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MORTE DI PIER PAOLO PASOLINI E DI MICHELANGELO MERISI DA CARAVAGGIO

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Pier Paolo Pasolini e Michelangelo Merisi da Caravaggio: una morte...
Pasoliniana... | ...Caravaggesca

Michelangelo Merisi da Caravaggio ebbe spesso a che fare con la legge. Nel 1600 fu accusato di percosse da un compagno e l'anno dopo ferì un soldato. Nel 1603 finì in carcere per le accuse di un altro pittore e fu rilasciato solo grazie all' intercessione dell'ambasciatore francese. Nell'aprile 1604 fu accusato di aver gettato un piatto di carciofi in faccia al cameriere che lo serviva e in ottobre per aver preso a sassate una guardia. Nel maggio 1605, fu fermato ancora per uso improprio delle armi . Il 29 luglio prese le difese di una donna, ma esagerò e dovette nascondersi per un po'. Nel maggio 1906 durante una rissa furiosa a una partita di pallacorda, Caravaggio uccise un certo Ranuccio Tommasoni.

Da quel momento visse fuggendo: Napoli (1607), Malta (1608), Siracusa, Messina (1609), Palermo, di nuovo Napoli in ottobre, dove fu assalito davanti alla locanda in cui stava e ferito molto gravemente. Quando si riprese, nel luglio 1610, navigò alla volta di Roma, ma fu arrestato durante una sosta e la nave ripartì con i suoi bagagli, gli strumenti per dipingere. Cercò disperatamente di raggiungere la nave via terra, ma arrivò solo a Porto Ercole, dove morì di polmonite. Tre giorni dopo la sua morte la grazia papale raggiunse il suo cadavere.

olti riconoscono nel persistente provocare il potere a compiere un gesto estremo di intolleranza, un’affinità con il sacrificio di Cristo. Come sono in molti a rilevare che Pasolini abbia in qualche maniera orchestrato la propria morte come un’opera d’arte, come se solo la morte, quella morte, avesse potuto dare un senso alla sua vita.

Il luogo. «Moravia ha detto che, al primo vederlo, ha riconosciuto quel luogo come lo avesse già visto altre volte: “Infatti Pasolini lo aveva già descritto sia nei suoi due romanzi Ragazzi di vita e Una vita violenta, sia nel suo primo film Accattone"» (Siciliano, Vita di Pasolini, Rizzoli 1978). La scena finale di Uccellacci e uccellini, poi, premonisce di questo epilogo violento in maniera addirittura agghiacciante.

Il personaggio. «Prima di tutto tu sei e devi essere molto carino. Magari non in senso convenzionale. Puoi anche essere un po’ minuto e addirittura un anche po’ miserello di corporatura, puoi avere nei lineamenti il marchio che, in là negli anni, ti renderà fatalmente una maschera» (Lettere luterane).

Dalla ricostruzione del delitto emerge chiaramente che Pasolini, tra tanti ragazzi disponibili in attesa in Piazza Esedra, senza esitare si sia rivolto solo al soggetto che fatalmente ne decretò la fine, seguendo un modello estetico ricorrente, ossessivo. Pelosi, così si chiamava il ragazzo che si assunse la responsabilità del delitto, in realtà coprì le persone che lo avrebbero realmente perpetrato, rimaste nell’ombra, nonostante i sospetti, per l’inefficienza, reale o indotta, dell’autorità inquirente. Quando uscì, dopo quasi trent'anni di galera, negò tutto. Erano stati tre balordi che parlavano «con un accento del Sud» (intervista a Franca Leosini per Le ombre del giallo, su Rai 3 l'11 gennaio 2005 alle 23,20).

Cinque anni prima (1970), Cesare Garboli, in un ricordo di Roberto Longhi, in occasione della scomparsa dello storico dell’arte, maestro di Pasolini, per primo rilevava: «Testi alla mano si direbbe che Pasolini lavorasse allora [negli anni ‘50] non allo specchio del Caravaggio, ma del Caravaggio "romano" quello dei bacchi rifatti su torbidi e assonnati garzoni d’osteria...».

La «Madonna dei pellegrini» o «Madonna di Loreto», nella Chiesa si Sant'Agostino, fu uno scandalo per via della cuffia storta e sozza e dei piedi sporchi delle due figure inginocchiate, mentre la «Morte della Vergine» fu rifiutata dalle Carmelitane a causa delle fattezze plebee e per le gambe nude e il ventre gonfio, «indegno» della Madre di Cristo. Su suggerimento del pittore Peter Paul Rubens, fu acquistata dal Duca di Mantova, dove fu presto trasferita.
Anche lo storico dell’arte Federico Zeri ebbe modo di sottolineare questo parallelismo: «Secondo me c’è una forte affinità fra la fine di Pasolini e la fine di Caravaggio perché in tutti e due mi sembra che questa fine sia stata inventata, sceneggiata, diretta e interpretata da loro stessi.» (Pasolini e noi mandato in onda da «Canale 5» nel 1995).

Entrambi gli artisti discesero a Roma dal Nord, in concomitanza di un Giubileo (1600, 1950) e in un momento di transizione: «Caravaggio [...] ultimo straordinario classico della tradizione[...]; Pasolini poeta novecentesco con il sentimento dell’antico e il senso tragico della modernità», recalcitrante testimone della trasformazione della lingua italiana. (Gabriella Sica, L'artista e la croce. Caravaggio e Pasolini. in Sia dato credito all’invisibile.Prose e saggi, Marsilio, 2000)

Entrambi omosessuali, contraccambiarono le lusinghe dei potenti con lo sdegno e con lo scherno.

Vissero spregiudicatamente, furono coinvolti in inchieste giudiziarie devastanti, provocarono l’odio feroce dei nemici e misero a dura prova la benevolenza dei protettori. Nel finale, tragico, i loro corpi giacquero su un litorale solitario.

Artisti senza compromessi, vittime sacrificali, ragazzi che si rifiutano rabbiosamente di crescere. Contribuirono a cambiare il mondo.

Scrive Siciliano, in visita al luogo del delitto: «La donna guardando con due occhietti ispidi e solleciti, diceva adesso a noi «Siete venuti per lui?». E indicò la panchina. «Come gridava quella notte. “Mamma, mamma: m’ammazzano”. Gridava così: poveraccio».

Milano, 21 novembre 2000
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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Mar, 1 nov 2005

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