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anganelli e Landolfi due autori che vivono e giacciono nella letteratura con simile comportamento. Certo lautore di Pico è un generatore dellimpossibile, un tinteggiatore di immagini, creazioni di personaggi, soggetti archetipici dogni negazione. Nel meneghino si ha la perdita della descrizione dellelemento naturalistico, del confine.
Manganelli considera ogni verbo alla prima persona generato da una qualsiasi prima persona. I piani della narrazione in Landolfi, benché sempre nello spazio irriducibile della pagina, sembrano tre: il soggetto narrato, la vicenda, e lautore. Questultimo prende atto di tutto ciò che è accaduto traendone giusta valutazione suo malgrado e lontano da ogni responsabilità. Landolfi insomma viene dopo i personaggi e dopo la vicenda. Manganelli invece possiede un unico piano in cui tutto confluisce, diparte, ritorna. Entrambi scandagliano il nulla, limprobabile, entrambi sono condannati alla parola ed al suo significato che non possono cassare ne esorcizzare con la propria volontà. Il segreto della parola in fondo è proprio la menzogna. I significati possono perdurare ma non quando sono usati contro loro stessi
Credo che le opere landolfiane e manganelliane rappresentino lorigine, lo scrigno verecondo in cui si conserva la purezza della possibilità umana. Sulla pagina si contraggono le vicissitudini, si rifugge il senso, si amoreggia con il paradosso. Nulla è! Tutto può mutare in essere! Ed allora la pagina, linutile pagina, che mai potrà sostituire la vita che non aiuta né affligge, risulta lestremo sfogo il canto inane cui ci si da per condanna. La vita la si vorrebbe scrivere perché la si vorrebbe vivere. Entrambe le arbitrarie possibilità non sono lasciate allarbitrio ed alle potenzialità. Restano frustrati sogni, arcipelaghi del possibile. Quando linesistenza di senso nella pagina e linesistenza di senso dellesistere si colgono simili tutto sembra ricongiungersi in un amplesso ermeneutico fino ad allora sconosciuto. Ma parola e realtà saranno perennemente distanti pur nella comunità genetica, come il muto interlocutore dun sordo. Nellepoca novecentesca la grandezza fantastica dei nostri due autori è stata avvicinata ed affiancata da Calvino e Savinio che, non è qui il caso di approfondire, a differenza, conservano tutto il fascino della mondanità, del ritmo della materia pulsante, del discorso quotidiano rivoltato in contrasti contraddittori o in sorprendenti ossimori del reale. Vicini invece alle iperboli linguistiche considererei Gadda e Consolo i maggiori scultori del controllato barocco, dellesplosione onirica dei verbi, delle proposizioni composte emancipandosi dal concetto, gli unici che possiedono le sontuosità delicate della scrittura di Manganelli e Landolfi. Non è il caso di iniziare un nuovo lavoro comparativo tra questi autori, ma giusto è stato citarli per capire quali intelletti si muovevano e si muovono dintorno ai due (22).
In fondo come gli efimeri del Dialogo di un fisico e di un metafisico (23) di Leopardi la letteratura e la sua menzogna vivono, un solo giorno, lillusione dellalba, la morte del vespro dimenticandosi nel breve tratto, della noia e della vita. Dal nulla verso il nulla!
NOTE
(22) Citerei anche i francesi Jarry (molto più vecchio di entrambi gli autori) e Queneau,,,..patafisici. Molto sembra la scienza delle soluzioni immaginarie, il gioco delle possibilità sintattiche dei Fiori Blu di Quenau avvicinarsi ai nostri due autori , ma a loro differenza la patafisica, pone al centro dellargomentazione il concetto, lo scherno, la sovversione, la nuova antiregola. Non vi è il perno del nulla, lo spazio fosco dellindicibile. Vi è comunque sophia ancora logos.
(23) Operette morali Mondadori 1988
Milano, 09 aprile 2001
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