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MORTE DI PIER PAOLO PASOLINI E DI MICHELANGELO MERISI DA CARAVAGGIO



Paralleli

Pier Paolo Pasolini e Giacomo Merisi da Caravaggio
(Versione illustrata)

Nel il ciclo dalla vita di San Matteo, tre grandi dipinti commissionati per la Cappella Contarelli, alla Chiesa del Gesù, Caravaggio osò calare la scena in un realismo contemporaneo, in spregio alla formula pittorica tradizionale solita, usata nella raffigurazione dei santi.
Ma l'aspetto più interessante di queste scene è la luce. È come se si svolgessero nell'oscurità più completa, e un bagliore improvvisamente le rivelasse per fissarle nella retina nell'istante più acutamente drammatico del loro accadere.
Molti artisti, persone di cultura e prelati illuminati rimasero affascinati dall'arte di Caravaggio, ma la chiusura opposta dalla gerarchia ecclesiastica era rivelatrice dell'insofferenza dei pittori ufficiali, del clero più conservatore, della popolazione più bigotta che non riconosceva nei corpi nerboruti e un po' rozzi dei modelli popolani di Caravaggio, le forme aggraziate presenti in abbondanza nell'arte della Contro-Riforma.
La «Madonna dei pellegrini» o «Madonna di Loreto», nella Chiesa si Sant'Agostino, fu uno scandalo per via della cuffia storta e sozza e dei piedi sporchi delle due figure inginocchiate, mentre la «Morte della Vergine» fu rifiutata dalle Carmelitane a causa delle fattezze plebee e per le gambe nude e il ventre gonfio, «indegno» della Madre di Cristo. Su suggerimento del pittore Peter Paul Rubens, fu acquistata dal Duca di Mantova, dove fu presto trasferita.
Michelangelo Merisi da Caravaggio ebbe spesso a che fare con la legge. Nel 1600 fu accusato di percosse da un compagno e l'anno dopo ferì un soldato. Nel 1603 finì in carcere per le accuse di un altro pittore e fu rilasciato solo grazie all' intercessione dell'ambasciatore francese. Nell'aprile 1604 fu accusato di aver gettato un piatto di carciofi in faccia al cameriere che lo serviva e in ottobre per aver preso a sassate una guardia. Nel maggio 1605, fu fermato ancora per uso improprio delle armi . Il 29 luglio prese le difese di una donna, ma esagerò e dovette nascondersi per un po'. Nel maggio 1906 durante una rissa furiosa a una partita di pallacorda, Caravaggio uccise un certo Ranuccio Tommasoni.
Da quel momento visse fuggendo: Napoli (1607), Malta (1608), Siracusa, Messina (1609), Palermo, di nuovo Napoli in ottobre, dove fu assalito davanti alla locanda in cui stava e ferito molto gravemente. Quando si riprese, nel luglio 1610, navigò alla volta di Roma, ma fu arrestato durante una sosta e la nave ripartì con i suoi bagagli, gli strumenti per dipingere. Cercò disperatamente di raggiungere la nave via terra, ma arrivò solo a Porto Ercole, dove morì di polmonite. Tre giorni dopo la sua morte la grazia papale raggiunse il suo cadavere.
l ruolo dell’intellettuale è quello di non avere ruoli, di essere la contraddizione vivente di ogni ruolo». Quando Pier Paolo Pasolini, «l’artista e intellettuale più importante del momento» pronunciò questa affermazione, in un intervista che apparve il 31ottobre1975 sul «Dagens Nyheren», era in Svezia, ospite dell’Istituto Italiano di Cultura, qualche giorno prima del suo appuntamento col destino che lo attendeva in una radura desolata dell'Idroscalo di Ostia.

Durante quel medesimo ultimo viaggio, Pasolini commentò che «in Italia non c’era più alcun dialogo tra cattolici e marxisti, perchè non c’[erano] più cattolici o marxisti nel senso di una volta, e che il potere della Chiesa Cattolica era stato distrutto insieme a quello della società contadina da una cultura del consumo imposta dall’alto» (Schwartz). Nell’intervista al «Dagens Nyheren» aveva affermato che «il potere borgese esercita una falsa tolleranza che consente libertà sessuale e una certa libertà di parola. Il dovere dell’artista è di rivelare questa falsa tolleranza che rende la gente infelice e le impone doveri ancora più onerosi invece di darle libertà. Io stesso ho troppa libertà nel mio lavoro, vale a dire, una falsa libertà» (Schwartz).

In un precedente incontro pubblico «rispondendo a una domanda sulle reazioni suscitate dai suoi articoli contro l’aborto, la scuola dell’obbligo e la televisione, Pasolini disse [...] che si aspettava di essere ucciso, assassinato» (B.D.Schwartz, Pasolini Requiem, Marsilio 1992).

Scrive Enzo Siciliano (Vita di Pasolini, Rizzoli 1978) «L’emozione per l’uccisione di Pasolini fu enorme: l’idea che egli fosse stato ucciso in un agguato “politico” si diffuse subito presso moltissimi».

Nella sua lettera a Pier Paolo Pasolini, Oriana Fallaci affermava: «(…) In una strada deserta, c’era un bar deserto, con la televisione accesa. Si entrò seguiti da un giovanotto che chiedeva stravolto: «Ma è vero, è vero?» E la padrona del bar chiese: «Vero cosa?». E il giovanotto rispose: «Di Pasolini, Pasolini ammazzato!» E la padrona del bar gridò: « Pasolini Pier Paolo? Gesù! Gesummaria! ammazzato! Gesù! Sarà una cosa politica!» Poi sullo schermo della televisione apparve Giuseppe Vannucchi e dette la notizia ufficiale. Apparvero anche i due popolani che avevano scoperto il tuo corpo. Dissero che da lontano non sembravi nemmeno un corpo, tanto eri massacrato. Sembravi un mucchio d’immondizia e solo dopo che t’ebbero guardato da vicino si accorsero che non eri immondizia, eri un uomo. Mi maltratterai ancora se ti dico che non eri un uomo, eri una luce e che una luce s’è spenta?»

Un anno prima, il 14 novembre 1974, dalle colonne del «Corriere della Sera», dove, fino alla morte ebbe libero accesso alla prima pagina, sulla rubrica «Tribuna aperta», Pasolini aveva scritto uno storico articolo dal titolo Che cos’è questo golpe? che è di fatto una requisitoria contro la classe dirigente del Paese. Pasolini dichiarava: «Io so. Io so i nomi dei responsabili...» e andava avanti elencando i peggiori fatti di quegli anni, le stragi, i tentativi di colpo di Stato: «Ebbene, proprio perchè io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi [...] io non posso non pronunciare la mia debole ideale accusa contro l’intera classe politica italiana» (Scritti corsari, Garzanti 1990).

Ma cosa c'è di vero in tutto questo? Pasolini aveva davvero in mano qualcosa di sostanzioso? Ecco cosa dice, intervistato da Fasanella e Sestieri nel 2000, il Senatore Giovanni Pellegrino, presidente dal 1994 della Commissione Stragi:

«D. Nonostante l'autore materiale dell'omicidio sia stato arrestato e condannato, su quel caso non si è mai riusciti a fare piena luce. Lei oggi è convinto che uno dei possibili moventi di quell'assassinio possa essere proprio quello che Pasolini sapeva e aveva scritto?

Una cosa è certa: Pasolini era arrivato quasi in tempo reale laddove la Commissione, oggi, è giunta dopo anni e anni di ricerche.» (Segreto di Stato, La verità da Gladio al caso Moro, Gli struzzi, Torino, Einaudi, 2000).

Il 18 febbraio 1975, dalla stessa autorevole tribuna del «Corriere», Pasolini scriveva in risposta a un articolo dell’onorevole Andreotti: «Ed è altrettanto chiaro che fin che i potenti democristiani taceranno su ciò che invece [...] costituisce la continuità cioè la criminalità di Stato, non solo un dialogo con loro è impossibile, ma è inamissibile il loro permanere alla guida del paese» (Scritti corsari, Garzanti 1990).

Pasolini, l'artista di mille provocazioni e trasgressioni, aveva individuato il comportamento, l’atteggiamento, il ruolo o, come preferiva definirlo, il «non ruolo», che i poteri forti, già in difficoltà per il fallimento della «strategia della tensione», non avrebbero tollerato. Lo perseguì assiduamente, stuzzicandoli in quell’area vulnerabile con una micidiale duplicità di intenti: denunciare la colpevole connivenza dello Stato e dei suoi uomini e, allo stesso tempo, farsi fisicamente annientare.

olti riconoscono nel persistente provocare il potere a compiere un gesto estremo di intolleranza, un’affinità con il sacrificio di Cristo. Come sono in molti a rilevare che Pasolini abbia in qualche maniera orchestrato la propria morte come un’opera d’arte, come se solo la morte, quella morte, avesse potuto dare un senso alla sua vita.

Il luogo. «Moravia ha detto che, al primo vederlo, ha riconosciuto quel luogo come lo avesse già visto altre volte: “Infatti Pasolini lo aveva già descritto sia nei suoi due romanzi Ragazzi di vita e Una vita violenta, sia nel suo primo film Accattone» (Siciliano, Vita di Pasolini, Rizzoli 1978). La scena finale di Uccellacci e uccellini, poi, premonisce di questo epilogo violento in maniera addirittura agghiacciante.

Il personaggio. «Prima di tutto tu sei e devi essere molto carino. Magari non in senso convenzionale. Puoi anche essere un po’ minuto e addirittura un anche po’ miserello di corporatura, puoi avere nei lineamenti il marchio che, in là negli anni, ti renderà fatalmente una maschera» (Lettere luterane).

Dalla ricostruzione del delitto emerge chiaramente che Pasolini, tra tanti ragazzi disponibili in attesa in Piazza Esedra, senza esitare si sia rivolto solo al soggetto che fatalmente ne decretò la fine, seguendo un modello estetico ricorrente, ossessivo. Pelosi, così si chiamava il ragazzo che si assunse la responsabilità del delitto, in realtà coprì le persone che lo avrebbero realmente perpetrato, rimaste nell’ombra, nonostante i sospetti, per l’inefficienza, reale o indotta, dell’autorità inquirente. Quando uscì, dopo quasi trent'anni di galera, negò tutto. Erano stati tre balordi che parlavano «con un accento del Sud» (intervista a Franca Leosini per Le ombre del giallo, su Rai 3 l'11 gennaio 2005 alle 23,20).

Cinque anni prima (1970), Cesare Garboli, in un ricordo di Roberto Longhi, in occasione della scomparsa dello storico dell’arte, maestro di Pasolini, per primo rilevava: «Testi alla mano si direbbe che Pasolini lavorasse allora [negli anni ‘50] non allo specchio del Caravaggio, ma del Caravaggio "romano" quello dei bacchi rifatti su torbidi e assonnati garzoni d’osteria...».

Anche lo storico dell’arte Federico Zeri ebbe modo di sottolineare questo parallelismo: «Secondo me c’è una forte affinità fra la fine di Pasolini e la fine di Caravaggio perché in tutti e due mi sembra che questa fine sia stata inventata, sceneggiata, diretta e interpretata da loro stessi.» (Pasolini e noi mandato in onda da «Canale 5» nel 1995).

Entrambi gli artisti discesero a Roma dal Nord, in concomitanza di un Giubileo (1600, 1950) e in un momento di transizione: «Caravaggio [...] ultimo straordinario classico della tradizione[...]; Pasolini poeta novecentesco con il sentimento dell’antico e il senso tragico della modernità», recalcitrante testimone della trasformazione della lingua italiana. (Gabriella Sica, L'artista e la croce. Caravaggio e Pasolini. in Sia dato credito all’invisibile.Prose e saggi, Marsilio, 2000)

Entrambi omosessuali, contraccambiarono le lusinghe dei potenti con lo sdegno e con lo scherno.

Vissero spregiudicatamente, furono coinvolti in inchieste giudiziarie devastanti, provocarono l’odio feroce dei nemici e misero a dura prova la benevolenza dei protettori. Nel finale, tragico, i loro corpi giacquero su un litorale solitario.

Artisti senza compromessi, vittime sacrificali, ragazzi che si rifiutano rabbiosamente di crescere. Contribuirono a cambiare il mondo.

Scrive Siciliano, in visita al luogo del delitto: «La donna guardando con due occhietti ispidi e solleciti, diceva adesso a noi «Siete venuti per lui?». E indicò la panchina. «Come gridava quella notte. “Mamma, mamma: m’ammazzano”. Gridava così: poveraccio».

(Versione illustrata)

Milano, 21 novembre 2000
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