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MARIO LUZI – OFFRIRE VERSI CON SIMPATIA - DE ANDRE' E LA POESIA - IL RUOLO DELLA SCUOLA

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Interviste
Mario Luzi

La strada che porta i giovani alla poesia
(di Paolo Di Paolo)

Ufficio stampa
Mario Luzi
alla stanza accanto, una musica. Di un concerto trasmesso dalla televisione: ragazzi eccitati e urlanti sotto il palco di un vocalista acclamato, le sue parole a memoria. Canzoni che parlano soprattutto d’amore, di amori estivi che lasciano segni dolorosi, o moderne serenate piene di passione. In un orecchio queste canzoni, nell’altro la musica dei versi che stavo leggendo. I versi di Mario Luzi. Mi ha fatto una strana impressione pensare, ripensare a questo comune bisogno di poesia: da una parte quei giovani raccolti sotto il palco del loro divo, dall’altra me stesso, sulle pagine di Luzi. «Che mi riserva rivederti, amore, / quale viaggio t’hanno dato i venti?». Ripensando a quei versi che si trasformavano in musica, prendendo forma di canzone d’amore, ho chiesto proprio a Mario Luzi, una delle figure più importanti della poesia italiana del Novecento, da anni candidato al Premio Nobel, di parlarmi del rapporto che lega – o dovrebbe legare – i giovani alla poesia. E lui, dalla casa fiorentina di via Bellariva, con quella sua voce bassa e sottile, mi ha risposto così.

Bisogna fargliela conoscere, proporgliela, fargliela leggere, ai giovani, la poesia. Bisogna creare occasioni di scoperta e di novità. Non si può dire che, soprattutto in questi ultimi anni, non lo si faccia. Ma l’esito è comunque incerto.

D. Non è forse dalla scuola che bisognerebbe partire?

Sì, la scuola dovrebbe andare in questa direzione perché possa rappresentare il momento più importante, il momento fondamentale nella ‘iniziazione’ dei giovani alla letteratura. La poesia deve però essere presentata in maniera accattivante, in maniera simpatica, direi. Insomma bisogna saper farla amare. E non tutti gli insegnanti ci riescono

D. Eppure a volte sembra che i giovani mostrino un inconsapevole bisogno di poesia. Lo rivela il loro avvicinamento alle canzoni. Forse le parole dei cantanti hanno sostituito, nell’immaginario giovanile, quelle dei poeti?

È un sospetto e anche un indizio verosimile. Spesso il poetico di una canzone fa pensare di essere a contatto con la poesia, che è però un’altra cosa, non certo in conflitto. Questo è un tema che si è molto discusso. Io ho avuto un ripensamento su questa differenza tra poesia e canzone, non necessariamente incolmabile, riguardo a De André. Fabrizio De André è uno chansonnier, e lo è nel senso più vero: il senso in cui la poesia, il testo letterario e la musica convivono necessariamente. Una cosa non avrebbe senso senza l’altra: né la musica senza le parole, né le parole senza la musica. In questa sua realtà di chansonnier raggiunge delle invenzioni che possono essere considerate realmente interessanti ed eloquenti.

D. E lei come ha scoperto la poesia? Su un banco di scuola?

Sì, mi ricordo che nei miei anni di scuola avevo un libro, un’antologia di poeti del primo Novecento. I professori in classe non ce le hanno mai fatte leggere, anche perché non erano preparati. L’ho scoperto da me, innamorandomene. Credo che quel vecchio libro di scuola sia stato fondamentale per il mio avvicinamento alla poesia. Ecco, questo tipo di ‘incontri’ non possono essere pianificati. Sono avventure del singolo, di uno studente, che so, di un lettore per caso. Si dovrebbe forse parlare di destini segnati? Chissà. Certo è sempre possibile creare un momento propizio per l’incontro con le parole di un poeta, e accendere la scintilla.

A cura della Redazione Virtuale de La Libreria di Dora

Milano, 11 dicembre 2002
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