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MORTE DI PIER PAOLO PASOLINI E DI MICHELANGELO MERISI DA CARAVAGGIO

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Pier Paolo Pasolini e Michelangelo Merisi da Caravaggio: una morte...
Pasoliniana... | ...Caravaggesca

Nel il ciclo dalla vita di San Matteo, tre grandi dipinti commissionati per la Cappella Contarelli, alla Chiesa del Gesù, Caravaggio osò calare la scena in un realismo contemporaneo, in spregio alla formula pittorica tradizionale solita, usata nella raffigurazione dei santi.
Ma l'aspetto più interessante di queste scene è la luce. È come se si svolgessero nell'oscurità più completa, e un bagliore improvvisamente le rivelasse per fissarle nella retina nell'istante più acutamente drammatico del loro accadere.
Molti artisti, persone di cultura e prelati illuminati rimasero affascinati dall'arte di Caravaggio, ma la chiusura opposta dalla gerarchia ecclesiastica era rivelatrice dell'insofferenza dei pittori ufficiali, del clero più conservatore, della popolazione più bigotta che non riconosceva nei corpi nerboruti e un po' rozzi dei modelli popolani di Caravaggio, le forme aggraziate presenti in abbondanza nell'arte della Contro-Riforma.
l ruolo dell’intellettuale è quello di non avere ruoli, di essere la contraddizione vivente di ogni ruolo». Quando Pier Paolo Pasolini, «l’artista e intellettuale più importante del momento» pronunciò questa affermazione, in un intervista che apparve il 31ottobre1975 sul «Dagens Nyheren», era in Svezia, ospite dell’Istituto Italiano di Cultura, qualche giorno prima del suo appuntamento col destino che lo attendeva in una radura desolata dell'Idroscalo di Ostia.

Durante quel medesimo ultimo viaggio, Pasolini commentò che «in Italia non c’è più alcun dialogo tra cattolici e marxisti, perchè non ci sono più cattolici o marxisti nel senso di una volta, e il potere della Chiesa Cattolica è stato distrutto insieme a quello della società contadina da una cultura del consumo imposta dall’alto» (B.D.Schwartz, Pasolini Requiem, Marsilio 1992). Nell’intervista al «Dagens Nyheren» aveva affermato che «il potere borgese esercita una falsa tolleranza che consente libertà sessuale e una certa libertà di parola. Il dovere dell’artista è di rivelare questa falsa tolleranza che rende la gente infelice e le impone doveri ancora più onerosi invece di darle libertà. Io stesso ho troppa libertà nel mio lavoro, vale a dire, una falsa libertà» (Schwartz).

In un precedente incontro pubblico «rispondendo a una domanda sulle reazioni suscitate dai suoi articoli contro l’aborto, la scuola dell’obbligo e la televisione, Pasolini disse [...] che si aspettava di essere ucciso, assassinato» (Schwartz).

Scrive Enzo Siciliano (Vita di Pasolini, Rizzoli 1978) «L’emozione per l’uccisione di Pasolini fu enorme: l’idea che egli fosse stato ucciso in un agguato “politico” si diffuse subito presso moltissimi».

Nella sua lettera a Pier Paolo Pasolini, Oriana Fallaci affermava: «(…) In una strada deserta, c’era un bar deserto, con la televisione accesa. Si entrò seguiti da un giovanotto che chiedeva stravolto: «Ma è vero, è vero?» E la padrona del bar chiese: «Vero cosa?». E il giovanotto rispose: «Di Pasolini, Pasolini ammazzato!» E la padrona del bar gridò: « Pasolini Pier Paolo? Gesù! Gesummaria! ammazzato! Gesù! Sarà una cosa politica!» Poi sullo schermo della televisione apparve Giuseppe Vannucchi e dette la notizia ufficiale. Apparvero anche i due popolani che avevano scoperto il tuo corpo. Dissero che da lontano non sembravi nemmeno un corpo, tanto eri massacrato. Sembravi un mucchio d’immondizia e solo dopo che t’ebbero guardato da vicino si accorsero che non eri immondizia, eri un uomo. Mi maltratterai ancora se ti dico che non eri un uomo, eri una luce e che una luce s’è spenta?»

D. «Quale qualifica preferisce: poeta, romanziere, scrittore di dialoghi, sceneggiatore, attore, critico, regista?»
P.P.P.«... semplicemente scrittore» (Schwartz)
Un anno prima, il 14 novembre 1974, dalle colonne del «Corriere della Sera», dove, fino alla morte ebbe libero accesso alla prima pagina, sulla rubrica «Tribuna aperta», Pasolini aveva scritto uno storico articolo dal titolo Che cos’è questo golpe? che è di fatto una requisitoria contro la classe dirigente del Paese. Pasolini dichiarava: «Io so. Io so i nomi dei responsabili...» e andava avanti elencando i peggiori fatti di quegli anni, le stragi, i tentativi di colpo di Stato: «Ebbene, proprio perchè io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi [...] io non posso non pronunciare la mia debole ideale accusa contro l’intera classe politica italiana» (Scritti corsari, Garzanti 1990).

Ma cosa c'è di vero in tutto questo? Pasolini aveva davvero in mano qualcosa di sostanzioso? Ecco cosa dice, intervistato da Fasanella e Sestieri nel 2000, il Senatore Giovanni Pellegrino, presidente dal 1994 della Commissione Stragi:

«D. Nonostante l'autore materiale dell'omicidio sia stato arrestato e condannato, su quel caso non si è mai riusciti a fare piena luce. Lei oggi è convinto che uno dei possibili moventi di quell'assassinio possa essere proprio quello che Pasolini sapeva e aveva scritto?

Una cosa è certa: Pasolini era arrivato quasi in tempo reale laddove la Commissione, oggi, è giunta dopo anni e anni di ricerche.» (Segreto di Stato, La verità da Gladio al caso Moro, Gli struzzi, Torino, Einaudi, 2000).

Il 18 febbraio 1975, dalla stessa autorevole tribuna del «Corriere», Pasolini scriveva in risposta a un articolo dell’onorevole Andreotti: «Ed è altrettanto chiaro che fin che i potenti democristiani taceranno su ciò che invece [...] costituisce la continuità cioè la criminalità di Stato, non solo un dialogo con loro è impossibile, ma è inamissibile il loro permanere alla guida del paese» (Scritti corsari, Garzanti 1990).

Pasolini, l'artista di mille provocazioni e trasgressioni, aveva individuato il comportamento, l’atteggiamento, il ruolo o, come preferiva definirlo, il «non ruolo», che i poteri forti, già in difficoltà per il fallimento della «strategia della tensione», non avrebbero tollerato. Lo perseguì assiduamente, stuzzicandoli in quell’area vulnerabile con una micidiale duplicità di intenti: denunciare la colpevole connivenza dello Stato e dei suoi uomini e, allo stesso tempo, farsi fisicamente annientare. (Segue)

Milano, 21 novembre 2000
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