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LE ULTIME OPERE DI PIER PAOLO PASOLINI HANNO IN COMUNE UN IDEALE FILOLOGICO CHE NE GIUSTIFICA IL "NON-FINITO"

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Contributi
Pier Paolo Pasolini

L'unicum stilistico: 'spia' per il lettore-filologo
(di Massimo Sannelli)


IIC Londra
Pier Paolo Pasolini
e ultime opere di Pasolini hanno in comune un ideale filologico che ne giustifica il non-finito: questa provvisorietà da riempire vale per La divina mimesis (opera di citazionismo letterario e fotografico, quindi di filologia, in quanto opera di un autore morto di «bastonate» a Palermo); per Petrolio, che doveva presentarsi come edizione critica di un materiale composito (e così, in effetti, è apparso, a cura di un filologo romanzo); per La nuova gioventù, che conferma il friulano non come «lingua materna» ma come lingua politica (la lingua in cui il Potere fascista e poi democristiano non comunica); per Salò come montaggio di citazioni alla moda, incastonate nella grande citazione da Sade.

Parole culturali sopra altre parole («Au degré zéro de la liberté», dice Blangis nell’Antinferno di Salò; e la signora Maggi, più avanti, parla del «caractère divin de la mostruosité, à travers des actes réitérés, c’est-à-dire des rites»); filologia anche della violenza all’ultimo stadio: «La figura principale (di carattere metonimico) è l’accumulazione (dei crimini): ma anche l’iperbole (vorrei giungere al limite della sopportabilità» (nell’intervista Il sesso come metafora del potere, sul «Corriere della Sera» del 25 marzo 1975, ora nella raccolta Per il cinema, Mondadori, Milano 2001, pp. 2063-2067: p. 2066).

In particolare, l’unione della filologia al provvisorio è esplicita nella Nota introduttiva agli Scritti corsari: «La ricostruzione di questo libro è affidata al lettore. È lui che deve rimettere insieme i frammenti di un’opera dispersa e incompleta. È lui che deve ricongiungere passi lontani che però si integrano. È lui che deve organizzare i momenti contradditori ricercandone la sostanziale unitarietà. È lui che deve eliminare le eventuali incoerenze (ossia ricerche o ipotesi abbandonate). È lui che deve sostituire le ripetizioni con le eventuali varianti (o altrimenti accepire le ripetizioni come delle appassionate anafore)». Da notare come l’appello al filologo è anche, fin dall’inizio, un insieme di «appassionate anafore» (la formula È lui che deve): l’enfasi è un grado della retorica, cioè del mestiere («bestia da stile»), e quindi un segno che invoca, in questo caso, collaborazione e intelligenza.

Non è stato mai notato che l’esortazione alla filologia si ripete (non solo concettualmente, ma anche con riprese lessicali) nel corpo del libro, all’interno della prova più enfatica e più pericolosa: il Romanzo delle stragi, già Che cos’è questo golpe? sul «Corriere della Sera» del 14 novembre 1974. Il percorso di questo articolo è chiaro, e la sua enfasi sembra comportare due cose: da un lato, l’esibizione dell’intellettuale-scrittore in quanto tale (Io so, perché sono uno scrittore; ma non ho né proveindizi perché — come scrittore — non ho accesso a dati scottanti; denunciando un golpe esibisco quindi la mia perizia, a partire dal mio stile: la classica anafora Io so); dall’altro: l’unicum stilistico in quanto ‘spia’ per il lettore-filologo. Il capoverso che integra la Nota introduttiva dice: «Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero».

Il modello lirico italiano è stato, per secoli, quel Canzoniere che ha come titolo Rerum vulgarium fragmenta, e che si apre con una poesia sul rapporto ascolto (del lettore)/disseminazione (di cose leggere, di per sé piccole o impalpabili: le rime sparse, il suono, i sospiri). La fruizione è quindi la fruizione — intelligente da parte del lettore/uditore e programmata esplicitamente dal poeta — di parti «messe insieme». Vale a dire che il modello-R.V.F. nasce anche come modello filologico, di poesia nella filologia e di filologia nella poesia. La struttura calendariale è evidente (366 poesie); meno evidente è la sovrapposizione della bipartizione in vita e in morte di Laura al calendario: la prima poesia della serie in morte di Laura (R.V.F., 264) corrisponde alla Natività del Cristo, in uno scambio di valori e piani che il lettore doveva, e deve, poter capire. In caso contrario il libro è solo pragmaticamente un libro: non — come è — un percorso logico, in cui le parti sono funzionali ad un discorso totale (cioè che Laura non è un valore ma una deviazione, in quanto «cosa mortale»). In questo modo il poëta doctus si accompagna al lector doctus: l’uno non potrebbe lavorare senza l’altro.

La proposta di Pasolini si situa in questa tradizione. E aggiunge un particolare nuovo, date le qualità di quei tempi: la filologia è la capacità di collegare i frammenti (di Pasolini e di tutti i discorsi politici del 1974) per poter indovinare, in mancanza di prove e indizi, i «nomi». Tutto questo conferma l’intuizione di Amelia Rosselli per cui «lo scrivere era proprio di chi rivoluzionarmente era forzato ad una nascosta anche se quieta protesta, isolato ed isolandosi da ogni compartecipazione ad un mondo nevrotico e borghese» (Sandro Penna, «L’Unità», 1° luglio 1970, ristampato in «Trasparenze», 17-19 [2003], pp. 5-8; la citazione è a p. 5). E rispondendo all’inchiesta di Biancamaria Frabotta per Donne in poesia (1976): «Ritengo che questo tipo di società forzi allo scrivere chi non trovi, per destino o vocazione o per punizione, sbocco a una attività strettamente politica» (ristampata in «Il Caffè illustrato», 13/14 [2003], p. 47).

Se il «fervore filologico» è l’intelligenza dei confronti — si tratta, soprattutto, di una filologia della collazione —, la comprensione della politica collaziona le parole dei politici e dei loro commentatori (anche per questo sarebbe utilissima un’analisi delle posizioni politiche sulla morte di Pasolini: una filologia dei necrologi, positivi o negativi; e se questa morte fosse realmente politica — come la considera Giorgio Galli, che accusa, senza nominarlo, il maggiore dei democristiani — l’analisi del linguaggio di chi, eventualmente, ha permesso e/o voluto questo omicidio potrebbe essere rivelatrice).

Milano, 22 luglio 2004
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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Mar, 24 mag 2005

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