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Saggio inedito di Roberto Saviano

Giorgio Manganelli
(Foto di Basso Cannarsa)

La malattia, è una convinzione
ed io nacqui con quella convinzione.
[Italo Svevo]

a lingua di Giorgio Manganelli è una colonna torta e ritorta, un torciglione di cui è impossibile percepire la base ed ancor più difficile definire il verso cui si estende. La scrittura di questo autore meneghino è l’archetipo della farsa del dileggio della possibilità d’attuazione. Il testo organizzato in forma estesa, laddove non è frammento, articolo, aforisma, si compone in un cirro di nebbia, un espulsione di tratto. Mai le figure appaiono nitide mai riescono ad ottenere perimetri più corposi.

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Il cosiddetto antiromanzo manganelliano appare di più un contro romanzo, una specie di assuefazione alla trama, al solito dipanarsi della vicenda. I significanti nella semiotica del nostro Giorgio sono momenti del significato non origine di questo come linguisti vorrebbero fosse. Il significato una volta posto schizza, sguscia, fuoriesce in ambiti inesplorati. Diciamo che una proposizione nella letteratura di Manganelli viene ad essere scritta quando lascia illibate tutte le sue possibili varianti, tutte le innumerevoli riflessioni e i possibili rimandi. Nel Discorso dell’Ombra e dello Stemma (11) descrive la sua figura di amanuense come quella di un fool;

Il fool in sé trattiene due vocazioni o mestieri, o pratiche, che non è accorto di disgiungere: frequentatore di corti, dignitari, di ecclesiastici, di teologi, di carnefici, di regi, e feldmarescialli, il fool gode di una misera e tuttavia astuta franchigia; egli non può tenere discorsi, non può commentare, non ha pareri, non consente né dissente; ma gli si concede, anzi si vuole che egli strraparli, scioccheggi, strologhi, berlinghi, fabuli, e affabuli, concioni agli inesistenti, spieghi carabbattole, ed a se stesso di a torto e ragione, si insulti ed approvi, e si accetti e ripudi. In quel che dice molte materie e qualità si invischiano: ma non mai la verità, e non mai il suo contrario.

Descrizione del nulla, infatti come ebbe a definirsi: (simile in questo a Raymond Queneau) competente in fatto di cose che non esistono. La parola diviene nebulosa ironica o tragica a seconda del comparto in cui la sua liquidità va a stagnare. In questa metafora sembra rientrare forte l’ultima opera uscita postuma di Manganelli la Palude definitiva (12) luogo in cui ci si è condannati per oscura colpa e si vaga disorientati lontani da ogni possibilità di riconoscere significati e paesaggi. In fondo tale stesso disorientamento è possibile riconoscerlo nel testo Dall’Inferno (13) che pur strutturandosi come un sibillino e continuo confronto con la struttura dantesca sembra più una discensione di tipo quattrocentesco, viene in mente la seconda parte del Baldus di Teofilo Folengo, un luogo in cui personaggio, descrizione, monologo, introspezione, coscienza del personaggio e dell’autore, occupano la stessa dimensione. In quest’opera che forse più d’ogni altra svela il segreto inconfessabile della parola manganelliana, troviamo il soggetto in un universo torbido e malato, incapace di comprendere la sua situazione, il suo essere, vivo o morto, è guidato da un cerretano logorroico e da una bambola-parassita (una novella Beatrice) che gli è stata inoculata nel corpo. Questo soggetto incontrerà mostruose creature, brandelli d’individuo, posti sotto l’egida di una malia metafisica. In questo testo, ma anche in Nuovo Commento (14) e La notte (15), Manganelli costruisce questo soggetto senza coordinate alcune che procede in uno scrosciante monologo dove non esistono confini della parola e del significato. La parola manganelliana prima di vedere posto sulla pagina subisce un gargarismo nel cavo orale del significato, così una volta divenuta segno grafico può soltanto mantenere una viscida presenza del significato originario, lasciando così libera possibilità d’approdo verso nuovi lidi significanti ed immaginifichi. Il testo così non nasce dalle mani dell’autore non si inserisce in una precisa volontà, ma assume solitario significato, si impone per autogenesi. In fondo non esiste possibilità di far della parola strumento:

Le parole usate per servire a qualcosa si vendicano

Nelle iridescenze della scrittura si coglie l’indelebile condanna tragica dell’autore impossibilitato ad essere curatore e premurosa madre delle sue parole e delle sue immagini, una volta cascati nelle spire della pagina nulla può essere controllato. Ecco il sorgere della bugia, della menzogna della letteratura. La parola non può per sua determinazione risultare lontana al suo perimetro, e per quanto posta sull’orlo dell’ombra, nello scuro spazio dove più che contemplata resta immaginata, non può fuggire alla sua corposità. Inizia ad inventarsi ad aprire scorci di mondo che mai esisterà e che al contempo viene sovente ad essere. La menzogna della letteratura, nega l’affermazione che nega la negazione, senza affermare. La letteratura che è menzogna, nasce quando narra ovvero dileggia il vero, finge di non conoscerlo, quando invece è certa di esserle distante. Nel testo critico, Letteratura come menzogna (16), Manganelli confessa e descrive le annose questioni letterarie, le accuse che ad essa vengono poste i pastrani stretti ed attillati che le vengono imposti:

Forse è vero: la letteratura è immorale, e immorale attendervi….Non v’è dubbio: la letteratura è cinica. Non v’è lascivia che non le si addica, non sentimento ignobile, odio, rancore, sadismo che non rallegri, non tragedia che gelidamente non la ecciti…..lavorare alla letteratura è un atto di perversa umiltà. Colui che maneggia oggetti letterari è coinvolto in una situazione di provocazione linguistica. …riconoscendosi lo scrittore nient’altro che arguzia del linguaggio stesso, una sua invenzione, forse i suoi genitali ectoplastici.

La letteratura indi si oppone come irriducibile, altro dal reale, trascinandosi come condanna, i foschi significati della realtà. Lo scrittore è indi come su detto un fool un giullare cantastorie, cui non gli è dato sapere fin dove gli è stato concesso enunciare la sua verbigrazia e cosa essa vuol dire e creare. Manganelli sferza e minaccia con profetiche (inteso nel suo etimologico significato ovvero quello di uomo dalla bava alla bocca) parole gli accademici che tendono a fare della parola, didattica e lavoro. Fare del pensiero e della parola un mestiere è cosa deplorevole, significa rendere luce al buio fosco, dare fuoco alla carta stantia e insecchita. Letteratura resta nulla, almeno nella misura in cui questa appare nell’indefinibile arcipelago umano (17). Ecco che Manganelli anche quando sembra accorgersi del mondo, ovvero negli articoli giornalistici e nei pseudoreportage come il De America (18) ed Esperimento con l’India (19), non viene mai meno alla caratterizzazione della parola. Non dimentica mai che non sarà lui a decidere cosa descrivere, quali forme gli saranno imposte all’attenzione delle dita. Nel Lunario dell’orfano sannita (20) nel Dialoghetto tra un viandante e un professore vi è una situazione in cui….

Professore: Lei ha un figlio? In età scolare? Avido di apprendere?
Viandante: E’ la parola: ama lo studio e i libri
Professore: Suppongo viva in reclusione
Viandante: Oh no deve conoscere ragazzi a lui uguali, domani preziosi amici nella vita
Professore: Certamente è militare: bella e sana carriera, poche guerre e tutte vittoriose
Viandante: Sebbene di giovane età, egli è pacifista e di natura litigiosamente mitissima
Professore: Non lo tolga dal seminario: il latino vi è modesto, la filosofia dubbia, la letteratura povera, ma l’orario è rigorosamente rispettato. Un cardinale in famiglia è ornamento e ricchezza.
Viandante: Mai più Professor. Egli è laico e combattivo e promette di riuscire un sottile hegeliano di sinistra.
Professore: Non la capisco, brav’uomo. Se non fa né il militare né il prete, se non studia nella biblioteca avita, in che modo suo figlio è colto? O forse lei vuol darmi la baia?

Cultura, categoria dove solo preti e militari si trovano di diritto posto. Strumento, manganello di dominio che Manganelli mai avrebbe potuto considerare come suo ambito. La letteratura mentitrice d’ogni verità e realtà, assenza d’ogni cesura o censura mai potrebbe considerarsi fregio espositivo, valore indicativo, uso quotidiano. Qualora lo facesse, facilmente cadrebbe nella rosa menzogna, nell’irriducibile bugia, ritornando così alla sua indelebile origine. L’opera prima del Giorgio, Hilarotragoedia (21) finge di essere un minuzioso affresco realista, anzi lo è, peccato che la sua realtà non esiste in luogo alcuno, neanche nei misantropici angoli della sua attività cognitiva. Ed ancora…sempre nel Lunario vi è un articolo Plebe scritto come risposta ad una proposta di un certo prof. Armando Plebe, che chiarisce il rapporto tra Manganelli e gli intellettuali. Questo prof. Plebe, accademico reazionario ventilava l’idea di creare un albo per gli scrittori, bisognoso di tutelare la scrittura dalle masse pronte a poter scrivere infangando e rubando mestiere a chi legittimamente votato; il tutto per rendere pubblica l’arte e raro l’artista. Manganelli dando la massima sagacia ironica alla sua vena polemica, tenta di immaginare le modalità in cui il progetto del professore potrebbe attuarsi. Proibire le matite colorate è buon modo per limitare l’arte dei pittori ai soli mestieranti, allo stesso modo controllare gli epistolari, possibile Attività Culturale Clandestina. In fondo dirà Giorgio, il fatto che si pensi naturalmente e che naturalmente si scriva e dipinga non è buon motivo per lasciarlo fare, come bisognerebbe lasciare l’attività sessuale ed amorosa ai soli coscienti della medesima qualità del fatto altrimenti: senza coscienza professionale non si può, non si sa eiaculare. Orgasmi da contadini, languori da dattilografe, spermatozoi analfabeti ... E poi Manganelli esplode in una meravigliosa presa d’atto:

Ma lei li ha mai visti i paesaggi?…
Quella Maiella appoggiata a un lampione, quella Sila che mostra la giarrettiera: per me è tutto adescamento culturale

Lo scrivere non è un mestiere, né un attività praticamente e spiritualmente intesa. La letteratura quasi ha la lievezza d’un peto il suo stesso fine. Quasi la bellezza tragica dell’esistenza la sua stessa nescienza.

La letteratura di Manganelli è una struttura forte nelle fondamenta, elegante, inossidabile che mantiene roccaforti di nebbia, torri di cirri.


NOTE

(11) Rizzoli 1982
(12) Adelphi 1990
(13) Rizzoli 1985
(14) Einaudi 1969
(15) Adelphi 1998
(16) Adelphi 1985

Milano, 09 aprile 2001
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