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Racconto inedito di Loriano Macchiavelli

Loriano Macchiavelli

unta Falconera, un picco di roccia sul mare nel promontorio a una cinquantina di chilometri oltre il confine francese, in terra di Spagna, e a poco più di cento da Barcellona; una montagna di arbusti mediterranei ferocemente aggrappati alla poca terra che ricopre la roccia, tenacemente abbarbicati alle fenditure che secoli di piogge hanno ricoperto di un leggero strato di humus.


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A Punta Falconera, Luis Garcia Rodriguez si era costruito la villa. Se l'era costruita nel vero senso della parola in quanto vi aveva lavorato, assieme agli operai reclutati nel paese, trasformandosi in terraiolo, manovale, carpentiere, muratore... a seconda delle esigenze, e in sei mesi aveva trasformato il picco in un paradiso riservato. Sei mesi che gli avevano fatto dimenticare, nella fatica di ogni giorno, che il suo mestiere non era costruire ma distruggere, come tutte le carriere militari. Anche se la sua era poi finita con le dimissioni. Dopo, non aveva disperso il patrimonio professionale. Era stato uno specialista e tale era rimasto, offrendosi sul mercato a chi era in grado di pagarsi il meglio. Lavorava con scrupolo e non lasciava traccia del suo passaggio.

Si era comperato l'ultimo pezzo di natura rimasto intatto nell'intera Costa Brava, forse perché inaccessibile sia dal mare che da terra. Infatti Luis vi era giunto dal cielo, in elicottero. Era sceso sul breve spiazzo della sommità, dopo aver sorvolato l'intera costa, si era guardato attorno e aveva deciso: lì!

Il giorno stesso aveva acquistato Punta Falconera da un proprietario che non aveva creduto alle sue orecchie e che, per essere certo di non aver frainteso, si era affacciato al terrazzo di casa e aveva indicato: «Lei intende quella Punta Falconera?»

«Io intendo quella.»

«Che ne farà?»

«Ci costruirò la mia abitazione.»

«Ci costruirà la sua abitazione» aveva borbottato incredulo il proprietario. E si era affrettato a stilare il contratto di cessione prima che il signor Rodriguez rinsavisse e l'affare sfumasse.

Per mesi gli elicotteri scesero sul pianoro per scaricare i materiali da costruzione e poi Luis si presentò di nuovo in paese a cercare manodopera. Molti accettarono più incuriositi che interessati: come li avrebbero fatti salire sulla cima di Punta Falconera?

Il signor Rodriguez li fece salire utilizzando un montacarichi che aveva fatto fissare stabilmente alla roccia e che collegava la sommità del pianoro alla base e per mesi quel montacarichi fu il solo collegamento fra il paese e il cantiere.

Terminata la costruzione, il montacarichi divenne un ascensore blindato, semi nascosto fra la vegetazione e utilizzabile solo da chi conoscesse la combinazione per aprire le porte e per far muovere i meccanismi. Una strada sterrata collegò infine l'ascensore con il paese, una strada percorribile da un solo veicolo per volta e scavata nella roccia e fra gli alberi, in modo da non turbare il paesaggio.

La piccola insenatura di rocce piatte, levigate dalle onde del Mediterraneo, a circa trenta metri sotto la villa, era la spiaggia riservata; vi si accedeva mediante una piattaforma che scorreva su una rotaia fissata alla roccia e manovrabile solo dall'alto: un moderno ponte levatoio che dava o precludeva l'accesso per via di mare. L'impianto elettrico di tutta la villa era collegato alla linea del paese, ma un gruppo elettrogeno assicurava in ogni caso l'energia.

Algucil fu ospite a Punta Falconara per tutto il mese di settembre. Non era facile andarci d'accordo, ma Luis, chissà perché, riusciva a sopportarlo. Da giovane qual era, Algucil si portava dietro tutte le illusioni anarchiche e le teorie rivoluzionarie del suo periodo; reduce dal Sessantotto parigino, aveva tentato di esportare in Spagna le rivendicazioni studentesche, ma era finito in carcere assieme agli altri compagni che l'avevano seguito nelle strade del quartiere universitario di Barcellona.

Constatato di persona come il regime del dittatore spagnolo e la democrazia francese la pensassero allo stesso modo nei confronti delle idee innovatrici dei giovani, passò alcuni anni in forzata riflessione a spese del generalissimo Francisco Franco e quando uscì di galera, riversò la sua rivoluzione sulle tele e nei colori, pur continuando a incasimarsi in tafferugli di strada ogni volta che se ne presentava l'occasione. Il tempo e la pratica gli avevano però fatto acquisire grande esperienza nello sgusciare dalle mani dei carabineros e ciò gli aveva permesso una relativa libertà, compatibilmente con le sue scarse finanze.

Algucil incontrò Luis, o forse fu Algucil che incontrò Luis, a Barcellona in Paseo de Gracia, durante una dimostrazione di alcuni studenti che ancora non avevano capito bene la situazione e che, ovviamente, si trasformò in scontro fra studenti e "caproni di Francisco", come gridavano i giovani. Luis, a bordo dell'auto, si era trovato in mezzo alla fuga degli studenti e all'inseguimento delle camionette.

Algucil stava per essere raggiunto da quattro "caproni di Francisco" proprio mentre incrociava l'auto di Luis. Luis spalancò la portiera di destra dinanzi alla loro corsa e il giovane si trovò, senza rendersene conto, seduto sull'auto. Luis spinse a fondo, e di colpo, l'acceleratore, l'auto partì lasciando sull'asfalto un bel po' di pneumatico e a distanza i poliziotti.
«Ce l'abbiamo fatta! Ce l'abbiamo fatta!» gridò Algucil controllando dal lunotto, ma quando guardò il salvatore, ci rimase male: si aspettava un disperato come lui e si trovò accanto un distinto signore di mezza età, talmente elegante da non avere nulla da spartire con la sua ideologia e la sua rivolta. «Fermati e fammi scendere!» Ma Luis non lo ascoltò. «Fermati, per dio, o ti scaravento fuori dall'auto!»

«Non è la soluzione, giovanotto. Se mi scaraventi fuori, come te la caverai nell'impatto contro un muro a questa velocità?»
Algucil lo guardò incazzato: «Sei uno di loro, maledizione!» Ma Luis sorrise e negò con il capo, continuando a guidare a forte velocità. «Se non sei dei loro, che accidenti...»

«Perché l'ho fatto? Non lo so: mi è venuto istintivo aprirti la portiera.»

«Va bene, grazie e adesso fammi scendere.»

«Proprio qui?» chiese Luis indicando con un gesto del capo il blocco stradale a un centinaio di metri avanti.
«Per dio! E adesso?»

«Adesso puntellati sul cruscotto, giovanotto» e Luis pigiò l'acceleratore. Di nuovo l'auto scattò con tutti i suoi cavalli e il solido paraurti d'acciaio cromato fece volare in aria i segnali del blocco e saltare a lato i quattro poliziotti che non si aspettavano una simile reazione da un'auto tanto perbene, seria e distinta.

Con le mani nei capelli, Algucil si voltò a guardare il disastro che Luis si lasciava dietro e, sorpreso, guardò meglio il distinto signore al volante: «Accidenti, ci sai fare. O la macchina non è tua o vai in cerca di guai».

«Né l'uno né l'altro.»

«E come te la caverai quando la polizia verrà a cercarti a casa? Quelli hanno la targa!»

Luis sorrise. «Denuncerò il furto della mia auto avvenuto questa mattina alle otto dinanzi all'albergo dov'ero alloggiato.»

Quello stesso giorno Luis entrò nella topaia dove Algucil viveva e incontrò i suoi squinternati quadri: gli piacquero.

Un tardo pomeriggio di settembre, un autunno in cui il caldo del mediterraneo appassiva la vegetazione da troppi mesi senza pioggia; un'afa carica di stanchezza; fra cielo e mare un orizzonte senza confini; il sole basso e pesante, odori violenti di secco e di piante marine. Il salmastro saliva dalla schiuma delle onde contro gli scogli e il sentore di sterpaglie bruciate, che il vento portava da un incendio scoppiato chissà dove, spirava da terra. Tempo di rimpianti, di bilanci, di fallimenti e di gioie. Tempo di restare soli. Tempo che sfugge nel tempo.

Forse per questo Algucil e Luis non avevano più idee. Il primo aveva rinunciato a risolvere i problemi che lo avevano portato a Punta Falconera e, lasciati in villa i colori, era sceso nella piccola spiaggia a impigrire nudo al sole, rinfrescato da un nebbia invisibile prodotta dall'impatto delle onde contro le rocce.

«Accidenti, domani è il trenta, domani è l'ultimo giorno di settembre, accidenti!» e fu tutto quello che riuscì a pensare prima che la mente prendesse la strada del mare.

Anche Luis non riusciva a mettere assieme due pensieri conseguenti. Oltre all'apatia della giornata mediterranea, la telefonata appena ricevuta lo aveva indispettito: «Domani è il 30 settembre, Luis, ultimo giorno per pagare il debito.»

Lo sapeva bene, accidenti!

Posò sul piatto il Requiem K 626, si sdraiò sotto il porticato cercando di seguire l'Introitus che l'impianto stereo gli riportava con fedeltà.

Ritagliandosi un pezzo di paradiso personale e lontano dal mondo, si era illuso di non incontrare il passato se lui stesso non lo avesse voluto. Ma eccolo lì, il passato, a chiedergli conto. E qualcuno gli aveva imposto una scelta.

Le note tristi del Kyrie.

«Come mi avrà trovato?» e risentì il timbro di una voce che era appena arrivata a ricordargli un antico debito che lui riteneva sepolto nella memoria e sotto un cumulo di anni. «Non si sfugge al proprio passato» mormorò e riuscì a sorridere alla banalità.

Nell'apatia pesante del sole e dell'afa, si sforzò e prese la decisione che altri gli avevano imposto. O forse furono le note del Requiem:

«Va bene, lo ucciderò. E sarà per domani, in tempo.»

Ma come si poteva mettere la scadenza alla vita di qualcuno?

L'ultimo coro del Requiem, il Communio, sancì la decisione e Luis, finalmente, si rilassò. Avrebbe fatto in modo che il povero Algucil non soffrisse, che neppure se ne accorgesse.

Per un attimo le onde del Mediterraneo si tacquero e le ultime note del Requiem, portate da un refolo di vento, arrivarono ad Algucil. Con uno sforzo di volontà obbligò la mente a tornare dal centro del Mediterraneo o dalle rive dell'Africa, dov’era fuggita, e riuscì a confezionare un pensiero: «Va bene, lo ucciderò. E sarà per domani, in tempo».

Ma come si poteva mettere la scadenza alla vita di qualcuno?

Milano, 09 febbraio 2001
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Scadenza di contratto, racconto inedito di Loriano Macchiavelli


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