò la porta, pur senza invitarli.

Raccontò loro che la famiglia era sfollata in campagna, il figlio Dante si trovava all’estero – a Bratislava, l’altro figlio Alcide:

«C’ stà, ma sta… nascòst’».

Non mancò di indicare, infine, la casa dei Mosillo – fraterni amici di Libero De Libero, a lui richiesta dallo stesso Moravia.

Il nascondiglio di Alcide: un gruppo di uomini, per sfuggire alle retate tedesche, si era rifugiato sul Santuario della Madonna della Rocca. Tra loro c’era Alcide, i fratelli Mosillo, Don Innocenzo, due giovani studenti ebrei, di cui uno si chiamava Carlo (3), ed altri.

Ai piedi del monte Arcano – sede del Santuario – si trovavano sfollate le famiglie Di Sarra e Mosillo, i cui giovani, talvolta, discendevano a casa nella sera.

Alcide fu quindi informato dal padre della visita nella casa di Fondi, per cui prese contatto con Moravia e raccontò in famiglia che i Moravia mancavano di tutto…:

«Bisogna mandare qualcosa».

Furono incaricate per la missione due figlie di Carlo, Fulvia e Gilberta – i ragazzi della famiglia potevano correre il rischio delle presenze tedesche – e riferisco quanto risulta dalla testimonianza di Fulvia:

«Il giorno successivo al racconto di Alcide, mamma preparò un paniere di vimini con una pagnotta di pane casalingo, qualche posata e qualche piatto, peperoni e melanzane…E c’incamminammo verso Sant’Agata, lungo la strada per San Magno, assolata e polverosa.

Arrivate alla capanna trovammo Moravia sul muricciolo della macera, camuffato da contadino fondano: camicia a quadri, pantaloni coperti da un vardamacchij, una specie di zinale di pelle di capra, un cappellaccio malconcio.

Appena vide noi due bambine, fu preso da terrore al pensiero che qualcuno potesse aver scoperto il suo rifugio. Ci accolse, infatti, ansiosamente e, con voce concitata, ci apostrofò:

‘A chi avete detto che noi stiamo qui? A chi avete domandato di noi? Con chi avete parlato? Cosa avete raccontato?…».

Intimidite da siffatta accoglienza:

«…Noi siamo le sorelle di Dante e Alcide Di Sarra. Siamo venute per portare qualcosa».

E aggiungemmo – per sedare la sua ansia – che non avevamo parlato con alcuno, perché, da sfollati, conoscevamo bene la zona e Alcide ci aveva ben indicato il luogo. Moravia, rassicurato si calmò.

Nel frattempo, allarmata dalla voce del marito, uscì dalla capanna Elsa Morante: bel viso tirato e senza sorriso, capelli cortissimi e ricci, occhi viola molto miopi… Ci fissava socchiudendoli e strizzandoli, con espressione trasognata e diffidente. Entrambi c’invitarono, allora, a sedere sulla macera e cominciarono a farci domande»…

Testimonianze del ricordo dell’affetto che legò i due scrittori a quest’esperienza si può trovare nei seguenti riferimenti letterari:

A. Moravia, La ciociara; E. Morante, La Storia (sia pure in maniera indiretta ma Cfr. le pagine in cui compaiono le famiglie Marrocco e Mosillo); A. Moravia- A. Elkann, Vita di Moravia, L. De Libero, Borrador, E. Siciliano, Moravia, A. Debenedetti, Giacomino.


(1) Cfr. A. Moravia, La ciociara, Milano 1957, p. 37 e sgg; Cfr. anche l’ampia testimonianza diaristica contenuta in A. Moravia-A. Elkann, Vita di Moravia, Milano 1990, pp. 141-150.
(2) Cfr. A. Moravia, Diario europeo, Milano 1993, p. 208.
(3) Cfr. il personaggio di Carlo Vivaldi / Davide Segre nel romanzo La Storia di Elsa Morante.

8 dicembre 2000
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