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LUISA ADORNO – LE LAMPADINE DI MILA

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Interviste
Luisa Adorno

Storie e affetti, avvitati a un arco di abbagliante fulgore

uesti sono i termini che userebbe per descrivere la sensibilità femminile in tre parole: «Arte è intuizione». Gli uomini della sua vita, a cui si riferisce con grande affetto, sembrano mettersi in luce più per le qualità auree di saper coltivare principi incrollabili e di sondare le profondità dell’intelletto che per funzioni pratiche, come la capacità di risolvere problemi concreti e l'arte di badare ai propri interessi. Luisa Adorno (pseudonimo di Mila Curradi), che il 2 giugno 2000 è stata insignita, insieme a Francesca Sanvitale, di un’onorificenza per l’impegno letterario dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, racconta se stessa, in relazione anche alle numerose opere che ha scritto.

Luisa Adorno
D) Sposata da cinquant’anni, Lei ha figli, nipoti…Ha fatto studi classici, ha insegnato in scuole medie e superiori, ha collaborato a «Il Mondo» di Pannunzio, a «Paragone», a «L’Indice», e anche ad «Abitare». Quale eredità, lasciatale rispettivamente da suo padre e da sua madre, porta ancora dentro?

Da mio padre, invece del Gatto con gli stivali che riesce a risolvere tutto con la furbizia, penso di avere ereditato l’incapacità di fare a gomitate, la giovane spensieratezza che, se non gli impediva la fermezza nei principi, si risolveva talvolta in generosità con le tasche semivuote. Anche l’incoscienza davanti al pericolo, messa a prova nei lunghi anni di partecipazione alle due guerre mondiali, e la passione per la politica, vissuta senza paura sotto il fascismo, senza mire personali dopo, mi hanno lasciato qualcosa. Da mia madre so di avere ereditato l’ironia e l’auto-ironia, unite in lei a grande mitezza, e da tutti e due il senso della misura nei desideri e l’assenza totale d’invidia per le fortune degli altri.

D) Lei ha dichiarato di scrivere soltanto la vita. Da dove nasce la volontà di raccontarsi a se stessi e agli altri? Non ha mai pensato di attingere dalla fantasia piuttosto che dalla realtà?

Fin dall’adolescenza ho sfogato il bisogno di raccontarmi e di raccontare in un numero infinito di lettere (da lì la mia passione per quelle degli scrittori e il rimpianto, oggi, che l’uso vada sparendo). Permettetemi di fare mie, ancora una volta, le parole di Marina Cvetaeva «Io sono per la vita, per ciò che è stato. Ciò che è stato è la vita, come stato è l’autore» e «In me la duttile memoria s’identifica con la fantasia».

D) L’ultima provincia, Le dorate stanze, Arco di luminara, La libertà ha un cappello a cilindro, Come a un ballo in maschera e Sebben che siamo donne: a quale di questi suoi libri è più legata e perché?

L’ultima provincia e Arco di luminara sono i libri degli anni felici, coi figli bambini, i figli ragazzi, i suoceri (trent’anni ho vissuto con loro), le antiche, familiari domestiche. Sono i libri in cui scopro la Sicilia e la sicilianità di cui comincio col ridere e finisco con l’amare, riamata. D’altronde se Le dorate stanze, Come a un ballo in maschera e Sebben che siamo donne mi ridanno l’infanzia, la giovinezza, gli innamoramenti, i viaggi e, soprattutto l’amicizia, La libertà ha un cappello a cilindro, coi continui ritorni nei paesi dell’Est a tastare il polso al socialismo, mi riporta alla passione politica, al gusto del rischio, dell’avventura, della lotta.

D) La Sicilia è stata terreno di grande ispirazione, Musa di innumerevoli, geniali e illustri autori: Elsa Morante, ad esempio, concepì Menzogna e sortilegio dopo solo tre giorni trascorsi in quella splendida regione, dove in parte si svolge il romanzo. Dipinga una piccola tela della sua Sicilia usando le parole.

Qui posso citare me stessa a piccoli squarci. Primo arrivo in Sicilia in un ottobre di guerra: «...quei giorni sono un ricordo di colori: dal grande tavolo coi trionfi di frutta e piramidi di pasta reale minuziosamente lavorata e dipinta, nel collegio aperto su un giardino in cui ci ospitavano, al mare turchino della baia di Ognina, alle piccole barche a strisce colorate, con gli occhi e la prora aguzza da pesce spada...». Dalla casa sull’Etna, d’estate, attraverso gli anni: «La notte della rotonda della cisterna, in punta di piedi, il collo teso fra le foglie del gelso, si può seguire il respiro di fuoco del vulcano mentre a valle, dove gli agrumeti degradano neri verso il mare solcati da serpi di luci dei paesi a catena, frequenti zampillano da polle rumorose e improvvise i fuochi d’artificio».

D) In Foglia d’acero riscopre la figura di Daniele Pecorini Manzoni, uno zio vissuto in un tempo lontano. C’è qualcuno di cui avrebbe voluto scrivere e non ha scritto? Un libro che le è rimasto dentro e che non ha trovato sfogo sulla carta?

Foglia d’acero, su cui ho voluto mettere anche il nome dell’autore del diario ritrovato, è stata una vera scoperta, che mi ha dato la sensazione di avere riportato alla vita Daniele e la piccola giapponese, non qualcosa che avevo dentro. Dentro invece ho ancora tante storie di persone, di affetti, di “lampadine” insomma, da aggiungere al mio arco di luminara e spero di avere il tempo di raccontarle.

Daniele Pecorini -Manzoni e la geisha O.Fuji -san. «Foglia d'acero».
D) Che relazione c’è tra il gelsomino siciliano e la madeleine di Proust? Il gelsomino e la madeleine simboleggiano il rapporto con la memoria e allo stesso tempo il rapporto tra la scrittura e la “verità” del reale?

Il gelsomino non è ancora la madeleine perché la Sicilia è presente. Lo diventa in Sebben che siamo donne, quando mi chino ad odorare il primo, “perfetto”, “intatto”, fiorito sul balcone della casa di Roma, sicura di respirare i giorni, passati e prossimi, in Sicilia , sulla terrazza a livello dell’agrumeto «da dove annose piante salgono a nevicare fiori sul vecchio cotto». Invece «E’ Viareggio!» mi dico stupita e d’un tratto «Su un’altra terrazza sale da un piccolo giardino una spalliera di gelsomini, e arriva a traboccare dalla balaustra. Ha fiori corposi, intatti come se non avessero la capacità di estenuarsi e cadere...». Tanti, tanti anni fa: ed ecco la madeleine.

D) Se dovesse definire una sensibilità femminile come la dipingerebbe?

Mi riferirei alla definizione dell’arte data da Croce: «Arte è intuizione». Folgorante, semplice in apparenza, difficile a spiegarsi. Così per me la sensibilità femminile.

D) La storia è una storia generazionale o quasi. Lei descrive con molta finezza l’essenza maschile.Vorrei che la descrivesse d’impulso, di nuovo, in modo intuitivo. L’uomo soggetto maschile nella sua realtà chi è?

L’uomo colto, di una cultura che mi mette soggezione, (ricchezza, successo, potere mai mi hanno messo soggezione). Solo che adesso mi trovo spesso a pensare come deve essere bello avere accanto un uomo che sappia almeno togliere l’involucro delle fette biscottate o i tappi con la sicurezza dalle boccette delle medicine.

D) Il ricordo di Talamone rammenta la sicurezza per cui secondo Freud si baratta la libertà o rappresenta il senso di avventura contenuto anche nei piccoli luoghi dei romanzi? L’avventura ci può essere anche a Busto Arsizio se uno ci crede. Insomma, Talamone è un buen ritiro o un rifugio di pirati?

Mi lusinga l’attenzione con cui sono stata letta: ho parlato così poco di quell’estate, lontanissima e diversa, a Talamone! Dovevo avere sei anni, quindi né ritiro né rifugio di pirati, ma un ricordo, nitido a sprazzi, che qualcosa mi ha lasciato, se è vero che «noi siamo quello che i luoghi, le persone, gli avvenimenti, gli oggetti hanno fissato dentro di noi nei primi dieci anni di vita» come sosteneva Sciascia.

D) Ironia tagliente e brillante vitalità sono caratteristiche indiscusse di molte sue pagine, alcune delle quali riportano alla memoria l’opera di Brancati, da Il bell’Antonio a Don Giovanni in Sicilia. Quale autore/autrice l’ha stimolata maggiormente, l’ha più aiutata ad esprimersi?

Più che essere stimolata ho ammirato, con reverenza, da lontano, la prosa scarna, scolpita di Flaubert, quella fresca, apparentemente spontanea, poetica della Mansfield. E i racconti di Checov, di Zoscenko, di Rilke. E le lettere di tutti quelli che amo, in particolare della Cvetaeva, di Kafka, della Woolf. Certo è Brancati che mi ha insegnato a ridere anche del mondo che si ama.

D) Dai suoi libri si evince un interesse particolare per la storia d’Italia, per la politica, nonché l’inclinazione ad occuparsi di una precisa classe sociale: la borghesia del dopoguerra con le sue radici campagnole. Ne L’ultima provincia scrive: «(...) ero addirittura cattolica (…) avevo operato una fusione tra il cristianesimo delle origini e le mie aspirazioni sociali». Quali sono i valori attuali di Luisa Adorno? Può spiegare ai giovani della new economy che cosa ha significato, cosa vuol dire perseguire con convinzione degli ideali?

Mi sono occupata di una media borghesia, colta e senza radici campagnole. La passione di mio suocero per quel pezzetto di terra, comprato durante la guerra, è la passione per la “proprietà”, che nell’uomo del sud s’identificava col possesso della terra. Del resto mi sono occupata anche, e con lo stesso interesse, di contadini, di domestiche, di alunni e di gente straniera. Ne L’ultima provincia dicevo: «...nella fusione che avevo operato tra il cristianesimo delle origini e le mie aspirazioni sociali Marx sarebbe stato veramente un di più». E tale è rimasto. Cattolica lo sono ancora, le mie aspirazioni le stesse: ho pochissimi bisogni e nessun desiderio di possedere. Primo valore, sempre, la libertà. Ai giovani della new economy, ovvero i miei nipoti, nati nella libertà, nel benessere (uno da ottobre a Manhattan a fare pratica di avvocato, l’altra a seguire uno stage di sei mesi in Australia) cosa posso mai dire, mi chiedo, impotente come Natalia Ginzburg davanti al nipotino che in America aveva visto gli orsi. Forse soltanto di tendere le braccia alla verità dovunque la trovino, di farla propria, di sostenerla, secondo l’insegnamento di Montaigne, come ha fatto Leonardo Sciascia anche a danno della propria immagine, come fa oggi Adriano Sofri rifiutando di chiedere la grazia.

A cura della Redazione Virtuale de La Libreria di Dora

Milano, 23 luglio 2002
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