i sono libri che riescono a sostenere il peso del lettore, a trascinarlo lontano come piccole robuste zattere in viaggio perenne. Ci sono libri leggeri in quanto a numero di pagine che sono come pozzi profondissimi: guardarci dentro è una vertigine. Libri che contengono maree di voci, di storie raccontate in altri tempi, in altri luoghi, libri-ventosa, acchiappa-ricordi, come reti in cui si impigliano le parole dell'autore e di altri autori, più o meno riconoscibili e lontani, autori-specchio, che chi scrive qui e ora sente vicini, in quella continua ricerca di qualcosa che sfugge irrimediabilmente come le ombre e la nebbia. I libri di Antonio Tabucchi sono così: come zattere, come pozzi profondissimi. Il lettore può da essi lasciarsi trascinare verso altri mari, altre terre, altre epoche. Il lettore può riscriverli a modo suo: può riconoscersi nei piccoli equivoci senza importanza che la voce monologante racconta con quel tipico, morbido e insieme tortuoso e spezzato narrare, capace di fare riemergere dal passato "fantasmi struggenti". Tra i narratori dei nostri tempi, Tabucchi è forse davvero quello "in cui meglio arrivano a coincidere intensità dei risultati e successo di pubblico, presenza culturale e leggibilità" (Giulio Ferroni).
La forma breve è quella in cui egli più si sente a suo agio, fin dal romanzo che segnò l'esordio, Piazza d'Italia (1975), in cui rivive la Maremma toscana dagli anni dell'Unità d'Italia a quelli del potere democristiano, attraverso un bisbiglio corale e «un vivace realismo che assume toni fiabeschi». In occasione della riedizione di Piazza d'Italia, Tabucchi ebbe a scrivere: «Non mi resi conto, a quel tempo, che con questo libro sarei diventato uno scrittore. Le cose prima succedono e poi ci si riflette sopra. Fa un effetto strano rileggersi dopo vent'anni. E ripubblicare un libro che fu il nostro Io di allora. Quello ero l'Io di oggi, mi viene da chiedermi, o un'altra persona? Non lo so, e forse non voglio saperlo». Sostiene Tabucchi di essere diventato scrittore per caso, dunque, per un incidente della sorte, come quelli di cui sono fitte le sue storie. E oggi - ha spiegato in un'intervista - non è sicuro di avere fatto la scelta giusta (quella, s'intende, di indossare i panni dello "scrittore che pubblica"), ma è convinto che questi dubbi gli facciano bene, «perché mi forniscono la sufficiente autoironia e il senso critico necessario per non prendermi del tutto sul serio come scrittore». Per mantenere un certo distacco dall'inchiostro e dalle storie dei suoi libri, Tabucchi lavora come professore di letteratura portoghese all'Università di Siena. Sorvolando sul Tabucchi studioso sarebbe difficile capire molte cose: a cominciare dalle ragioni di quell'attrazione "epidermica", come egli stesso la definisce, per la Penisola Iberica. Tutto è cominciato, anche qui, per un caso, come avviene in «tutte le cose importanti di questa vita»: un libriccino dal titolo Le bureau de tabac. Autore: Fernando Pessoa. Di qui l'inizio di un innamoramento per la poesia di Pessoa, per il suo universo, per i personaggi che ne fanno parte, come Alvaro de Campos, Ricardo Reis o Bernardo Soares, animatori di una specie di teatro in cui manca il copione. Ecco il Portogallo, dunque, le cui atmosfere avvolgono spesso i racconti di Tabucchi. Si pensi a Requiem (1991), scritto in lingua portoghese e successivamente tradotto in italiano da Sergio Vecchio. Una storia che si svolge una domenica di luglio in una Lisbona deserta e torrida, un viaggio allucinato in cui si incontrano personaggi strampalati e fantasmi. «Pensai: quel tizio non arriva più. E poi pensai: mica posso chiamarlo 'tizio', è un grande poeta, forse il più grande del ventesimo secolo», cioè Pessoa, con cui l'uomo che dice io si ritrova a tavola. Requiem è un libro in cui si mangia molto: minestre di fagioli, dolcetti a base di uova e mandorle, pancotto, riso cucinato con rana pescatrice, pomodoro e aglio, stufato di carne e interiora di agnello aromatizzati all'aceto. Il tema del cibo torna più volte nelle pagine di Tabucchi. E torna in Sostiene Pereira, che comincia anch'esso in una giornata d'estate, «una magnifica giornata d'estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava». Il dottor Pereira è un vecchio giornalista condannato a una faticosa dieta e al tavolo di una redazione giornalistica per la quale cura la pagina culturale, nell'anno 1938, mentre infuria la guerra di Spagna e l'Europa piomba nell'orrore del nazifascismo.
Sostiene Pereira è un libro straordinario, destinato a restare nel tempo, perché racconta magistralmente di una presa di coscienza difficile e dolorosa, di una sfida alla Storia consumata in un anno terribile, e resa più suggestiva e indimenticabile dalle atmosfere che sa creare «l'autore del verbale» che Pereira pronuncia di fronte a un imprecisato tribunale. Forse - come ha rilevato acutamente qualcuno - il tribunale della letteratura. C'è l'estate portoghese, c'è il mare, ci sono le voci che salgono dal porto e quelle che escono dai caffè, magari dal Café Orquídea, dove Pereira ordina la sua solita limonata piena di zucchero. «E' possibile che un libro, un romanzo, metta a disagio perché sembra troppo bello?», si è chiesta Lalla Romano dopo avere letto «Sostiene Pereira». La risposta è sì; non capita sempre ma qualche volta capita: soprattutto quando nel libro si avverte una tenace fede nella letteratura come memoria, «memoria lunga che si oppone alla memoria breve dei mass-media», letteratura come veicolo verso una presa di coscienza che avviene per vie tortuose e misteriose e contribuisce a una maturazione, a un ingrandimento, una dilatazione del nostro angusto piano esistenziale.
Antonio Tabucchi sa aiutare il lettore in questo percorso con grande sapienza e abilità, attraverso una voce inconfondibile che dice di insonnie, di sogni, di scambi di persona, di uomini e donne che inciampano nei casi e negli equivoci dell'esistere, e che attraversano slanci passionali, amori travolgenti, emozioni vere o presunte, rancori e nostalgie, situazioni quasi pirandelliane in cui capita di perdere di vista sé stessi e si aspetta l'inverno, si inviano lettere al vento, ci si accorge che si sta facendo sempre più tardi. L'ultimo libro di Tabucchi, uscito due anni fa, si intitola proprio così: Si sta facendo sempre più tardi, ed è una raccolta di lettere, «superflue, inutili» perché autoriflessive, destinate a tornare indietro. Lettere sulla paura di amare e di vivere, sulla paura del vicino e del diverso, della bellezza. Paura di avere coraggio, o di troppa nostalgia. Diciassette lettere di uomini ad altrettante donne, e una lettera finale, indirizzata al vento per mano, stavolta, di una donna, l'unica donna che dice io nel libro. Si chiama Arianna. «Il suo Teseo l'ha perduto - scrive Cesare Segre - ma è forte in lei l'umana pietà», che parte dalla consapevolezza che noi non abbiamo ma siamo un corpo, fragilissimo: e - dice Tabucchi - siamo voce, siamo vene, arterie, vasi linfatici, caverne polmonari, velenosa bile, laborioso fegato, paziente cuore, capriccioso pene o misteriosa vagina. Siamo tutto questo, e con tutto attraversiamo il tempo, che ci maltratta, ci prende a schiaffi e qualche volta ci concede una carezza o la forza di sorridere, ma ben più spesso la consapevolezza dell'estrema vicinanza a una soglia «che ci divide da ciò che non riavremo più e da ciò che non saremo mai» (Segre).
Paolo Mauri scrisse una volta che, leggendo Tabucchi, gli capitò di immaginare «un sottofondo musicale di violoncello, un accordo profondo e struggente ripetuto infinite volte». L'immagine è molto bella, e pare di sentirla davvero una melodia nostalgica e serpentina, anche leggendo queste lettere d'amore perdute: «e per addormentarmi penso che ti scriverei che non sapevo che il tempo non aspetta, davvero non lo sapevo, non si pensa mai che il tempo è fatto di gocce, e basta una goccia in più perché il liquido si sparga per terra e si allarghi a macchia e si perda».
Scandaloso!Nobel: Il potere di provocare controversia sembra essere un requisito importante se si aspira a ricevere l'ambita onorificenza.Giosuè Carducci (1906) Grazia Deledda (1927), Luigi Pirandello (1934), Eugenio Montale (1975), Salvatore Quasimodo (1959), Dario Fo (1997). Un excursus sui vincitori italiani del Premio Nobel per la Letteratura.
Nel corpo della poesiaIl destino di un autore va oltre l'intenzionalità delle azioni preordinate a valorizzarne l'opera.Le antologie poetiche e i saggi di poesia costituiscono uno sforzo serio di far luce su una realtà difficile da analizzare con profondità e con ampiezza d'indagine. Un impegno documentale che si fa tassello di un composito scenario di cui bisognerebbe essere grati ai compilatori (di Giovanni Nuscis)
Scrivere: una questione di ottimismoIl gioco sublime del raccontareUno scrittore affermato e un giovane scrittore si confrontano, in questa intervista in cui Dacia Maraini offre alcune prospettive inedite: sul mesttiere di scrivere, sull'affollamento in libreria (di libri), sulle traduzioni, su D'Annunzio e, indirettamente, sull'amore. (di Paolo Di Paolo)
La basilica di San Petronio a BolognaDue luoghi monumentali a Bologna e a Roma ispirarono la vena poetica di Giosuè Carducci. Cominciamo dalla città turrita.Levoluzione della poesia di Carducci, coincide con le sue esperienze umane e culturali. Nelle Odi barbare si accostano temi come il mito della romanità, il senso religioso di una misteriosa presenza superiore. Che Carducci fosse rimasto affascinato dalla Basilica di San Petronio e avesse di questa architettura una grande ammirazione lo svelano i versi: «le torri i cui merli tantala di secolo lambe, / e del solenne tempio la solitaria cima. // Il cielo in freddo fulgore adamàntino brilla; / e laër come velo dargento giace // su l fòro, lieve sfumando a torno le moli / che levò cupe il braccio clipeato de gli avi» (di Reno Bromuro)
«Così, di silenzio in omissione, la menzogna ha assunto una sua dignità, è diventata ufficialmente un’arma di lotta politica: non solo tollerata, ma addirittura riconosciuta come indice di furbizia, di abilità, di savoir faire. [...] Il segreto, dunque, non è mentire un po’. Il segreto è mentire sempre, spudoratamente, ventiquattr’ore su ventiquattro. Le bugie, in questa italia, sono come i debiti: chi ne fa pochi è rovinato, chi ne fa tanti è salvo.»