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PAOLO RUFFILLI, POETA E SCRITTORE, VIVE A TREVISO. A 50 ANNI HA SCRITTO LE SUE PRIME POESIE D'AMORE

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Interviste
Paolo Ruffilli

La memoria è un attraversamento dell'io più profondo, per avere più netto il senso di ciò che si è.
(A cura di Maria Antonietta Trupia)

Umberto Piersanti
Paolo Ruffilli
alla laguna veneta a Treviso. La similitudine è nell’acqua, elemento ricorrente in quei canali che, anche qui, lambiscono antichi palazzi e giardini. Le mura del centro storico ancora racchiudono la cittadella più antica; attraverso le sue porte si raggiunge la zona residenziale esterna, verso la quale ci dirigiamo per l’incontro con il poeta. Nello studio, libri a profusione (naturalmente), la scrivania , la macchina da scrivere … testimoniano il fermento di un’attività, che ci piacerebbe, in minima parte, cercare di “carpire”, rinfrancati dalla piacevolezza della conversazione.

D. Il suo esordio avviene nel 1972 con La quercia delle gazze a cui fanno seguito altre due raccolte nel 1974, Quattro quarti di luna, e nel 1976, Notizie dalle Esperidi. Che rapporto ha con questi testi oggi e cosa ricorda dell’umore di quegli anni?

Il rapporto è dialettico: non c’è rifiuto rispetto agli scritti lontani, ma nemmeno accettazione completa. A distanza di anni, mi rendo conto che si trattava di un lavoro in corso, in attesa di approdare alle posizioni odierne.

Da lettore, Vittorio Sereni individuò ne La quercia delle gazze le premesse del mio lavoro attuale, considerandolo determinante per l’evoluzione successiva.

Era un libro estremamente sintetico, pur non essendo affatto ermetico o cifrato, dove usavo poche parole per cercare di dire il più possibile. Quella grande “economia”, tuttora caratteristica dominante, instaura un rapporto diretto e fondamentale tra le prime opere e le ultime. Nel mio lavoro d’esordio Sereni rintracciò, in nuce, un altro elemento dominante, quello musicale.

D. La poesia, negli anni Sessanta e Settanta, è stata, anche, evento sociale; negli anni Ottanta, ritorno al privato. Come vede il tentativo (più recente) di rilanciare l’idea di corrente ?

Effettivamente sono molte le differenze tra la poesia degli anni Sessanta- Settanta, rispetto a quello che è la poesia oggi.

Allora esistevano vincoli più rigidi di tipo ideologico. Vigevano ancora diktat elaborati precedentemente, all’insegna della letteratura impegnata, per cui valeva questo tipo di pregiudiziale, venivi identificato in uno spazio (quello della sinistra) correntemente accettato e che faceva riferimento all’impegno.

Anche nel Sessantotto l’idea era di militanza, si scriveva per farsi portavoce di esigenze proprie dell’azione politica.

Da tale realtà mi sono sempre allontanato, in quanto credo alla letteratura come evento irripetibile.

Da lettori sappiamo che i libri ci piacciono o meno. Ma non è detto che tutte le imitazioni del libro amato ci debbano entusiasmare.

Alla fine degli anni Settanta quei vincoli si sono poi allentati, tutto veniva riconosciuto come fattibile in assenza di qualsiasi gerarchia, ma in una sostanziale sordità. Sciolti i vincoli è stato apparentemente più facile muoversi, ma in realtà sempre molto difficile.

D. Il suo stile tende al verticalismo, al verso breve e limpido. C’è in tutto questo un’arte del levare?

Senza dubbio il levare, per me, è fondamentale.

In poesia la legge dell’inversamente proporzionale, che sceglie il poco per rappresentare il molto è, del resto, elemento portante. Di ciò mi sono reso consapevole recentemente e, credo, avesse ragione Sereni nell’affermare la specificità di ciascun autore.

Nel mio lavoro più recente c’è un’estrema sintesi. L’arte del levare funziona istintivamente nella necessità di avere in modo più significativo il pieno, anche musicalmente. Da questo punto di vista ho un legame con la musica verticale del Settecento, l’opera buffa, i librettisti come Lorenzo da Ponte (che fu librettista di Mozart), la tradizione melica italiana.

D. Giovanni Giudici, nella presentazione di Prodotti notevoli (1980) ha individuato una «zona del concreto» attraverso la «parola trovata». In che senso?

Concreto, forse, nel senso di qualcosa pronunciato nel momento in cui è parte della vita stessa. E’ vero che, soprattutto nelle fasi iniziali di un’esperienza (anche letteraria), c’è quest’uso di sponda della parola: affascinati dalle parole altrui siamo capaci di appropriarcene e di farle risuonare senza che esse corrispondano realmente alla nostra essenza ed esperienza. Giudici faceva riferimento a questo nel momento in cui prendeva voce una realtà esistenziale.

D. Il desiderio di rimanere (cito) : «a letto/ giorni interi/ per non distogliermi dai sogni» (in Diario di Normandia, 1990) è forse allusivo di una aspirazione alla fuga?

Tale desiderio corrisponde ad un periodo della mia vita in cui effettivamente era forte l’aspirazione alla fuga, magari, per continuare a sognare, piuttosto che intraprendere la via di chissà quale luogo lontano per muoversi entro un’altra geografia, sperando in una soluzione all’inquietudine.

Rispetto a questa esperienza del passato sono, oggi, diverso, pur non avendo calmato e, meno che mai annullato, l’inquietudine, in quanto vi è in me la consapevolezza che essa non può avere soluzione.

D. Venendo ad una domanda più al femminile : musa ispiratrice, diversivo ininfluente, legame oppressivo, paziente ascoltatrice... Come si rapporta, oggi, il poeta alla sua donna?

Oggi, come una volta, come sempre, è un riferimento fondamentale pur nelle forme più diverse, sia dell’identificazione come del contrasto, perché mette in gioco, in un rapporto diretto (del concreto, appunto) le occasioni della vita, negli aspetti positivi e negativi, di tensione e abbandono, di paura e di felicità.

Esiste, inevitabilmente, pure uno specchio in cui l’autore si guarda, contemporaneamente a quando osserva un altro da sé, che può essere la donna, la donna che ama.

Per quello che mi riguarda, indubbiamente resta un riferimento vitale, anche per la scrittura. E’ forse ora, a cinquant’anni, che ho scritto le mie prime, vere, poesie d’amore.

D. In Camera oscura (1992) esiste una ricerca del passato familiare. Quale importanza assume, nella sua poetica, la memoria?

Il mio rapporto con la memoria è diverso da quello che si intende solitamente. E’ una condizione non solo individuale, ma più generale. L’esperienza della memoria del nostro tempo si differenzia da quella del passato.

La memoria non è un modo di guardarsi alle spalle per recuperare ciò che è definitivamente perduto.

Nove decimi della poesia sono stati elegiaci e fondati su questo meccanismo. Per me, e penso anche per il tempo odierno, non è più così, in quanto ciò che è trascorso non è sentito come al di fuori, ma dentro ciascuno di noi. Il nostro passato è, quindi, quello che siamo.

Nella mia poesia non c’è elegia perché non c’è nostalgia del passato, bensì curiosità per quello che sono stato e sono stati altri prima di me. E’ un rapporto con l’io più profondo. La memoria è un attraversamento di questa profondità per avere più netto il senso di ciò che sono, di ciò che siamo.

D. Non dimentichiamo la sua attività saggistica. Lei ha scritto due biografie di successo su Ippolito Nievo e Carlo Goldoni. Mentre nel percorso poetico tende a «non dire mai più del necessario», i saggi di tipo narrativo, sono ricchi di particolari anche minimi. Come mai questa differenza?

Perché è tutta un’altra situazione. Mentre in poesia l’ottica è quella dell’ego che, sceglie il minimo, rendendosi conto come tutto, persino il disegno d’insieme, vi sia registrato, nei saggi, dove l’occhio indaga in casa d’altri, quest’ottica non funziona.

C’è la necessità di avere molti particolari da mescolare insieme,proprio perché, facendoli convivere, ne risulti un’immagine che può dare più a fondo il senso dell’esperienza di un altro scrittore.

Sia per Goldoni che per Nievo ho usato questa soluzione, così come un passo narrativo. Dal mio punto di vista di lettore appassionato, avvertivo l’esigenza di dare il senso di una personalità dentro cui quell’opera trova sostanza e fondamento. Cercare di far capire chi è Goldoni, che io considero uno dei massimi scrittori italiani.

D. Lei è spesso autorevole ospite nei convegni internazionali sulla poesia. Quale conoscenza si ha, all’estero della poesia italiana? Attraverso quali canali viene diffusa?

La poesia italiana, all’estero, è conosciuta poco o per nulla. Tale conoscenza passa attraverso le Università che risentono del limite accademico riferibile anche alla nostra realtà nazionale.

Qualcuno ritiene di potere decidere quello che è poesia e quello che non lo è, promuovendo solo ciò che ritiene essere tale. In questa chiave molto artificiosa e artificiale, la poesia diviene una specie di meccanismo più o meno perfetto, ma che vale come congegno dove tutto funziona relativamente. Attraverso le Università il numero di persone che si accosta alla nostra poesia è minimo, non essendo quello né il veicolo, né il serbatoio giusto. Essa vive in altri ambiti ed in altri modi.

All’estero c’è un rapporto più diretto tra gli autori e i lettori. Che sono molti, non solo e non tanto perché si dice che esista una poesia più leggibile. La questione è anche cosa trasmette la poesia a chi la legge.

Da noi c’è un’idea di letteratura estremamente sofisticata, iper letteraria, per cui la poesia è diventata un meccanismo che trasmette il vuoto, il niente, il fumo. Ma la letteratura che conta è quella che comunica i sentimenti che interessano i lettori.

Io ho fatto esperienza di questo nelle occasioni in cui sono stato negli Stati Uniti, nel mondo latino-americano e, più recentemente, nel mondo slavo.

Lì, ai reading di poesia venivano da mille a seimila persone. Non perché i loro poeti siano più facili o più leggibili, ma perché trasmettono emozioni, sensazioni e sentimenti forti ed incisivi, che catturano ascoltatori e lettori, i quali, per quanto pochi, sono sempre più numerosi che in Italia. La poesia non è un genere di divagazione ma, semmai, di approfondimento. E' sempre un’avventura della conoscenza.

D. Lei dirige anche una casa editrice. Quali sono le difficoltà dell’editoria in un contesto dove non esiste abitudine diffusa alla lettura?

Un editore di poesia sa che, per una ragione o per l’altra, ha pochi acquirenti dei suoi libri, perché i lettori sono pochi.

E’ un fatto decisivo: non avendo compratori, gli editori pubblicano con difficoltà libri di questo genere.

Secondo me c’è la possibilità di uscire da questa situazione arrivando, poco alla volta, ad un ampliamento del numero dei lettori. Le condizioni sono due. In primo luogo scegliere titoli giusti in un’ottica che non può essere quella del letterato all’italiana. Inoltre pubblicare libri che costino poco (come è stato fatto con titoli stranieri di forte incisività, dei quali si è arrivati a vendere fino a cinquemila copie).

Quest’operazione andrebbe fatta in modo continuativo e allargato progressivamente anche agli autori italiani.


NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA
Paolo Ruffilli è nato nel 1949 a Rieti e vive a Treviso.
Ha pubblicato, in poesia : La quercia delle gazze (1972), Quattro quarti di luna (1974), Notizie dalle esperidi (1976), Prodotti notevoli (1980), Piccola colazione (1987), Diario di Normandia (1990), Camera oscura (1992), La gioia e il lutto (2001); con il fotografo Fulvio Roiter, Nuvole (1995).
E’ autore di due biografie: Ippolito Nievo (1991) e Vita, amori e meraviglie del signor Carlo Goldoni (1993).
E’ curatore di edizioni delle Operette morali di Leopardi, della traduzione foscoliana del Viaggio sentimentale di Sterne, delle Confessioni di un italiano di Nievo e di una antologia di Scrittori garibaldini. Ha tradotto Gibran, Tagore, i Metafisici inglesi e la Regola celeste del Tao
Ha ottenuto numerosi riconoscimenti tra i quali l’American Poetry Prize e il Premio Montale.
E’ critico letterario de «Il Resto del Carlino» e direttore editoriale delle Edizioni del Leone.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 16 febbraio 2003
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