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La formazione letteraria di Pier Vittorio Tondelli nellomaggio che chiude la prima edizione di Altri libertini. |
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Tuttavia, alcuni autori del tutto estranei a tali fenomeni, vuoi per palesi ragioni cronologiche, vuoi per peculiari scelte di scrittura, spiccano tra i referenti più rilevanti dell'opera tondelliana. A questi autori Tondelli tributa un diretto omaggio nei ringraziamenti che chiudono la prima edizione di Altri libertini (è il caso di Arbasino e Celati) ma per gli altri occorre ipotizzare una presenza più silenziosa e ritratta, intima per così dire, legata alle comuni ascendenze regionali (Delfini e D'Arzo) o a percorsi troppo diversi e che, pure, proveremo a considerare vicini (Testori). Negli ultimi anni, tornato alla natia Correggio, Tondelli rilegge i Diari di Antonio Delfini (1907-1963), riscoprendo in quelle pagine una vocazione che aveva improntato la sua scrittura più matura, quella di Camere separate soprattutto: «Se noi avessimo il dono di cantare il pianto ed il rancore», scriveva Delfini, laddove il pianto, o meglio la compassione, sono il tema di Camere separate. Nel Delfini dei Diari, molto più che nell'autore de Il ricordo della Basca, Tondelli riconosce il suo particolare percorso di memoria, giocato sul lasciar trasparire quella malinconia sotterranea che molto spesso è la molla della sua scrittura. Una malinconia speciale che ben conoscono gli autori emiliani: in Delfini, in D'Arzo come in Tondelli la scrittura è intima e privata e conserva tale natura anche negli éxploits più vivaci della loro produzione, benchè riveli la sua autentica fibra solo con il procedere degli anni. Questi tre autori, accomunati da un'identica origine regionale, condividono analoghi percorsi di scrittura: le tessiture fantastiche e settecentesche di D'Arzo, le immagini visionarie e simboliste di Delfini, la giovanile, corporea e gergale scrittura di Tondelli posseggono un'analoga matrice che, per ciascuno di questi autori, torna in superficie con il procedere degli anni ed il maturare della loro pratica letteraria. Delfini approda ai suoi Diari rifuggendo una scrittura pubblica e narrativa; Silvio D'Arzo (Reggio Emilia 1920-1952), nella sua breve e folgorante carriera (simile in ciò a Tondelli), passerà dalle esili fantasmagorie d'epoca alla realtà intima e tragica, quasi neorealista nei temi sebbene non nello stile, di Casa d'altri; e Tondelli, dopo gli esordi "espressionistici" e aggressivi, dove la parola aggredisce il reale, di Altri Libertini, Pao Pao e Rimini, opta per una scrittura creata per gli amici, prodotta per la memoria e per il cuore con Biglietti agli amici, scrittura che rimarrà tale, sia pur dispiegandosi in un'ampia macrostruttura, nel successivo Camere separate. La linea emiliana ha in questo ripiegamento sentimentale - mai involutivo, piuttosto meditativo e di approfondimento - una sua continuità: autori calati in condizioni storico - letterarie diverse vi aderiscono in eguale maniera. Non meraviglia, dunque, la curva intimista della scrittura tondelliana se ne consideriamo non solo l'ascendenza emiliana ma anche il diretto rapporto con la "scrittura di movimento" e con le necessità da essa espresse, quali l'assenza di teorizzazione dell'opera, il flusso della scrittura privata, al limite dell'invisibile e del silenzio. Parimenti, l'esperienza della guerra, della frammentazione del tessuto sociale e l'eco degli sconvolgimenti politici degli anni '30 e '40, contribuiscono ad accentuare quella condizione di "outsiders" di due autori come Antonio Delfini e Silvio D'Arzo, entrambi "irregolari" della letteratura, ma tanto politicamente impegnato il primo quanto schivo il secondo, l'uno attivo e longevo, l'altro timido e presto scomparso.
Ma per entrambi l'essere emiliani, conoscere quell'atmosfera di pianura e di provincia, colma dei "vapori d'inverno nelle campagne emiliane", resta l'impronta originaria di ogni spinta a scrivere, esattamente come per Tondelli: Modena, Correggio, Reggio Emilia sono tre punti di una topografia "sentimentale" che lega strettamente questi autori fra loro tanto diversi. In Delfini l'assenza di ogni accademismo letterario, l'ironia e l'autoironia sono parte irrinunciabile della scrittura: è «così poco scolastico, anche quando è ribelle (...) da farci dimenticare completamente che la letteratura è passata tra le sue pagine». L'autoironia di Delfini investe spesso la sua stessa condizione di modenese, irrisa e cosciente, con una grazia ed un lirismo che improntano tanto le sue prime prove quanto la sua poetica "disumana" degli ultimi anni. La memoria, la cronaca, l'ideologia sono spesso deformate e stravaganti, pregne dell'atmosfera surrealista che Delfini respirò nelle sue numerose collaborazioni con riviste come «Il Mondo, «L'illustrazione italiana», «Il Caffè» e che lo avvicina per certi versi all'esperienza di "surrealismo metafisico" di Tommaso Landolfi. Ma se tutti questi aspetti della scrittura delfiniana trovano un parallelo con la parabola autoriale di Tondelli, nell'uso ironico e autoironico della pagina, nell'assurdo e nell'antiaccademico che pure sono cifre del post-moderno, è la velocità, il dinamismo dell'autore de Il ricordo della Basca che costituisce, a nostro avviso, una premessa fondamentale al flusso plurilinguista e pluristilista di Altri libertini e di Pao Pao in particolare: più ancora, alla velocità in Delfini si somma la transitorietà che spesso gli fa prediligere quali scenari dei suoi racconti "luoghi di transito e confine", portici, stazioni. Il paragone con il Posto Ristoro in cui è ambientato il primo racconto di Altri libertini, con le infinite stazioni e gli innumerevoli treni da cui sale e scende il protagonista di Pao Pao, i viaggi e le soste che intessono entrambi i romanzi, diventa così inevitabile, ma il parallelo va anche oltre se si considera la dialettica Ricordo/Amnesia che Delfini "teorizza" nell'Introduzione all'edizione del 1956 de Il ricordo della Basca («Mentre i ricordi si affollano alla mia mente di rivoluzionario e di reazionario, di scrittore un po' mancato, e di amante fallito, il ricordo che ho dei ricordi che sopraggiunsero allora intorno al mio cuore smarrito in una comoda amnesia (...)»), una dialettica del tutto analoga alle modalità rammemorative di Leo, il narratore-protagonista di Camere separate. (1/3 continua» 2/3)
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«– Sentii parlare di realismo. Che cos’è questo? –
– Dovrebbe essere – rispose il conte un po’ impacciato – un’arte di illuminare il reale. Purtroppo, non si tiene conto che il reale è a più strati, e l’intero Creato, quando si è giunti ad analizzare fin l’ultimo strato, non risulta affatto reale, ma pura e profonda immaginazione. –» (Anna Maria Ortese, Liguana) |
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(Cultura delle collezioni) La Galleria degli Uffizi ospita una delle maggiori raccolte d'arte del mondo: il Rinascimento di Masaccio, Leonardo, Raffaello, Michelangelo, e Botticelli, Perugino, Pollaiolo, Tiziano. Il Rinascimento nel Rinascimento. Basta affacciarsi alle sue grandiose finestre per ammirare Palazzo Pitti, la cupola di Santa Maria del Fiore, Forte Belvedere. (di Elena Marocchi)
(che ogni scrittore dovrebbe sentire) Raffaele La Capria indaga un aspetto dellesistenza umana oggi abbastanza trascurato: linteriorità. L'amorosa inchiesta, romanzo epistolare e autobiografico, è un tentativo di conoscere la realtà attraverso lio dei sentimenti, contrapposto a quello delle idee. L'autore ne discute con Paolo Di Paolo |
(Da assaporare fino all'ultima stilla) La poesia di Camillo Sbarbaro fa da spartiacque fra la poesia del primo Ottocento e quella della prima rivoluzione industriale. L'atonia vitale, la pietrificazione interiore dell'individuo che assiste da spettatore inerte alla vita, la frantumazione della propria identità nei rapporti con il mondo esterno, sono la misura del disagio che l'uomo Sbarbaro avverte nei confronti di un'esistenza che subisce, volendola vivere nondimeno con avidità. (di Anna Maria Bonfiglio)
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Nobel: Il potere di provocare controversia sembra essere un requisito importante se si aspira a ricevere l'ambita onorificenza. Giosuè Carducci (1906) Grazia Deledda (1927), Luigi Pirandello (1934), Eugenio Montale (1975), Salvatore Quasimodo (1959), Dario Fo (1997). Un excursus sui vincitori italiani del Premio Nobel per la Letteratura.
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Steroidi e pesticidi letterari
Lo scrittore, produttore di organismi da macello In 25 anni, ha cambiato almeno una quarantina di padroni. Pensa che l'uomo occupi un posto, che tiene più o meno in ordine, ma se si estinguesse, la natura si riprenderebbe il suo spazio. Negli organismi prodotti da Vitaliano Trevisan tutto è narrazione, compresa bibliografia e prefazione (intervista di Vanessa Sorrentino).
Nel racconto La sirena, scritto negli ultimi mesi di vita, il livello reale e quello surreale si incontrano Nato a Palermo da un'antica famiglia della nobiltà siciliana, Giuseppe Tomasi di Lampedusa comincia a scrivere, durante un soggiorno nella casa londinese di uno zio ambasciatore, saggi sulla letteratura inglese. D'indole solitaria, accetta intorno a sé solo una ristretta cerchia di intellettuali sciliani. «Scrittore di un unico libro» (Montale) a fianco del più celebre romanzo, senza volere considerare vere e proprie narrazioni le lezioni di letteratura francese e inglese, si collocano degnamente i Racconti che furono pubblicati postumi sulla scia del successo de Il Gattopardo (di Anna Maria Bonfiglio). |
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