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Dossier
Igazio Silone

Citazioni e note relative all'articolo di Andrea Paganini


«FRA' CELESTINO – Nelle Sante Scritture è segnato il destino di noi cristiani. Per ora esso è fermo nella pagina del Venerdì Santo, nella pagina del Cristo in agonia.
AGOSTINO – Fra' Celestino, perché continui a raccontare questa triste storia anche alle nostre donne e ai bambini che finiscono col crederci? Cristo è risorto ed è asceso in Cielo, dov'è seduto alla destra di suo Padre. Nei guai ci siamo noi.
DONATO – In croce ci siamo noi.
FRA' CELESTINO (con voce paziente e persuasiva) – Senza di Lui saremmo già morti, saremmo già polvere e vermi. È solo perché le nostre sofferenze sono unite alla sua agonia che il diavolo non riesce ad avere partita vinta. Ma che atroce agonia.
MATTEO – Questo lo dici tu.
FRA' CELESTINO – L'ha detto lui, quando ha detto di essere in ogni povero. Semplicemente. Sapete, Egli non era uno che parlasse per scherzare, o per modo di dire, o per fare dei giuochi di parole. Se in tutte le Scritture c'è una verità chiara, senza veli, senza sottintesi, è proprio quella riguardante Cristo e i poveri. (Pausa). I poveri di Cristo stanno male, questo lo sapete, mi pare, no? Sono sfruttati, umiliati, offesi, e Lui è in agonia. Non per modo di dire, vi ripeto, ma realmente. Inchiodato mani e piedi al legno del supplizio, con la testa coronata da spine, deriso ingiuriato sputacchiato dagli agenti del Potere, tradito abbandonato dimenticato dai suoi discepoli.

Il frate si copre la faccia con le mani per nascondere la sua profonda emozione.

DONATO – Frate, tu eri un cafone come noi e abbandonasti la zappa e l'aratro per cercare la pace nel convento. Non pare che tu l'abbia trovata.
FRA' CELESTINO – Con mia grande sorpresa, vi ho trovato l'opposto. È impossibile scoprire la continuità dell'agonia di Cristo e rassegnarsi.
AGOSTINO (diffidente) – Frate, spiegaci una buona volta, è questo un tuo modo di parlare, oppure...
FRA' CELESTINO (sottovoce) – Credete a me, è la verità.
DONATO – Sei stato in Palestina? L'hai visto sul Calvario, coi tuoi occhi?
MATTEO – Frate, l'hai toccato con le tue mani? Gli hai parlato?
FRA' CELESTINO (chiudendo gli occhi) – Lo vedo ogni giorno, ogni momento.
MATTEO (spalancando bene gli occhi) – Io non Lo vedo.

Nel frattempo Spina si è ritirato in un canto.

FRA' CELESTINO – Non c'è bisogno di andare in Palestina. Chi vi ha detto ch'è solo una storia di Palestina? (Sottovoce) Forse in nessun paese e in nessuna epoca il Figlio dell'Uomo è stato mai tanto deriso maltrattato torturato come nella nostra epoca, in questo paese. (Si avvia verso la porticina della parete destra). E ogni giorno noi lo rinneghiamo». (I. Silone, Ed egli si nascose (a c. di B. Pierfederici), Città Nuova, Roma 2000, pp. 39-41)


«DR. SACCA – È vero, ora apparteniamo a due parti differenti.
SPINA – Sarebbe forse più giusto dire, a due umanità differenti, o meglio, a due razze differenti. Mi esprimo così, perché, in una situazione in cui io sono praticamente nelle tue mani, simulare stima verso di te e quelli che si sono comportati come te, mi costerebbe uno sforzo di cui non sono capace.
DR. SACCA – Di molte altre cose tu non sei capace. Per esempio, di capire che l'uomo normale non fa nessuna scelta. Le condizioni dell'esistenza gli si impongono senza chiedere la sua opinione. Se esse contrastano con le proprie preferenze, egli aspetta che cambino.
SPINA – E se non cambiano? Non hai pensato che si vive una sola volta?
DR. SACCA (con voce turbata) – Sì, Pietro, qualche volta ci penso. E allora ho l'impressione precisa che la mia vera vita, l'unica vita che il destino m'ha concesso di vivere non sia ancora cominciata. L'attuale esistenza con le rinunzie, le umiliazioni, gli opportunismi, le volgarità che la riempiono dalla mattina alla sera, mi sembra qualche cosa di provvisorio. La mia vera vita deve ancora cominciare, mi ripeto; no, non può essere questa.
SPINA – E così passerà tutt'intera. Ma non bisogna aspettare. Anche nell'emigrazione si aspetta. Bisogna vivere. Bisogna dire: la mia vita, la mia unica e vera vita è cominciata.
DR. SACCA – Ma com'è possibile, se non c'è libertà?
SPINA – La libertà non è cosa da ricevere in regalo. Si può vivere in paese di dittatura ed essere libero: basta lottare contro la dittatura. Anche sotto una dittatura l'uomo che pensa con la propria testa è libero. L'uomo impegnato per qualche cosa ch'egli ritiene giusto, è libero. Per contro, credi a me che conosco i paesi democratici, se si è interiormente pigri, ottusi, servili si può vivere negli stati più liberali della terra, ma malgrado l'assenza di coercizione, si è schiavi. No, non bisogna implorare la propria libertà dagli altri. La libertà bisogna prendersela». (I. Silone, Ed egli si nascose (a c. di B. Pierfederici), Città Nuova, Roma 2000, pp. 44-45)


«ROMEO – Un vero rivoluzionario, Annina, non deve avere i cosiddetti «nervi». Hai ragione, la nostra vita è dura e pericolosa; e se noi non riusciamo a mettere fuori giuoco i nostri nervi, finiremo tutti in manicomio. Chissà quanto dobbiamo ancora aspettare prima che questo maledetto regime sia abbattuto.
ANNINA – Credi che sia possibile, Romeo, vivere senza nervi?
ROMEO – Nella cospirazione sopravvivono solo quei militanti che riescono a mettere fuori giuoco i propri nervi.
ANNINA – Come si fa?
ROMEO – È difficile. È una specie di narcosi.
ANNINA – Ma, Romeo, scusami se ti pongo domande stupide: come si può essere veri e coraggiosi militanti ed essere narcotizzati? Diventeremo un movimento di sonnambuli?
ROMEO – Il nemico pensa di terrorizzarci e noi dobbiamo riuscire ad addormentare, e cloroformizzare, la nostra sensibilità normale; altrimenti, Annina, ti ripeto, diventiamo pazzi.
ANNINA – E se si viene alla causa rivoluzionaria appunto per la propria sensibilità? Se si arriva appunto perché la propria sensibilità è ferita dalle ingiustizie, dalle brutture dell'attuale società? Annullando la sensibilità, non si distruggono in noi anche i sentimenti che ci han condotti alla rivoluzione?
ROMEO – È possibile, Annina, e talvolta accade come tu dici. Vi sono casi in cui gli stessi sentimenti che condussero un uomo nel nostro movimento, più tardi lo allontanano da noi. Dobbiamo perciò diffidare dei rivoluzionari sentimentali.
ANNINA – Tu sarai sicuramente e a giusta ragione disilluso di me, Romeo, ma io non vorrei ingannarti e ingannare i compagni; ecco, io devo confessarti che non saprei concepire la mia vita senza sentimenti.
ROMEO – Bisogna riassorbire i nostri sentimenti normali nella volontà di lotta, questo voglio dire. Dobbiamo sottrarli all'epidermide e ai nervi e nasconderli nelle ossa». (I. Silone, Ed egli si nascose (a c. di B. Pierfederici), Città Nuova, Roma 2000, pp. 47-48)


«MURICA – [...] Disperato per la irreparabilità del passato, fuggivo nella campagna senza rendermi conto dell'itinerario e della meta, agitato dalla necessità di qualche atto di cruenta espiazione, suicidio o uccisione di un capo della polizia; e ad un certo momento mi trovai di fronte don Benedetto. «Voi qui?» gridai sorpreso; ma egli ebbe ragione di stupirsi del mio smarrimento, perché, senza avvedermene, ero arrivato fin sopra a Rocca e mi trovavo all'entrata del suo giardino. Volevo continuare a fuggire, ma egli mi trattenne e mi prese con sé. E mi ha tenuto fino a oggi. Pietro, tu conosci don Benedetto, perché sei stato per vari anni suo allievo e sai ch'egli non è uomo da prestarsi a parodie della cerimonia religiosa che tu hai evocato poco fa. Ed io, dal tempo lontano della mia cresima, non ho più frequentato la Chiesa. Ah, una confessione sacramentale quanto mi sarebbe stata più facile. Questi giorni passati in casa di don Benedetto resteranno invece nella mia vita simili a un doloroso soggiorno di ospedale, simili a una gravissima operazione chirurgica. Tu, Pietro, forse non hai mai conosciuto la vera tristezza del male, né la disperata prigionia dell'irreparabilità del male…
DON PAOLO (sottovoce e come parlando a se stesso) – Quel poco che so, anch'io l'ho imparato dal dolore.
MURICA – Sai, Pietro, io ho ancora l'anima troppo piena di angoscia perché tu creda ch'io sia venuto qui a recitarti la parte del maddaleno pentito redento e soddisfatto. E per quanto don Benedetto mi abbia spiegato e dimostrato che il male, pur essendo sempre odioso e detestabile, spesso è necessario per generare il suo contrario, e cioè il bene; anche se lui è arrivato fino al punto da supporre che, senza questa crisi quasi mortale da me ora trascorsa, io non sarei diventato uomo; tuttavia, questo bene pagato col male e che io dovrei godermi, questo approfondimento della coscienza, questo tardivo sentimento morale, per me ha un sapore amaro disgustoso umiliante. Soprattutto umiliante; un sapore di terriccio brulicante di vermi. Ah, io non credo che l'orrore per questa dipendenza tragica del bene e del male potrà mai abbandonarmi nel resto dei miei giorni; e se l'esprimo è per aggiungere che accanto a questo sentimento di intima triste amarezza, ogni altra preoccupazione diventa futile; così ad esempio, la curiosità di sapere cosa tu deciderai per me.
DON PAOLO – A dirla franca, Murica, se sei sincero, e mi sforzo di crederti, allora non ti capisco. Perché dunque sei venuto?
MURICA – Quando uno è passato per l'inferno e torna tra i vivi, ha il dovere assoluto di raccontare quello che sa. Uno che passa per l'inferno, si dice da noi, gli si bruciano i capelli e gli restano bruciati per tutto il resto del tempo, ma questo non deve impedirgli di raccontare quello che ha visto. Vi sono, Pietro, nel movimento di cui tu sei uno dei capi, alcuni lati preoccupanti che forse tu ignori. Ti ricordi un passo di un tuo recente scritto in cui tu parlavi dell'uomo che arriva penosamente alla coscienza della propria umanità? Io ricevetti quel tuo scritto da Romeo perché lo stampassi; ma, nel comporlo, giunto a quel passo, non potei proseguire oltre, e cominciai a riflettere.
DON PAOLO – Me lo dicesti già l'ultima volta che c'incontrammo nella stalla di Agostino.
MURICA – Ora, ecco il punto sul quale vorrei farti riflettere: due anni fa, allorché, per le circostanze fortuite che tu conosci, io entrai in contatto col movimento clandestino e poco dopo vi aderii, io non ero neppure in grado di capire il significato letterale di quelle tue parole. Nel movimento io venni dunque a trovarmi fin da principio nella situazione falsa del giocatore il quale scommette una somma, molto superiore a quella di cui dispone. Se ti faccio ora questo discorso, è anzitutto per domandarti: credi tu che il mio caso sia isolato? Non credi che succeda a molti di scommettere più di quello che essi possiedono?
DON PAOLO – Nessuno sa mai in anticipo quanto possiede. Ma lasciamo stare gli altri. Perché, se ti sentivi immaturo, ti associasti ad un movimento così pieno di rischi?
MURICA – Mi sono avvisto che ci si può ribellare all'ordine esistente per due opposte ragioni: se uno è molto forte e se uno è molto debole. Per l'uomo forte io intendo quello che, superiore all'ordine borghese, lo rifiuta, lo disprezza, lo combatte e vuole al suo posto una società più giusta. Ma io ero uno studente provinciale povero timido goffo solitario in una grande città; ero inetto ad affrontare le mille meschine difficoltà dell'esistenza, le piccole umiliazioni e offese quotidiane. All'età di vent'anni, consentimi questo particolare, non avevo ancora avvicinato una donna. E questo mi occupava e angosciava più del destino del mondo. Ora mi rendo conto che mi lasciai attirare dal movimento clandestino precisamente perché esso mi offriva la possibilità di dare una orgogliosa maschera di rifiuto al risentimento che nutrivo verso la società dalla quale ero escluso, e che nel mio intimo però invidiavo, bramavo, temevo. Se un debole si ribella all'esistente ordine sociale…
DON PAOLO – Nel partito rivoluzionario egli può trovare una fraternità che lo fortifica.
MURICA – Egli può trovare anche qualcosa di più facile e comodo. La forma clandestina del movimento rivoluzionario offre al debole l'ingannevole vantaggio del segreto. Egli vive nel sacrilegio e ne rabbrividisce, ma di nascosto. Egli è fuori dell'odiosa e temutissima legge, ma i custodi della legge non lo sanno. La negazione dell'ordine costituito rimane intima e segreta, come nel sogno, e appunto perciò assume facilmente forme estreme sanguinose audaci, mentre il comportamento esterno resta immutato. Nelle sue abituali relazioni resta, infatti, come prima, timido goffo pauroso. Egli cospira contro il governo allo stesso modo come durante la notte, in sogno, gli può capitare di strangolare il proprio padre, al cui lato, al mattino, si siede per far colazione.
DON PAOLO – Finché un incidente banale non rivelerà la sua doppia vita.
MURICA – Allora è il panico, il terrore.
DON PAOLO (dopo una breve riflessione) – Durante l'arresto fosti battuto?
MURICA – Sì, ma oso dire che le battiture non potevano aggiungere nulla alla paura che si era impadronita di me dall'istante del mio arresto. Al momento dell'arresto mi avvidi d'aver scommesso più di quello che possedevo. La sfida che avevo lanciata, era sproporzionata alle mie forze. Al punto che, al deporre le mie generalità, non riuscivo a ricordarmi la data della mia nascita, né il nome di ragazza di mia madre. Firmai il verbale senza leggerlo. Se vi avessero scritto che mi riconoscevo colpevole di assassinio, avrei firmato senza esitare.
DON PAOLO – Ti fu proposta la libertà a condizione che tu rendessi dei servizi alla polizia e tu accettasti. Appena scarcerato cominciarono subito i rimorsi; et caetera, et caetera, con quel che segue.
MURICA – No. Scarcerato, ero anzi stupito di non provare alcun rimorso.
DON PAOLO – Alcun rimorso?
MURICA – La soddisfazione di averla fatta franca non lasciava posto che a una vaga paura di essere scoperto. Mi chiedevo: «Cosa dirà Annina, se scoprirà il mio inganno? Cosa diranno i miei compagni?» Il fatto di essere stato in carcere aveva alquanto elevata la mia reputazione, ed io tremavo soprattutto per quella.
DON PAOLO (sarcastico) – Naturalmente, si capisce, anzitutto l'onore.
MURICA – Ma a mano a mano che cominciai a rassicurarmi sulla relativa facilità di tradire senza essere scoperto, alla paura del disonore e della punizione subentrò, in maniera per me strana e imprevista, un crescente orrore dell'impunità. L'ammirazione di Annina mi divenne un supplizio. Dunque, cominciai a domandarmi, se un perfezionamento tecnico nell'esecuzione del male riuscisse a eliminare ogni pericolo di sanzione, ne risulterebbe distrutta per questo anche ogni distinzione tra bene e male? Per finire, io non so come, ma queste riflessioni non mi lasciarono più pace. Una tensione nuova, del tutto sconosciuta, dolorosa e implacabile, si impadronì di tutto il mio essere. Insomma, non sapevo, non potevo rassegnarmi all'impunità. Da molti anni non credevo più in Dio, ma allora cominciai a desiderare, con tutta la forza della mia anima, che Dio esistesse. Cominciai a invocarlo, gridando nel vuoto. Avevo bisogno urgente di lui per sfuggire al caos, alla pazzia. La punizione più atroce mi sembrava mille volte preferibile alla comoda rassegnazione ad un mondo in cui il problema del male si risolvesse in un po' di furberia e accortezza nell'eseguirlo. Se infine mi decisi di confessare tutto, senza preoccuparmi delle conseguenze, fu nel deliberato e preciso proposito di ristabilire l'ordine tra me e il mondo, l'antica distinzione tra il bene e il male, senza la quale non potevo più vivere. Adesso…
DON PAOLO – Hai fatto molte…vittime?
MURICA – Sinceramente non so. Il mio impegno era di consegnare alla polizia solo del materiale, ossia copie dei giornaletti e volantini, e anche eventuali circolari. Un paio di volte sono stato anche richiesto di esporre per iscritto il pensiero del partito su determinati argomenti: se fosse vero ad esempio che il partito condannasse gli attentati terroristici e perché. Non mi è stato mai chiesto di denunziare dei compagni. Ma è certo che spesso mi pedinavano per potere controllare chi frequentavo. Quando mi accorgevo di essere seguito, mancavo agli appuntamenti di partito. È però probabile che non sempre me ne avvedessi». (I. Silone, Ed egli si nascose (a c. di B. Pierfederici), Città Nuova, Roma 2000, pp. 85-90)


In uno scritto del 1938, ad esempio, scrive: «Fino all'età di trentun anni fui membro attivo e direttivo di organizzazioni comuniste di lavoratori e contadini. A quell'età mi ritirai (per motivi che i lettori del mio ultimo libro Pane e vino conoscono) senza mai smettere di partecipare con tutto il cuore all'ideale di libertà e giustizia che anima il movimento sociale dei nostri tempi».

«I miei libri — scrive nel Memoriale dal carcere svizzero — sono il resoconto delle incertezze, delle difficoltà, dei successi, della vittoria della mia anima, della sua lotta contro quello che poteva esserci di volgare e meramente istintivo nella mia vita precedente. Io non credo che i miei libri abbiano un valore letterario molto grande; io stesso conosco bene i loro difetti formali. Il loro valore è essenzialmente quello di una testimonianza umana; vi sono delle pagine in quei libri che sono state scritte col sangue. Di questa mia ri-nascita e risurrezione, (dall'uomo finito ch'ero nel 1930 arrivando in Svizzera, a quello che sono e mi sento ora), io sono in grandissima parte debitore alla Svizzera. [...] I miei ultimi libri, e specialmente «Pane e vino», «La scuola dei dittatori», «Il seme sotto la neve», sono la sincera espressione di un uomo rimasto radicalmente avverso al fascismo e ad ogni forma di dittatura, ma per ragioni umane e ideali che trascendono quelle dell'antifascismo politico».

«Non mi considero certo esente da debolezze e da contraddizioni — ha ancora scritto di sé nel 1956 —, e confesso senz'altro di non essere fatto d'acciaio o di alluminio; ma chi voglia criticarmi, prenda i miei libri. Solo in essi mi riconosco interamente. Le altre sono immagini parziali e ormai superate di me stesso».


«DON PAOLO — Egli ha confessato, hai detto? Ma perché ha confessato? E se era una spia, perché era perseguitato anche lui dalla polizia?
ROMEO — Forse era una finzione. Forse egli cercava di sfuggire ai suoi impegni. Annina non mi ha detto altro.
DON PAOLO — Egli sapeva che io abito qui?
ROMEO — Sì, certo.
DON PAOLO — E perché non mi ha fatto arrestare?
ROMEO — E a me perché non mi ha fatto arrestare? Sapeva dove ho passato la notte.
DON PAOLO — Non capisco.
ROMEO — Vi sono sempre punti oscuri, inspiegabili in queste storie.

[...]

LOCANDIERA — Volete confessarvi?
MURICA — Forse l'avete indovinato.
LOCANDIERA — Di quale diocesi siete voi?
MURICA — Che storia è questa? Devo confessarmi a voi?

[...]

DON PAOLO — A dirtela francamente, non ti ritenevo così audace.
MURICA — Ti assicuro, non è precisamente audacia. È coraggio.
DON PAOLO (duro e aggressivo) — Coraggio? Che sfrontato. Un traditore può essere spavaldo, temerario, imprudente, tutto quello che vuoi, ma non coraggioso. Il coraggio è un requisito proprio dell'onestà.
MURICA — Può darsi, Pietro, che tu sia nato integro, puro, e quindi anche coraggioso, per virtù di natura. Il mio coraggio invece, se mi è lecito parlarne, non è naturale; esso è, come in questo istante, superamento della paura; poiché la mia indole naturale è appunto timorosa e debole. Solo in questi ultimi tempi ho cominciato a capire che cosa sia veramente il coraggio nel senso che tu intendi, il coraggio, cioè, come un fatto dell'onestà.
DON PAOLO — Consideri forse onesto carpire la buona fede dei compagni e di nascosto tradirli alla polizia?
MURICA — La mia autodenunzia ad Annina, quando ancora nessuno mi sospettava, è stato un difficile penoso e supremo atto di coraggio.
DON PAOLO (dopo una breve pausa) — La perniciosità degli individui della tua specie è appunto in questa doppiezza, in questa inestricabile alternanza di sincerità e di menzogna, di buoni propositi e di cinismo, di audacia e d'irresistibile incontrollabile panico. Confessasti tutto ad Annina? Va bene: ma dopo? Gli arresti successivi, gli arresti di ieri e di stamane, da chi sono stati provocati?
MURICA — Non lo so. [...] dal tempo lontano della mia cresima, non ho più frequentato la Chiesa. Ah, una confessione sacramentale quanto mi sarebbe stata più facile». (I. Silone, Ed egli si nascose (a c. di B. Pierfederici), Città Nuova, Roma 2000, pp. 70-86)




«SPINA — Il pane è fatto di molti chicchi di grano. Perciò esso significa comunione. Il vino è fatto di molti acini di uva, e anch'esso significa comunione. Comunità di cose simili, fraterne, utili; di cose che stanno bene assieme.
FRA' CELESTINO — Ma prima di stare assieme il grano dev'essere macinato e l'uva dev'essere pigiata. Non c'è comunione senza sofferenza.
DANIELE — Vi avete mai riflettuto? Per fare il pane ci vogliono nove mesi.
FRA' CELESTINO — Ma prima dev'essere macinato.
ANNINA — Nove mesi?
DANIELE — A novembre il grano è seminato, a luglio è mietuto e trebbiato. (Egli conta i mesi sulle dita delle mani). Per maturare l'uva ci vogliono anche nove mesi, da febbraio a ottobre. (Egli conta i mesi sulle dita delle mani).
FRA' CELESTINO — Ma prima l'uva dev'essere pigiata.
ANNINA — Nove mesi? Non ci avevo mai pensato.
VECCHIO PARENTE — Lo stesso ci vuole per generare un uomo.
DANIELE — E per disfarlo? Così poco.
FRA' CELESTINO — Il tempo per macinare e pigiare».

(I. Silone, Ed egli si nascose (a c. di B. Pierfederici), Città Nuova, Roma 2000, pp. 98-99)

Milano, 21 dicembre 2001
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