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LA VERITA' CHE CONTIENE LA FANTASIA: ALBERTO BEVILACQUA

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Interviste
Alberto Bevilacqua

Un nuovo libro, che lo scrittore definisce «anomalo».
Forse un saggio, o un libro di poesia.

uando uscì l'ultimo libro di Alberto Bevilacqua, Viaggio al principio del giorno, si disse che sarebbe stato il suo ultimo, il suo testamento letterario, libro definitivo, un punto fermo nella sua incredibile verve narrativa. Invece, nel corso dell'intervista a ItaliaLibri, Alberto Bevilacqua accenna a un nuovo prossimo libro in via di pubblicazione ad ottobre: «Non voglio anticipare nulla perché potrebbe essere non inteso nel senso giusto, recepito in un senso non corretto. Esprime un lato di me non ancora noto».
Un libro che lo scrittore definisce «anomalo». Forse un saggio o un libro di poesia. Di certo si sa soltanto che esprime una formula diversa da quella narrativa. Per ora Bevilacqua, che considera l'abilità di “titolare” come una delle sue risorse meglio sviluppate, non ha potuto o non ha voluto anticipare neppure il titolo.

Alberto Bevilacqua

D. Non si fa più mistero di esperienze legate alla sua vita: un’infanzia “particolare”, la malattia di sua madre, un padre aviatore (nella squadriglia di Balbo)... Lei è cresciuto con una nonna medium - una donna di certo non comune - per qualche tempo ha corso in bicicletta nella squadra di Bartali... E poi ancora un matrimonio, un divorzio doloroso, tutte vicende che Lei stesso racconta, per esempio, anche nel suo ultimo libro. Vorrei sapere che cosa sognava da bambino e se nella vita si è poi scontrato con una sorte, se non in tutto, almeno in parte simile a quei suoi sogni, a quei suoi desideri di ragazzo...

Io da bambino non sognavo niente, assolutamente. Leggevo i libri dei grandi navigatori. Non sognavo neanche le avversità che poi ho avuto, questo posso dire.

D. Quindi non aveva dei sogni particolari come per esempio, non so, quello di fare lo scrittore che poi si è realizzato?

Ma per carità! E’ una vita troppo difficile. E poi non avevo sogni o ambizioni particolari. Non mi ha mai esaltato, non mi ha mai fatto sognare, neanche da bambino, anche perché fin da allora ho avuto una vita aspra. Essendo un bambino molto intelligente ho subito detto: «Vabbé, se la vita è così, vada al diavolo la vita, lei fa il suo corso e io faccio il mio», ma non avevo sogni.

D. Lei ha conosciuto molti personaggi celebri, che hanno fatto storia: Totò, Karen Blixen, Gabriel Garcìa Màrquez, Romy Schneider, Chaplin...E ancora i grandi registi: Rossellini, Visconti, De Sica. Però io vorrei sapere soprattutto dell’incontro con Cèline che, con il suo Viaggio al termine della notte, le ha cambiato la vita, le ha per così dire suggerito quei primi versi che poi lei ha riportato in ogni suo libro («Io cerco un ventre, orgoglioso e umiliato, per morirci teneramente, come ci sono nato»). Che cosa ricorda di quell’incontro? C’è una frase, anche solo una parola, che le è rimasta particolarmente impressa?

Avevo uno zio che era un ciclista famoso, ma soprattutto come “pister”. A Parigi c’era questo velodromo, il Velo D’Hiver, cui andavano, per assistere alle esibizioni, anche i bei nomi della cultura, così come quelli che erano stati i protagonisti ideologici della Resistenza italiana a Parigi. Uno di questi era di Parma e mi portò a far vedere Céline, proprio per dimostrarmi come ancora una volta la vita fosse ingrata. Mi disse: «Ti faccio vedere uno scrittore straordinario che Sartre e il suo ambiente avversa a morte, combatte; e questa è una grande ingiustizia». Mi fece vedere da lontano proprio quest’uomo, cioè Céline, seduto davanti alla casa, quale poi io, al ritorno, descrivo nell’ultimo libro. Quest’immagine, magnetica, mi fece - Céline era un lanciatore di medianità - una grandissima impressione. Lessi il libro sotto l’effetto di questa suggestione e poi scrissi quei versi che lei ha letto nel libro. Nell’ultimo libro racconto soltanto la verità, la verità che contiene la fantasia. E’ sempre stato il mio tema, la realtà che contiene la fantasia.

D. Diversi sono gli sfondi dei suoi libri: la “prediletta” Parma (“prediletta” perché è sempre stata al centro di tutto quell’altro mondo che ha visitato), e poi il mistero, l’eros... Tuttavia, io le domando: c’è qualcosa, nelle sue pagine, che non è mai stato colto, che le pare, insomma, che la critica abbia trascurato, e i lettori non percepito?

Non saprei dire… Devo dire la verità: quello che mi sono proposto di esprimere, l’ho espresso. Essendo bizzarro, ma fino ad un certo punto, e facendo una vita mia eccentrica, ci sono testi, più di uno, che io non ho dato alle stampe. Nemmeno il primo libro, anche se ha avuto delle avventure complesse, l’ho dato alle stampe: l’ho dato alle stampe solo due anni fa per l’Einaudi. Quindi il lettore può non conoscere ciò che non ho pubblicato. Ecco, quest’anno pubblico, in ottobre, un libro anomalo che credo stupirà.

D. Può anticipare qualcosa?

Non voglio anticipare nulla perché se lo anticipo potrebbe essere non inteso nel senso giusto: è una formula. Se anticipo una formula può essere intesa in un verso non corretto. Esprime un lato di me non ancora noto.

D. Punto di forza della sua scrittura sono le rappresentazioni al femminile, fragili, belle, disperate, e spesso anche forti da lasciare a bocca aperta. Che cosa c’è sotto? Un amore per le donne, a cominciare da quello sconfinato per sua madre, pare scontato. Allora mi chiedo se, per assurdo, non si possa azzardare anche una misoginia ben celata: ma è solo una mia ipotesi...

Innanzi tutto voglio precisare che, essendo state le donne, ad oggi, le lettrici più attente e coinvolte dai miei libri, è normale che questo tipo di interesse abbia messo in evidenza le figure femminili; ma chi conosce la mia opera sa che le figure maschili sono altrettanto precise e notevoli. I protagonisti maschili sono, per esempio, in La polvere sull’erba, ne Il viaggio misterioso, in Questa specie d’amore. I personaggi maschili sono passati quasi in secondo ordine e sono emersi, invece, i personaggi femminili, che ho usato, come ne La Califfa, per attribuire alle donne delle funzioni sociali ed ideologiche che fino ad allora non erano state attribuite loro. Le donne erano servite ai narratori, anche ai grandi narratori, come macchine per far scattare la scena: le scene di seduzione, ecc.. ecc. Insomma, il dannunzianesimo è sempre esistito. Per quanto riguarda, poi, l’esistenza o meno della misoginia...La misoginia è una forma di avversione per le donne molto particolare. Sciascia dice: «Il misogino è colui che ha amato tanto le donne e non glielo perdona». Ma la misoginia è soprattutto femminile. Se noi badiamo alla società, agli uffici, ai posti di lavoro, ma anche alle dimensioni e alle atmosfere dello spettacolo, noi vediamo che le prime ad odiare le donne sono le donne; si scannano con un sistema che è mafioso. Una volta andai a fare una sceneggiatura in America di un film con Sordi che si chiamava Mio fratello Anastasia. Siccome ero uno sceneggiatore solerte – Anastasia è un grande boss ucciso in una barberia – sondai attentamente quel mondo. Fui invitato dal padrino della mafia di allora, Jo Colombo, il quale mi offrì di scrivere Il Padrino ed io rifiutai. Lui capì, ma mi disse: «Ricordati che le mafie sono tre: prima vengono le chiese, secondo le donne e terzo noi». Le donne si combattono, ma poi al momento opportuno sono unite. Se io dovessi dire che dalle donne ho avuto solo una disponibilità attenta e generosa, mentirei. In molti casi il male mi è venuto proprio dalle donne. Quindi, sì, esiste in me una componente misogina, ma potrebbe non esistere in uno scrittore che alle donne ha attribuito una grande importanza. Le donne quando ce la mettono sono perverse. Quindi, certo, non nego il lato misogino.

D. La Califfa, Il curioso delle donne, Questa specie d’amore, Gli anni struggenti: titoli molto suggestivi, titoli di libri che hanno anche vinto importanti premi letterari, titoli trasformatisi addirittura in modi di dire. Come li sceglie? Sono frutto della fantasia, della riflessione, dell’ispirazione...

Il fatto che io sia anche un narratore ed un poeta mi rende un buon titolista. Io sono stato un grande titolista, non solo dei miei libri, ma anche dei film a cui ho partecipato. L’estro del titolo fa parte dell’estro poetico con cui si affronta un libro e quindi io credo nei titoli suggestivi.

D. In effetti, i titoli hanno una grande importanza, così come le copertine, credo.

Le copertine non lo so. Ormai io pubblico con copertine assolutamente bianche, con le edizioni enaudiane. Io credo di non avere mai avuto copertine volgari. Mi ricordo che, quando pubblicammo La Califfa, proposi una cosa che sembrava assurda: usare della carta igienica - infatti c’è un copertina che oggi ha, tra l’altro, una quotazione d’antiquariato - per fare una scarpa femminile.

D. Giornalista, inviato, critico, narratore e poeta, regista cinematografico. Che cosa, in fondo, Lei ama o ha amato di più sentirsi?

Io ho avuto molta vitalità. Questa vitalità mi ha portato ad esprimermi in vari modi, soprattutto ad essere mobile nel mondo, mentre i letterati italiani in genere sono sempre stati statici. Non so dire che cosa ho più amato essere definito. Non ho mai detto nulla di me. Io sono un creativo, questo amo sentirmi dire. Poi, le forme in cui la creatività si esprime possono essere le più diverse, ma nascono tutte da un’origine, da una polluzione poetica.

D. Quale libro, durante la stesura, l’ha più fatta impazzire? Quello che le ha creato più difficoltà...

Uno dei libri che considero i miei fondamentali, ma non è dei più noti: Una scandalosa giovinezza. Doveva essere il ritratto dell’Italia dai primi del secolo fino agli anni Settanta/Ottanta. E’ stato così faticoso dal punto di vista stilistico e anche mentale che, arrivato alla Guerra D’Africa, cioè all’invasione dell’Etiopia da parte delle truppe italiane nel 1935, mi è preso un esaurimento nervoso spaventoso ed ho dovuto fermarmi lì. Ho pubblicato solo il volume che arriva fino a quel punto.

D. Molti autori, anche grandissimi, hanno confessato di aver avuto un modello, almeno all’inizio. Da chi ha preso maggiormente spunto la sua scrittura e quanto tempo c’è voluto per trovare un’identità come scrittore e diventare, a sua volta, un modello per altri giovani ?

Se lei legge La Polvere sull’erba, che è di quando avevo vent’anni, vedrà che lo stile è già maturo e che non prende da nessuno. Le mie influenze sono state musicali, non sono state letterarie. Direi che Gioacchino Rossini è stato un autore che mi ha influenzato.

D. Abbiamo letto, origliato, che Viaggio al principio del giorno segna la fine dell’inchiostro della penna immaginaria con cui lei ha scritto tutti i suoi libri, a cominciare da La Polvere sull’erba del 1955. Ai suoi lettori/ammiratori questo “abbandono” è costato molto. Quanto è costato a lei?

Cosa!? Viaggio al principio del giorno è il mio ultimo libro probabilmente di narrativa, ma i libri sono anche di poesia... Si può dire “definitivo” nel senso che definisce un lungo periodo. I lettori leggeranno di me le cose che io non ho mai pubblicato, che forse sono le più grandi.

D. E’ risaputo del suo interesse quasi ossessivo, morboso, per il mistero, l’occulto, la magia (che è ne I sensi incantati, in Un cuore magico...) Volevo chiedere se in tutto questo c’è un piccolo spazio anche per Dio e, se sì, per quale Dio. Insomma, che volto ha il Dio di Alberto Bevilacqua?

Credo che sia un Dio che ha un volto abbastanza vicino alla realtà. I miei studi sono studi astrofisici. E’ un Dio dell’energia, è un Dio dell’immenso, non è un Dio antropomorfico. E’ un Dio che è nel Paradiso, pronto ad accogliere chi arriva.

A cura della Redazione Virtuale de La Libreria di Dora

Milano, 25 giugno 2002
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