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Saggio inedito di Roberto Saviano

Tommaso Landolfi

«Hai mai visto uno spirito? No io no, ma mia nonna si!
Ma guarda un po’!
Lo stesso capita anche a me: io non ne ho mai visti,
ma mia nonna se li trovava tutti i momenti fra i piedi, e così,
fidandoci della sincerità di nostra nonna,
crediamo all’esistenza degli spiriti.»

[Max Stirner]

a lingua di Tommaso Landolfi sembra un altare edificato al suono italico della parola. Aggettivi avverbi verbi sostantivi, sono prescelti nella miniera del vocabolario come preziosi elementi da comporre con le intime emozioni sulla pagina. Ambito faticoso, o doveroso piuttosto, la pagina vuota: eppure le idee si annidano e bisogna trovare loro sfogo. Landolfi scrive per motivi che non considera né validi né degni della sua simpatia. I suoi diari Rien va Des Mois LA BIERE DU PECHEUR (1) sono pregni del rammarico per la scrittura vissuta come condanna e fonte prima della coscienza del non essere volti alla vita.

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La scrittura come altro dalla vita, pluralità dal reale che non può credere di essere contaminata dal fatto. Il brano narrato non è un’altra riproposizione della vita in ambiti e vesti differenti, anzi né è il diretto antagonista. Parola e vita sono in un tenace aut-aut! Landolfi costruisce le sue storie in un luogo sconosciuto alla realtà nota, questa sua scelta non è attuata solo dal surrealismo, che pure è una caratteristica delle sue opere, ma da una creazione di situazioni che trovano soluzione od enigma nel loro interno. Non vi è un rimando all’esterno del perimetro del racconto, ogni coordinata, riflessione, presa d’atto, avviene nel tempo e nello spazio della pagina. Le narrazioni di Landolfi per quanto siano accurate creazioni musicali, non spingono ad una pedagogia del gusto, o ad un compito foss’anche nihilista, di svelare senso e non senso: se dovessimo accostarlo ad una logica, mi affretterei a definirla ludica. La parola che appare in armonia con il sua significato raccoglie questo in prestito dal reale per poi stravolgere il suo piano narrativo ordinario, nella struttura del racconto. Sogno giovanile di Landolfi infatti fu quello di poter inventare una nuova lingua per affrancarsi dal prestito di suono e significato che doveva ottemperare alla lingua italiana. In un racconto Dialogo dei massimi sistemi (2) testo eponimo del medesimo libro si narra d’un individuo che credendo di imparare il persiano da un conoscitore della lingua mediorientale si accorge di aver appreso, per un dileggio del suo maestro che di volta in volta inventava vocaboli e sintassi in modo confuso, una lingua inesistente. Cosa grave è che aveva scritto dei versi nella cui versione originaria nessuno al mondo sarebbe riuscito a leggerla tranne lui medesimo e nella cui traduzione, dal senso al suono, tutto andava perduto. Landolfi a differenza del poeta del Dialogo.. è costretto ad usare la lingua nota, italiana, ma non solo, seppe di russo francese inglese e spagnolo. In fondo è l’unico dazio che si deve pagare, ultimo e per questo costitutivo. Realtà e scrittura avranno sempre nel loro antagonismo puro, una legame cromosomico che per quanto lo si vorrà annichilire e mascherare, persisterà indelebile.

Non v’è più meta alle nostre pigre passeggiate, se non la realtà (3)

Dirà sconfortato in un commiato, l’autore. La scrittura con il marchio semantico del reale trova nello stravolgimento una catarsi del suo primo peccato commesso al di fuori della pagina. Stravolgimento volto allo scandaglio dell’impossibile, Carlo Bo definirà: «Moravia impegnato nella caccia del possibile, altrettanto il Landolfi lo era nella caccia dell’impossibile». (4) L’impossibile fuoriesce dalla creazione del paradosso, o dal contrappunto che gradualmente irrompe da toni in apparenza quotidiani e noti. La parola creatrice costruisce il suo cosmo lontana dalla materia intesa come reale e si slega dalle leggi cui questa è subordinata. Landolfi indi costruisce una sintassi dalla struttura razionale con controllati vertici di descrizione barocca ma che non si spinge mai al confuso, all’opalescente Vediamo nel racconto La passeggiata raccolta nel libro Racconti Impossibili (5) come pone in paradosso la lingua italiana costruita con strati di parole rigorosamente pescate dal mar della lingua (niuno neologismo è presente) :

La mia moglie era agli scappini, il garzone scaprugginava, la fante preparava la bozzima….Sono un murcido, veh, son perfino un po’ gordo, ma una tal calma, mal rotta da quello zombare o dai radi cuiussi del giardiniere col terzomo…….
…..Dove le porti? Agli aratori laggiù: vede dov’è quell’essedo. C’è il crovello per loro. E il mivolo o il gobbello?

Eppure i toni e la misura dello scritto non hanno il gusto della provocazione o il sapore rancido di un semplice esercizio manieristico. La parola è usata contro se stessa, contro il suo scopo. Ecco l’archetipo della menzogna! I rimandi della parola i suoi significati sono manipolati e gestiti dai fili dell’autore senza alcun fine o scopo. Lunga discesa verso la spirale della letteratura, nell’invenzione finalizzata a se stessa, nell’espressione formale perfetta, questa l’estetica delle opere landolfiane. Ma la menzogna della letteratura non si attua solo sul piano filologico essa s’insinua ed orchestra l’immaginazione del lettore. La bugia della narrazione ammannisce lo scritto per esser letto, rivolge al lettore parole ostili e richiede comprensione, ma è soltanto fumosa finzione. Il lettore non è considerato, la sua alterità non è rispettata. Il lettore per leggere un opera del Tommaso deve subire i suoi registri indossare la veste che l’autore pretende, insomma deve lasciarsi determinare. Le opere di Landolfi sono un almanacco scritto senza motivo e lasciato in eredità alle parole che lo compongono; proprio come accade in Cancroregina (6) dove un individuo chiuso in una navicella gira senza meta e sosta, attorno alla terra scrivendo un diario di bordo certo che mai essere vivente riuscirà a leggerlo.

Baldacci considera che l’aristocratico di Pico pratichi una doppia menzogna. La prima viene a compiersi con l’affermazione la seconda con la negazione di ciò che ha detto non credendo a ciò che sta in quel momento dicendo: «l’unica possibilità resta per Landolfi l’esercizio sistematico di una menzogna al quadrato» (7). Questo movimento avviene in una completa malafede dove ogni suo intento, ammesso che sia cosciente, viene insabbiato cassandone anche il suo aspetto latente. E’ possibile descrivere questo tipo di struttura come una sorta di autocoscienza hegeliana privata del su momento risolutorio. Ovvero vi riscontriamo una negazione della negazione senza alcuna affermazione. In Hegel la coscienza si nega nella natura la quale negandosi nell’io diviene autocoscienza, in Landolfi vi è negazione del pensato e negazione dell’affermato senza alcuna affermazione, neanche della letteratura come potrebbe sembrare ad uno sprovveduto lettore. Negazione della negazione, perenne, in una assoluta distanza da soluzioni o punti mediani.

La sua scrittura è pregna di colore notturno. Facile accostamento cromatico se pensiamo che millanta critici (tra cui la figlia [8]) lo hanno definito uno scrittore lunare. Il colore argenteo e pallido dei suoi toni, l’ambiguità dei significati e soprattutto il sentore che tutto sia un gioco notturno pronto a scomparire al primo raggio di sole lo rimandano al satellite lunare. Vero di notte e falso di giorno sembra il narrare del Tommaso Landolfi poiché in cotanta costruzione si desidera ritrovarsi, comprendere il proprio tempo e trovare nel pulsare delle parole una qualche coincidenza con il proprio vivere biologico….

E’ più facile fare che dire,
Ma fare è già impossibile
(9)

Ma bisogna rassegnarsi la letteratura non è vita. Né rifugio. Divenuto impossibile l’agire, impossibilitata la parola a mutare la materia, la disperazione resta l’unica strada perseguibile. Problema sorge ancor più complesso, quando si scorge nella parola, e ancor più nella parola moderna, l’impossibilità di tematizzare il dolore. L’egoismo il porsi centro e panoplia può soccorrere l’uomo dalla deriva. La letteratura diviene questo, forse, ambito in cui l’egoismo si dipana nella sua cavità nulle per affermarsi e tutelarsi nell’arbitrio della proposizione. Aspetto possibile della libertà che non raggiunge neanche la potenzialità. La letteratura landolfiana così, si costruisce come una cattedrale gotica di sintassi dagli interni barocchi di descrizioni e dalle navate romaniche di assurdi personaggi. Una struttura salda e notturna poggiata sul nulla, sospesa in un assenza ineffabile.


NOTE

(1) LA BIERE DU PECHEUR 1953 Rien va 1963 Des Mois 1967. Pubblicate Vallecchi ora Adelphi
(2) Dialogo dei massimi sistemi; testo d’esordio di Landolfi Pubblicato nel 1937 da i fratelli Parenti in Roma. Ora nelle edizioni Adelphi
(3) in Ombre Vallecchi 1954. Ora Edizioni Adelphi pag 183
(4) Carlo Bo in Prefazione Opere Complete I vol. Rizzoli editore 1996
(5) Vallecchi 1966
(6) Vallecchi 1950
(7) Luigi Baldacci pag 355 Novecento passato remoto Rizzoli 2000
(8) Idolina Landolfi ha raccolto gli interventi critici sul padre in un testo dal titolo Le lunazioni del cuore La nuova Italia edizioni. Oggi cura tutte le opere del padre con magistrale raffinatezza.
(9) Viola di morte Vallecchi 1972
(10) Interessante vedere la comparazione tra Stirner e Landolfi che può esser fatta osservando in entrambi la considerazione dell’egoismo come fondamento dell’individuo e ancor più della sua libertà. I tal senso sembra orientato anche Baldacci nel saggio dedicato a Landolfi nel testo Noveceto passato remoto Rizzoli 2000

Milano, 09 aprile 2001
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