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AVVOCATO DI PROFESSIONE, GIORGIO SAVIANE DIFESE IL VALORE DI "VITTIMA" NEL SIGNIFICATO MORALE DEL TERMINE

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Dossier
Giorgio Saviane, scrittore delle idee

L'autore ha saputo coniugare nella propria produzione letteraria la trascendenza filosofico-religiosa alla luce delle intuizioni della psicologia.
(di Alessandro Moscè)


G.Saviane
Giorgio Saviane
Immagine di Stephen Alcorn
Copyright Stephen Alcorn - www.alcorngallery.com
iorgio Saviane, nato a Castelfranco Veneto nel 1916, morto a Firenze, la sua città d’adozione, nel dicembre del 2000, può considerarsi solo apparentemente un minore della narrativa italiana secondo-novecentesca. In realtà è uno degli scrittori più complessi e significativi. Andrebbe rivisitato e invece, come spesso avviene dopo la morte di un autore, corre il rischio di essere consegnato al silenzio dell’oblio.

Saviane va ricordato non solo perché raggiunse un successo di pubblico insperato (Eutanasia di un amore vendette un milione di copie) e una confluenza di giudizio esaltante di critici niente affatto indulgenti come Natalino Sapegno, Carlo Salinari e Geno Pampaloni, ma soprattutto perché pose al centro della sua produzione letteraria affascinanti tematiche filosofico-religiose con l’assillo della tenuta psicologica, azzardata, spesso riuscita. Un caso pressoché unico quello di Saviane; gli americani lo hanno definito “il narratore di idee” del nostro romanzo più recente.

Ripercorrendo a ritroso tutti i libri che ha pubblicato, in un arco temporale che va dal 1957, con Le due folle, al 1996 con Voglio parlare con Dio (primo e ultimo dei suoi libri pubblicati), l’utopia, ovviamente consapevole, in Giorgio Saviane è un concetto perfino onnipervadente.

G.Saviane
Giorgio Saviane
Non è forse utopia cercare di scalfire, come avvenne ne L’inquisito, la convinzione che un imputato sia già colpevole e condannabile per l’opinione pubblica? Non è utopia voler evitare l’infamia pubblica anche se l’imputato viene assolto da un reato di omicidio attribuitogli per errore? E ancora, non è utopia pensare che proprio l’errore giudiziario sia eclissabile per una giustizia superiore?

Saviane sapeva di cozzare contro un mondo dalle regole sociali predeterminate, per questo difese il valore di vittima nel significato morale della parola (non dimentichiamoci che era avvocato di professione). Inquisito fu perfino Gesù, diceva, e la storia ci ha consegnato Galileo Galilei, Girolamo Savonarola e Giordano Bruno.

E’ utopia, certamente, cercare di insegnare Dio «attraverso le stelle», come nello splendido romanzo Il Papa, ribaltando, nelle convinzioni di un sacerdote coraggioso, ordinato sul soglio pontificio, concetti tradizionali di ogni religione oppressa dalla paura e dalla solitudine. E’ utopia proclamare attraverso le parole di un Papa, la negazione dell’inferno e una fede che ponga al centro del suo credo l’uomo. Il papa fu il romanzo che pose all’attenzione di un farraginoso dibattito culturale questo scrittore dalla forza spirituale e immaginifica, del tutto fuori dalle correnti di pensiero dell’epoca (eravamo agli inizi degli anni '70).

E che dire di Eutanasia di un amore, dove Saviane parla della madre, che non dovrebbe essere una madre biologica, cioè solo madre del proprio figlio. La natura ha fornito alla madre le difese egoistiche per sottrarre il figlio dalle insidie naturali, ma se una madre fosse madre di tutti i figli, come nell’archetipo della terra-madre, avremmo un valore squisitamente culturale da conferire alla vita, non più solo simboli, ma vere e proprie scelte esistenziali, straordinariamente altruistiche. Credo che proprio in Eutanasia di un amore Giorgio Saviane lanci la sfida più alta, concettualmente, e come lui stesso diceva utopicamente, per l’enormità della proposta. Se la madre non trasmettesse al figlio amore possessivo e geloso, istintuale e protettivo, ma l’idea dell’uomo collettivo intuito da Jung, sottrarremmo alla madre “il figlio” restituendole “i figli”, in una società compiuta, non più edonista e violenta. Saviane disse che sarebbe come chiedere la tua casa per dartene altre mille interscambiabili. Esistere per gli altri quindi, non in competizione con l’altro.

E non è utopia immaginare la reincarnazione e il ritorno di Gesù nel romanzo Getsèmani, che confermò radicalmente la tensione religiosa di Giorgio Saviane? Non è utopia far compiere un miracolo al protagonista del proprio libro oltre i limiti inconoscibili dell’uomo?

Ritorna il percorso volto ad un segno ambizioso e simbolico ne Il terzo aspetto, dove la vecchiaia recupera la giovinezza con la provocazione della morte, dove le emozioni reali (primo aspetto) e quelle del sogno (secondo aspetto) si incontrano in ciò che le rende parallele, cioè il terzo aspetto. Saviane, in un passo iniziale del suo romanzo, afferma proprio: «Tornare indietro, cosa nasconde questa utopia?» Il patto scellerato che Mefistofele propone con gli occhi rossi e indiavolati, resta sospeso per tutta la durata del racconto nel mito di Faust. In una sintesi allegorica di una delle prove più convincenti, la vicenda tende a rappresentare un altro mondo, come nell’ultimo romanzo, dal titolo emblematico: Voglio parlare con Dio.

Non è forse utopia voler parlare con Dio, in una sorta di epistemologia salvifica? In questo struggente racconto narrativo, che risuona come il bilancio di tutta un’esistenza, lo scrittore giunge al punto d’approdo più alto delle sue capacità sensoriali e visionarie, immerso nell’avventura della carne che si tramuta in energia spirituale, e utopicamente galoppa nella velocità della luce e nella fisica quantistica.

Non è un mistero che per Saviane si potesse spiegare l’esistenza di Dio con lo spirito immortale e invisibile che tiene unita la materia, ma era lui stesso a dire che l’uomo deve ancora progredire molto per capire Dio e, aggiungiamo noi, per elevarsi al di sopra delle speranze. Ma con quale Dio parlare? Gandhi lo sentiva ogni giorno come un flusso, un velo, un’onda bianca e soffice. Forse quando uno è colmo di dolore non riesce a portarne il peso. E però alzare il capo e guardare il cielo lo stesso. E’ lì Dio, si chiede Saviane? Non perdersi nell’impossibile e nell’ipotetico per rendersi testimoni di un piccolo esistere degli uomini che non saprebbero di essere l’universo.

In conclusione, è facile rendersi conto che ci troviamo di fronte ad uno scrittore, come sosteneva Carlo Salinari, del tutto atipico. Il cammino di Giorgio Saviane è stato solitario, ai margini della letteratura ufficiale. Ha cercato di far valere nuove istanze culturali nel segno di un’ideologia umanistica, con valori autentici che gli permettessero di scavare in profondità nel culto della ragione e dell’impossibile per rovesciare alcune idee diffuse nell’uomo, negative, ostative. Saviane ha tentato di annullare delle norme consolidate, lo ha fatto letterariamente, ma in un contesto di civiltà da mutare, come stimolo alla realtà tangibile. La sua utopia è la battaglia contro la cronaca del tempo, contro la storia presente e sempre in fuga, in un’immagine sovrastorica che contenga le pulsioni liberatorie per un diritto alla felicità, che è l’ultima grande scommessa da vincere. Per questo si dovrebbe far largo ad un nuovo Dio, scriveva nel 1973 Saviane, che arricchisca della nostra individualità l’intelligenza del microcosmo e chissà, magari anche delle sterminate galassie.

Milano, 20 febbraio 2003
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