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Guido Morselli, sconosciuto al pubblico sino alla morte, pubblicato postumo |
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Ecco allora l'edizione che viene non a correggere ma a 'risarcire' quasi il danno, presentando un percorso di maturazione, seguendo i passaggi, accompagnando passo passo l'autore nella crescita, svelando finalmente la storia, la storia compositiva delle singole prove letterarie (da Uomini e amori a Incontro col comunista a Il comunista; da Un dramma borghese all'inedito Brave borghesi), e quella esistenziale di un pensatore-scrittore che della assenza, del sentimento di estraneità e lontananza - dal tempo, dal dibattito culturale, dalle grandi querelle del dopoguerra, dalla repubblica italiana delle lettere, dalla vita stessa - ha fatto il suo crisma. C'è un'immagine infatti, che è poi anche un oggetto sintattico e interpuntivo topico nella scrittura morselliana, che in qualche modo rappresenta tutto Morselli: la parentesi. Parentesi come interspazio, come piega altamente significativa della realtà, come 'zona' pregnante, come luogo alternativo, ma non per questo peregrino, alla storia ufficiale. È da questa postazione privilegiata e esclusiva che lo scrittore deve osservare puntando il proprio riflettore sugli avvenimenti, estrapolandone brandelli e modelli dell'esistenza tutta, commentando e intrecciando fatti e parole, avvenimenti e commenti, ricostruendo la frattura antica tra res cogitans e res extensa. Una sorta di 'terza dimensione' da cui è possibile scorgere il grande respiro dell'esistenza senza mischiarsi ad essa, nell'illusione perenne dell'esclusione. Leggendo le opere nell'ordine cronologico di composizione, e approfondendo grazie al supporto dei documenti autografi le tappe della scrittura, dall'avantesto, dalla prima idea catturata dall'appunto sino al testo che si affina stesura dopo stesura, correzione dopo correzione, è possibile riconoscere in Morselli non l'outsider colto e stravagante spesso dipinto da una critica sensazionalista quanto un vero 'artigiano' della scrittura che sapeva costruire e poi limare, riservando attenzione tanto all'infinitamente grande - la struttura portante - quanto all'infinitamente piccolo - la variante lessicale. Mestiere e genio, ma soprattutto grandissima capacità di leggere nelle cose, intelligenza, (proprio nel senso etimologico), lungimiranza, quello stile misurato che diventa etica stilistica senza rinunciare all'affondo nella contemporaneità. Si è detto infatti all'inizio che Morselli ha eluso, forse suo malgrado, la storia; la mancanza di un contatto, costantemente ricercato però, con pubblico e critica ha impedito un salutare scambio: la storia letteraria ha per sempre perso la possibilità di confrontarsi con uno dei suoi esponenti più significativi, di rimodellarsi, Morselli non ha potuto mano a mano 'mettere al mondo' i numerosi libri che andava scrivendo, rompere cioè il cordone ombelicale con la sua produzione, liberarla e liberarsene. Tuttavia questo non significa che ci troviamo di fronte a una scrittura senza tempo: la parentesi, ecco che ritorna, non è una interruzione delle regole, ma è al contrario un potenziamento smisurato del loro campo d'azione, una radicalizzazione. Ogni romanzo morselliano risente in questo senso del segno dei tempi, e contenutisticamente e stilisticamente; caso mai lo scrittore si spinge oltre, a cercare motivazioni intrinseche, non di moda, ai cambiamenti del costume e della parola, a legittimare narrativamente, all'interno dell'universo della scrittura, motivazioni altre e esterne. A ben guardare ogni stimolo creativo è una risposta a un fatto avvenuto altrove. Un altrove al romanzo che diviene romanzo dell'altrove. Prendendo in mano l'edizione e leggendo cronologia, introduzione, romanzi e note ai testi (concepite come una guida alla lettura attraverso la ricostruzione compositiva) un senso di soddisfazione si mischia all'amarezza: sebbene la storia non sempre sappia riconoscere e accogliere i propri migliori lettori, la testimonianza è di quelle cose che restano. Guido Morselli, Romanzi I, "LA NAVE ARGO", Adelphi, Milano, 2002 a cura di Elena Borsa e Sara D'Arienzo, introduzione e cronologia di Valentina Fortichiari e con la partecipazione di Paolo Fazio.
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«[...] il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo era al 60 per cento nel 1980, e nel 1983, alla fine del governo Spadolini, era salito al 70 per cento; nel quadriennio 1983-1987 (governo Craxi) raggiunse il 92 per cento, fino a toccare addirittura il 118 per cento nel 1992, anno del crollo della lira e del rischio d’insolvenza dello Stato.»
(Marco Travaglio, La Scomparsa dei fatti) |
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(Cultura delle collezioni) La Galleria degli Uffizi ospita una delle maggiori raccolte d'arte del mondo: il Rinascimento di Masaccio, Leonardo, Raffaello, Michelangelo, e Botticelli, Perugino, Pollaiolo, Tiziano. Il Rinascimento nel Rinascimento. Basta affacciarsi alle sue grandiose finestre per ammirare Palazzo Pitti, la cupola di Santa Maria del Fiore, Forte Belvedere. (di Elena Marocchi)
(che ogni scrittore dovrebbe sentire) Raffaele La Capria indaga un aspetto dellesistenza umana oggi abbastanza trascurato: linteriorità. L'amorosa inchiesta, romanzo epistolare e autobiografico, è un tentativo di conoscere la realtà attraverso lio dei sentimenti, contrapposto a quello delle idee. L'autore ne discute con Paolo Di Paolo |
(Da assaporare fino all'ultima stilla) La poesia di Camillo Sbarbaro fa da spartiacque fra la poesia del primo Ottocento e quella della prima rivoluzione industriale. L'atonia vitale, la pietrificazione interiore dell'individuo che assiste da spettatore inerte alla vita, la frantumazione della propria identità nei rapporti con il mondo esterno, sono la misura del disagio che l'uomo Sbarbaro avverte nei confronti di un'esistenza che subisce, volendola vivere nondimeno con avidità. (di Anna Maria Bonfiglio)
Secondo decennale della scomparsa Lo scrittore era nato a Torino. Deportato ad Auschwitz riuscì a sopravvivere, fatto di cui non seppe darsi pace. Se questo è un uomo, La Tregua, Se non ora quando?, sono alcuni dei suoi libri che ci trasmettono inossidata la testimonianza più aggiacciante e vivida dell'Olocausto ebraico. |
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Nobel: Il potere di provocare controversia sembra essere un requisito importante se si aspira a ricevere l'ambita onorificenza. Giosuè Carducci (1906) Grazia Deledda (1927), Luigi Pirandello (1934), Eugenio Montale (1975), Salvatore Quasimodo (1959), Dario Fo (1997). Un excursus sui vincitori italiani del Premio Nobel per la Letteratura.
Dalla Royal Society al Santa Fe Institute Leffetto butterfly suggerisce che ciascuno di noi è in grado di cambiare il mondo. Il battito di una farfalla in Cina può generare un tifone negli Stati Uniti. La complessità può essere vista come una intricata ragnatela, in cui possiamo recitare la parte dei ragni. Altrimenti non potremo che essere prede (di Luca Comello). |
Firenze 1938 - valle di Orsigna 2004 «Sono una voce, apparentemente di minoranza, una voce, fuori dal coro dellodio, della rabbia meschina, dellorgoglio mal riposto. Non mi sento un dissidente». Così aveva definito se stesso nell'intervista in cui discutevamo le sue posizioni, espresse nel libro che sintetizza la sua filosofia e il suo forte dissenso: Lettere contro la guerra. Era nato a Firenze. Sembrava l'unico con fegato sufficiente per contraddire la sua «innominabile concittadina». Anche per questo, senza retorica, possiamo dire che oggi ci sentiamo tutti un po' più soli.
Due luoghi monumentali a Bologna e a Roma ispirarono la vena poetica di Giosuè Carducci. Cominciamo dalla città turrita. Levoluzione della poesia di Carducci, coincide con le sue esperienze umane e culturali. Nelle Odi barbare si accostano temi come il mito della romanità, il senso religioso di una misteriosa presenza superiore. Che Carducci fosse rimasto affascinato dalla Basilica di San Petronio e avesse di questa architettura una grande ammirazione lo svelano i versi: «le torri i cui merli tantala di secolo lambe, / e del solenne tempio la solitaria cima. // Il cielo in freddo fulgore adamàntino brilla; / e laër come velo dargento giace // su l fòro, lieve sfumando a torno le moli / che levò cupe il braccio clipeato de gli avi» (di Reno Bromuro) |
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