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INTERVISTA CON LA SCRITTRICE GINA LAGORIO, ALL'INDOMANI DELLA PUBBLICAZIONE DE L'ARCADIA AMERICANA

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Interviste
Intervista con Gina Lagorio
Nelle mie campagne piemontesi - dove Pavese ha scritto Paesi tuoi, Fenoglio ha scritto La malora, non ci sono più, se non come eco lontana piena di nostalgia, le cose che ho invece trovato in America...


Gina Lagorio
il 5 aprile 2000, alle 17:30, una bella giornata di primavera. L’orizzonte della città si perde attraverso la vetrata dello studio di Gina Lagorio, alle spalle della scrittrice, di cui è recentemente uscito L'Arcadia americana (Rizzoli), romanzo breve, frutto di un’esperienza di viaggio negli USA dove è stata invitata dall’American Association of Italian Studies.

Il colloquio si svolge in maniera spontanea e cordiale mentre esploriamo gli argomenti sui quali via via indirizzo la sua attenzione.

All'udire che Il nome della rosa è tra i cinque libri di cui tratta «la Libreria di Dora» questo mese, racconta:

«Ti posso dire che quando è uscito Il nome della rosa tutti si sono scagliati contro Eco. Lui era ossequiato, celebrato, incensato come saggista, ma come romanziere no, tanto più come romanziere di successo. Delle crisi di bile hanno attraversato il mondo letterario! Io l’ho letto davvero e ogni tanto mi sottolineavo le cose e glielo ho scritto in una lettera. Lui mi ha risposto dicendomi che la mia lettera era talmente curiosa che non si sarebbe meravigliato se mi avessero portato al neurodeliri e che in quel caso, lui sarebbe venuto a portarmi le arance. Non è che io abbia coltivato mai l'amicizia con lui, ci salutiamo da lontano, ma il suo secondo libro non mi è piaciuto per niente e L’isola del giorno prima mi ha fatto venire anche un po’ il nervoso perché è del ‘600. Contemporaneamente io ho fatto un libro sul ‘600 che è Il bastardo [Il bastardo, ovvero gli amori, i travagli e le lacrime di Don Emanuel di Savoia (1996)]. Siccome ci ho messo cinque anni a me ha irritato che facesse L’isola del giorno prima con una mancanza di documentazione storica -secondo me - assoluta. Avevo già davanti agli occhi Manzoni con «la peste» e poi Umberto Eco. Andate a farvi benedire tutti quanti….»

Internet?

«So scrivere solo con la macchina da scrivere e con la penna. La tecnologia, mi fa insieme fascinazione e paura, non appartiene alla mia generazione. Così come non appartiene alla mia generazione l’inglese. Se si tratta di cultura di ambito latino, io me la cavo sempre. Il francese bene, lo spagnolo male, però sufficiente per capire le cose. Per leggere per esempio Calderòn. Ed è anche divertente leggere dal vivo la lingua spagnola. Mentre con uno scrittore inglese, le cose diventano più acide - parola brutta pensata e cancellata.

[Internet] mi fa un po’ paura, ma so che ci sono dei ragazzi che si sono inventati un lavoro e ci guadagnano».

Una maglia azzurra carta da zucchero. Semplice, elegante, solare. Istintiva, affettuosa, un bellissimo sorriso con cui ama sottolineare le sue battute. Ha accantonato i sospetti che mi ha espresso il giorno prima al telefono.

A proposito dell’inglese. Qual è il ruolo della lingua e della letteratura italiana nel panorama mondiale?

«Secondo me il mondo attuale è di una povertà morale spaventosa, perché si deve dire anche questo: è una cosa generazionale. I progetti, i programmi, i sogni della mia generazione sono andati tutti a farsi benedire, o quasi. La povertà politica ha un bel riflesso, un bel riscontro nella povertà civile e la povertà civile e la povertà politica si rispecchiano anche nella povertà letteraria. Tuttavia c’è un qualcosa di così ricco nel genio italiano, - che brilla oggi per cialtroneria - [Gina Lagorio allude qui a un episodio della campagna elettorale in corso, che l’ha particolarmente disgustata. NdR]… In un paese che è così abbietto per tante cose, così incerto, c’è sempre qualcosa per cui, io credo, che la lingua italiana, il genio italiano, il talento italiano, malgrado tutto, avranno modo di affermarsi.

Me ne sono accorta molto andando in America, dove ho trovato un’anima antica che è come se fosse trasmigrata là.

Nelle mie campagne piemontesi - dove Pavese ha scritto Paesi tuoi, Fenoglio ha scritto La malora e la sottoscritta qualche altra cosina [vedi biografia], - non ci sono più, se non come eco lontana piena di nostalgia, le cose che ho invece trovato in America. La generazione che è arrivata là, credendo l’America paese di libertà e ha trovato la libertà, per prima cosa dal bisogno, ha poi contraccambiato quello che ha avuto con un culto – io non sono per niente religiosa ma ho un profondo senso di religiosità antica – con un culto della terra, del lavoro, e dell’onestà anche intellettuale. Questo mi pare che sia il grande contributo che gli italiani hanno corrisposto agli americani, nel secolo scorso, in cambio del pane.

Oggi la lingua italiana cos’è? La lingua italiana è questo enorme scrigno a cui hanno attinto tutti. Una cosa che mi meraviglia è che sono molti i ragazzi stranieri che studiano l’italiano. Certo, in confronto all’inglese, non è nulla, ma come sai, il pane non è fatto di sola farina. Nella farina delle generazioni future, [penso che] la lingua italiana, la cultura italiana, l’arte italiana - che malgrado tutto si impone sempre - sia un po’ come il lievito nel pane.

Me ne sono resa conto mentre parlavo a Rochester, a Princeton, a San Francisco a un pubblico che amava l’Italia e l’aveva amata attraverso la letteratura. Non basta questo per dire che l’italiano trionferà, però, mentre tutto il mondo della tecnologia, della scienza è un mondo anglosassone, all’interno di questo stesso mondo c’è la genialità italiana che brilla ogni tanto come schegge. Queste schegge rendono necessario l’uso della lingua italiana. Facciamo l’esempio più ovvio. Cosa potrebbe essere l’opera, e sto parlando di Mozart, ma anche l’opera moderna, se non ci fosse la lingua italiana? Mozart aveva un grande librettista come Da Ponte, ma la lingua italiana era proprio necessaria allora. Adesso non è più così necessaria, ma utile sì. La presenza italiana dal punto di vista culturale è più ricca di quella francese. E io sono di cultura francese, evidentemente, perché allora [nelle scuole] si studiava il francese.»

Dante diceva che «la lingua del sì era superiore alla lingua d’oc e d’oil»...

«Dante. Non c’è nessuno dei tempi nostri che possa essere paragonato a lui, anche per la sua attualità. Il giudizio che lui ha dato di tante cose ha travalicato i secoli.

In America per gli scrittori italiani contemporanei c’è poco spazio, senz’altro traducono molto poco. Il più noto e amato è sicuramente Calvino e poi, anche Primo Levi. Ma Primo Levi per una ragione che prima di essere letteraria è storica. C’è stato un grande convegno su Primo Levi a Princeton, a cui tanti anni fa sono andata. Io avevo fatto un saggio sulla poesia di Primo Levi, Ad ora incerta. C’era ancora Einaudi. E Levi, da allora, con questa testimonianza straordinaria è diventato un autore noto, anche se dal punto di vista letterario nel panorama contemporaneo è più noto Calvino.»

C’è uno scollamento tra italianità e lingua?

«La lingua è affidata, io credo, soprattutto alla sua letteratura, alla sua arte, che ha radici lunghe e indimenticabili. L’italianità è purtroppo alle volte affidata agli aspetti più brutti. Quando vai a New York e vai a Little Italy, l’italianità se fosse affidata ad Armani e alla pizza, andrebbe ancora bene. Ma se invece è affidata alla Pizza Connection... C’è una bella differenza. Ed è questo che mi è piaciuto nel mondo americano: che l’Italianità vera è proprio quella di coloro che hanno coltivato l’amore vero per l’Italia e l’hanno trasmesso ai figli che studiano e che brillano in ogni campo. Ho trovato una giovane ricercatrice, stimatissima, che ha collaborato alla ricerca sull’AIDS. Ho trovato un grandissimo matematico, a cui daranno sicuramente il premio Nobel. L’italianità è di questi elementi di genialità. Ma l’italianità corrente è legata ahimè alle volte a cose che non sono buone. Ma durante il mio viaggio americano l’italianità ha avuto un colpo d’ala con Benigni.»

Ha anticipato la mia domanda. Come commenta i riconoscimenti internazionali assegnati recentemente a Dario Fo [Premio Nobel 1998] e a Roberto Benigni [Premio Oscar per il Miglior film 1999]?

«Perché siamo sempre lì, è il genio italiano. E’ l’originalità italiana. Non so se hai notato che nei film americani, quando c’è un poliziotto o un mafioso, guarda guarda, il nome è sempre di origine italiana. E questo è lo scollamento tra italianità e lingua italiana, questa meraviglia che ci è stata tramandata da Dante e che noi abbiamo molto maltrattato nei secoli, e che però è coltivata con amore in quelle élite, in quei piccoli paesi delle «perle di vetro» che sono le università serie. Quando parlo di perle di vetro tu sai che parlo di Herman Hesse.

La tua generazione è quella che si è innamorata di Siddharta e quindi è quella generazione che non avendo dei valori fortissimi e un’eredità politica da abbracciare con entusiasmo… Noi che abbiamo patito la guerra, eravamo pieni di speranze di cambiare questo mondo, perché chi è giovane vuole cambiarlo il mondo. Voi siete lì che volete cambiare il mondo per cambiare le facce che avete di fronte e che non vi piacciono. E allora, Siddharta di Herman Hesse è una immagine di un mondo migliore attraverso una visione meno realistica del mondo. Herman Hesse è uno scrittore grande non per Siddartha ma per un libro, che nessuno ha letto mai perché è tanto grosso – sono più di 500 pagine – che è Il gioco delle perle di vetro. Nell’Arcadia americana c’è una piccolissima traccia di questo libro che penso passerà del tutto inosservata. Il gioco delle perle di vetro è quello della lunga sapienza accumulata in questa specie di utopistica città del sapere dove, uno accanto all’altro, si migliora la propria scienza, la propria cultura, e si arriva ad una specie di iniziazione al sapere, attraverso il gioco delle perle di vetro».

Che libro sta leggendo?

«Ne sto leggendo tre o quattro insieme (vergogna mia). Siccome me ne mandano tanti, prima di buttarli li guardo. Qualcosa mi incuriosisce, qualcos’altro non mi piace per niente. Sto leggendo un libro, Lei così amata, di Melania Mazzucco su un ambiente europeo internazionale degli anni della nascita di Hitler, periodo per cui la mia curiosità è grandissima, perché sono del parere di B. Brecht, che il ventre che partorisce il fascismo è sempre gravido. E ci sono tante specie di fascismo. E allora quel periodo - in cui si scivola dall’indifferenza alla violenza, si passa ad un antisemitismo quasi snob e si arriva alla shoah - mi interessa molto. Lo sto leggendo tutto religiosamente. Religiosamente... non esageriamo».

Ha una lista di libri?

«In quelle ceste lì ci sono dei libri che metto già da regalare. Altri li metto da parte per leggerli con calma durante le vacanze. Ho letto recentemente il libro di Tiziano Rossi [Gente di corsa] e l'ho anche consigliato. Li metto da parte perchè quando sono in pace... Io solitamente leggo di notte e quindi cerco di leggere delle cose che siano lievi. Mi ha mandato recentemente Garzanti un libro di racconti paradossali molto divertenti E così quando sono molto stanca me lo leggo. Storie impreviste [di Roald Dahl].

Adesso sto leggendo Melania Mazzucco. E poi voglio leggere I cactus non temono il vento. Me l’ha mandato ieri Feltrinelli. Sono racconti di scrittori di Santo Domingo tradotti da Danilo Manera, il quale aveva già tradotto degli scrittori cubani. Sempre cercando il “sangue” nella letteratura, perchè la nostra letteratura è molto esangue di fronte a quella latino-americana. Là dove c’è un sentimento della vita caldo, là dove c’è miseria, là dove c’è mancanza di libertà politica, dove la vita è più difficile, più aspra e il sogno e il progetto sono più alti, veri, concreti, là è più facile scoprire i talenti nuovi. In fondo noi ci siamo innamorati tutti di Garcia Marquez. Cent’anni di solitudine è un libro splendido per me, con quella fantasia così ricca, così colorata. Cerco, se posso, di razzolare nelle letterature dove spero di trovare qualcosa. E alle volte devo dire che sono contenta di aver citato un libro italiano e di un personaggio giovane perché è difficile che mi senta a mio agio».

Preferisce i classici italiani

«No, no. Preferisco un bel romanzo scritto da un contemporaneo. Ma se sono cose messe lì, sono solo trapezi di parole, fatti solo di testa, credo che solo di testa non si possa fare nessun bel romanzo».

Lei ha detto: raccontare per me è stata solo una seconda maniera di essere. Chi è la Lagorio scrittrice e chi la Lagorio privato cittadino?

«Spero che non ci sia molta dicotomia, perché come per essere, e non per apparire, bisogna vivere senza troppe lacerazioni, la Lagorio privato cittadino è molto spesso lacerata tra ciò che vorrebbe fare e ciò che non può fare, tra il dovere e il piacere. Ma il piacere ha sempre coinciso con quello che è il dovere più personale, più preciso, più pressante che è quello della scrittura che però di fronte alle poppate di Delfina [la nipote neonata di Gina Lagorio NdR] passa in secondo piano, non ho nessuna vergogna a dirlo. Una delle cose che non riesco molto a capire è il sacrificare i figli per la letteratura. Forse anche le mie figlie hanno avuto una madre ingombrante che però ha fatto il possibile per essere una buona madre. Forse non lo sono stata».

E loro cosa dicono?

«Non lo so. Il nostro rapporto è un rapporto molto caldo. Poi, io credo, che essere buoni genitori sia difficile. Nessuno alla fine della propria vita sarà mai di fronte a se stesso persuaso di essere stato come avrebbe dovuto essere. Infatti, quando si hanno dei figli, si dice sempre: quell’errore di mia mamma non lo farò. Quando hai dei figli sai quello che non dovrai fare, perché hai lo hai rimproverato in cuor tuo a tua madre.

Come non credo che si possa fare una letteratura di sola testa. La letteratura è qualcosa di così intimo, profondo, così necessario, se è necessario - secondo me è una conditio sine qua non - che deve implicare tutta intera la persona, che deve scegliere tra il dovere e il piacere, che deve sapere navigare nel mondo in cui si trova a navigare e in cui è bene, se è possibile, non cedere a troppi compromessi, perché i compromessi corrodono l’integrità di una persona.

E siamo in un mondo in cui questo avviene normalmente. Perché se tu pensi a quanta volgarità viene elargita dai nostri televisori tutte le sere, e nella volgarità non ci metto solo i culi di queste donne, che dopo tanti anni di femminismo, pensano che l’unico argomento per emergere nel mondo sia siliconarsi le tette o le labbra, ma anche la volgarità dei politici, la volgarità della rissa, la volgarità del pettegolezzo. Di fronte a queste cose, puoi scrivere solo se ne hai l’intima necessità e se non ti vendi. Almeno potersi guardare alla fine del giorno e dire: beh, non sono niente ma non ho leccato la pantofola del potere».

Allora scrivere per impadronirsi del mondo cosa vuol dire?

«Vuol dire impadronirsi del mondo vedendolo non solo con gli occhi, o con le orecchie o con la pelle, ma vedendolo con onestà intellettuale.

Nel senso di viverlo senza diventare un animale, godendo quello che il mondo ci regala, e che ci dimentichiamo che c’è: la bellezza. Come fai a dire, «il mondo», senza sentire che Monet non sarebbe Monet se non ci fosse questo trionfo di colori nella natura. E come fai a vivere nel mondo senza avere la curiosità di ciò che tu puoi fare e capire. Il vecchio Dante lo dice già lui, «virtute e canoscenza», la virtù è l’eticità e la conoscenza è aggredire il mondo attraverso i suoi scrittori, i suoi scienziati, i suoi filosofi. E quando dice: «Era già l’ora che volge il disio / ai navicanti e ‘ntenerisce il core / lo dì c’han detto ai dolci amici addio» [Dante, Purgatorio, VIII, 1-3 NdR], ti ha già detto tutto, ti ha detto che questo mondo che gli ha suggerito gli orrori dell’inferno è però anche il mondo che: «Noi eravam lunghesso mare ancora / come gente che pensa a suo cammino / che va col cuore e col corpo dimora» [Dante, Purgatorio, II, 10-12 NdR] Io penso che sia un po’ un virus quello della letteratura o della scrittura. Una volta ho detto a dei bambini: io forse ho scritto delle favole perché non avevo fratelli e sorelle e non potendole raccontare a voce le ho raccontate per iscritto».

Ci può indicare le tappe dell’evoluzione del suo scrivere, perellelamente al percorso delle sue letture?

«Le tappe dovrebbero individuarle gli altri. Io però ti posso dire che ho letto moltissimo, ho letto anche quello che non si doveva leggere quando si è piccoli».

E cioè? Dica cosa ha letto …

«L’amante di Lady Chatterley in francese. Non avevo la più vaga idea di cosa fosse un pene. Mi ero fatta un’idea molto arcadica, di fiorellini che si spargevano sul corpo. L’ho capito dopo, però sentivo il fascino musicale. E’ andato bene che l’ho letto che ero piccola, ma appena ho imparato il francese ho cominciato a leggere i libri in francese. Avevo un insegnante di francese che mi sovrastimava e mi passava dei libri in francese».

Lei è una romantica

«Abbastanza. Per salvarmi sì, c’é una parte di me che non riesce a pensare che tutto sia nero. Poi c’è stato un incontro fondamentale per quanto riguarda quello che si può definire pomposamente la poetica. Sono stata un’allieva di Sbarbaro. L’ho frequentato a lungo e lui mi ha insegnato una grande regola che è quella di buttare, tagliare, rifare, togliere, togliere».

Labor limae...

«Gratta, gratta si arriva sempre alle stesse cose. Poi, certo, può essere la vita che ti fa fare queste evoluzioni, l’incontro con il dolore è fondamentale. Io credo che non avrei mai scritto Approssimato per difetto se non avessi avuto un incontro tremendo con la malattia e con la morte. Dal punto di vista della scrittura, di Approssimato per difetto ne ho buttato via il doppio di quello che ho pubblicato. Però, nel corso degli anni - sempre ripubblicato, recentemente ne hanno fatto un’ennesima riedizione - non cambio nemmeno una virgola, perché ci ho messo cinque anni.

Un altro salto di qualità c’è stato quando ho detto: non scrivo più niente. Poi c’è stato l’incontro con la ricerca storica. Il presente non mi piaceva, mi sono trovata con il passato e ho scritto Tra le mura stellate e poi anni dopo Il bastardo, se tappa si può considerare questo approdo al romanzo storico, naturalmente rivisitato con la sensibilità e la conoscenza del presente.

Secondo me, nel mio bastardo, omosessuale, dal bel nome, potente nel vestito e non potente nella vita, ci sono gli stessi strappi e le stesse lacerazioni che hanno subito e subiscono ancora oggi. Se vedi il modo assolutamente incivile e inumano che hanno gli imbecilli di parlare della omosessualità. La sessualità come tabù, come condanna, come se il corpo non ce l’avesse dato Dio, il corpo sul quale... La dicotomia anima e corpo.

C’è stata una studentessa di Zurigo che ha fatto una tesi di laurea molto bella sulla mia narrativa, fatta di schemi. Siccome io di fronte agli schemi mi arrendo perché sono una vile, a me gli schemi mi fanno proprio paura. Bisognerebbe rivolgersi a lei.

Ha diviso la mia narrativa non so da quanti punti di vista, non te lo so dire. Era brava, intelligente e acuta e spesso mi faceva vedere delle cose che io non avevo visto. Come spesso accade. Io per istinto scrivo così. Se poi qualcuno ci trova dietro delle cose che a me piacciono son contenta. Se trova delle cose che non mi piacciono dico: vedi che ti ha beccato nella tua miseria?

Oh, mi spremi come un limone, figlia mia!»

Come spiegherebbe che non si parla di Sbarbaro a scuola?

«Si spiega con il fatto che è stato fuori dal potere costituito. E’ stato un antifascista durante il fascismo. Si è battuto a macchina il suo libro di prose in venti copie».

Ho letto che si manteneva con le ripetizioni, perché non avendo voluto iscriversi al partito…

«Quando gli hanno chiesto la tessera del partito lui non ha detto ne' ah ne' bah. Era piccolo, dolce, il mio amatissimo maestro».

Come spiegherebbe la visione del mondo di Sbarbaro a uno studente?

«Se tu incontri Sbarbaro, lo vedi e lo ami. Ma è la visione di un uomo, profondamente laico, che sa benissimo che il mondo è quello che è. Lo conosce attraverso la letteratura greca, attraverso la letteratura italiana. Conosceva molto bene Dante. Non conservava nulla, era un profondissimo ammiratore della natura per cui poteva scrivere e dire: «terra tu sei per me piena di grazia», ma poteva anche scrivere una poesia che cominciava con: «esco dalla lussuria». L’assoluta onestà intellettuale è il grande fascino che Sbarbaro seguita ad esercitare. Naturalmente era considerato minore e poi, dopo gli studi, era considerato meno minore.

Ora viene presentato come il primo esempio di poesia che abbia torto il collo all’eloquenza dannunziana, prima di Montale.

«Montale stesso aveva capito la grandezza di Sbarbaro quando aveva recensito il suo libro di prose e poi quando gli aveva dedicato i versi: «misterioso fanciullo», ecc. Adesso, per esempio - una fra le tante cose che a me tocca fare - Sbarbaro si sta traducendo nel mondo, a chi scrivono? A me. Adesso, questo libro qui [Gina Lagorio, «Sbarbaro, un modo spoglio di esistere»], faccio le fotocopie e le mando. E’ un saggio, che se fosse stato in Inghilterra, avrebbe avuto un’eco molto più grande, e continua ad essere un punto di riferimento perché non c’è saggio su Sbarbaro che non si rifaccia a questo. Io l’ho visto in casa di Dionisotti che è stato uno dei maestri del ‘900. Si spiega così: viveva a Spotorno, non seguiva le congreghe, non andava ai premi letterari, quando arrivava un invito della Rai o della televisione, girava le lettere a me. Beh, io ho fatto dei pezzi alla radio e lui andava in casa di un pescatore ad ascoltarmi perché non aveva la radio. Era un uomo che ha passato la vita in punta di piedi. Da qui i titoli: Bolle di sapone, Pianissimo, Fuochi fatui, Trucioli, tutto lo scarto, tutto il minimo, era un minimalista anzitempo, a cui non è sfuggitala verità della vita. Per cui, incontrare Sbarbaro ed amarlo per me è stato tutt’uno. Io mi ricordo che una volta ho fatto una recensione e gliel’ho fatta vedere su un autoritratto involontario che lui aveva fatto su Elena De Borgis Vivante che lui aveva amato molto. Aveva fatto una specie di crestomazia della sua corrispondenza privata. Io avevo fatto una recensione e lui mi aveva sgridato perchè era troppo laudativa, troppo laudativa per lui che invece voleva parlare di Elena. Era un uomo di un rigore unico».

L’ultima domanda: cosa ci fanno due laici assoluti come Sbarbaro e Fenoglio tra i santi nel paradiso di Gina Lagorio?

«E’ un paradiso laico il mio, dove ci metto, naturalmente, mia mamma, che accendeva le candele in chiesa e cantava come un angelo, ci metto mio papà, che bestemmiava. Mio padre era fantastico, bizzarro, vendeva la casa per aiutare i suoi fratelli. Mia madre gli diceva: tu Giovanni ti lasceresti tirare da una corda di burro. Lui usciva per fare una cosa, per incontrare gli amici, gli amici gli chiedevano i soldi, lui glieli dava e poi non glieli restituivano più. E lui si arrabbiava perchè diceva: ho fatto questo, gli ho dato questo e non mi saluta più. Mio padre era fantastico, generosissimo e non era un costruttore, nel senso che lavorava molto ma poi spendeva. Mia madre era la formichina, ma nella mia vita, sono stati due genitori straordinari, che mi hanno fatto un regalo fantastico: mi hanno dato una libertà assoluta.

Mia madre voleva che facessi la sarta. Mio padre mi diceva: cosa li compri a fare tutti questi libri? La biblioteca è questa! - e mi faceva vedere la sua raccolta di Baroli d’annata.

Ma, quando gli ho detto che volevo studiare mi ha detto: e allora studia!».

Quindi è stata una cosa sua?

«Le mie figlie nascono tra i libri, io invece li compravo a due lire sulle bancarelle. Io mi sono fatta da me, la scuola è stata preziosa, ho avuto degli insegnanti meravigliosi, e poi ho avuto una grandissima dantista che mi ha fatto amare Dante per l’eternità, poi ho incontrato persone come Sbarbaro, Angelo Barile che era compagno di scuola di Sbarbaro che era tanto religioso quanto Sbarbaro era laico, uno aveva come meta il cielo, l’altro aveva come meta il tramonto del sole sul mare però avevano il culto della letteratura, la sacralità della parola. Stranamente poi, in certi personaggi, Fenoglio è stato di un rigore morale e di una passione letteraria tale che, in ambienti di diversi, in contesti diversi, a me sono sembrati due santi a modo loro, e quindi vanno nel mio paradiso particolare. Come metto nel mio paradiso dei personaggi che ho incontratoe a cui ho voluto bene, per esempio ci metto anche Carlo Dionisotti. Ognuno ha il suo piccolo pantheon. E poi le persone che ti sono servite... quando uno è molto desolato, perchè spesso uno è desolato e allora uno si attacca..., come ti metti un bel disco, o come pensi alla faccia di Che Guevara per non vedere quella di Bruno Vespa [giornalista televisivo] o di Berlusconi [Berlusconi Silvio, magnate della televisione, leader di un partito politico]. Uno si fa le sue magie. Anzi per citarti Platone, Socrate dice: «giova fare a se stessi di tali incantesimi».

E adesso non ti dico più una cicca!»

Milano, 5 aprile 2000
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