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GIANFRANCO NEROZZI ESPRIME LA SUA OPINIONE SUL DESTINO DEL RACCONTO

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Interviste
Intervista con Gianfranco Nerozzi

Il noto scrittore di gialli bolognese ha recentemente curato la raccolta horror di storie In fondo al nero
(a cura di Margaret Collina)

Gianfranco Nerozzi
n un articolo pubblicato recentemente, In morte del racconto, Margaret Collina illustrava una tendenza diffusa: il lettore moderno ha fretta, ha bisogno di una storia che inizi, si sviluppi e finisca in fretta. Ma i “sintetici” racconti contemporanei non incontrano il suo gusto. King parla della scomparsa delle riviste che pubblicavano racconti. La fine del racconto sta nel realismo di Cechov “senza trama né finale”, nella nuova narrativa deplorata da Carver, e, nello stesso stile carveriano. Solo su Internet, il racconto prolifera e gode di ottima salute. In questa intervista all'attrice/autrice bolognese, Gianfranco Nerozzi aggiunge nuovi personalissimi spunti alla riflessione.
Di Gianfranco Nerozzi ItaliaLibri ha pubblicato un breve racconto: Il sogno del cerchio

Gianfranco Nerozzi, cosa ne pensa – proprio lei che ha appena finito di occuparsi di un libro di racconti (AAVV. In fondo al nero. Antologia noir, Mondadori 2003) – della ormai leggendaria refrattarietà dell’editoria italiana a pubblicare storie brevi?

Sì effettivamente esiste una sorta di rifiuto in questo senso. Questo non toglie che certe operazioni possano avere ragione di esistere in virtù di una serie di testimonianze. Vedi l'antologia con quella sigla strana: AAVV, di autori vari. Che però deve essere come una sorta di passerella di nomi noti: che se no non ci sarebbe verso, almeno per quanto riguarda una casa editrice grossa come Mondadori. Ne so qualcosa considerando il lavoro che ho dovuto compiere come curatore, riuscire a coniugare la qualità letterraria con la presenza dell'autore di grido ed infilare qualche esordiente nel mazzo. E poi le scelte legate alla vendibilità, e con tutto ciò che ha a che fare con la possibilità di rendere il prodotto il più fruibile possibile. Insomma: la raccolta di per sé funziona più in funzione di un discorso da portarte avanti… e perdonate il terribile gioco di parole. Nel nostro caso serviva rendere la presenza viva di una serie di pulsioni presenti e che andavano esplorate. Diversi artisti così si sono calati nel fondale scuro, confrontandosi con l'horror. Se parliamo di temi da affrontare, anche il pubblico poi risponde e accetta di buon grado di leggere dei racconti.

D. Sono gli editori che partono da una sorta di “partito preso”, o semplicemente si adeguano al gusto del pubblico che ormai richiede solo romanzi, o “instant book”?

Gli editori in genere scelgono un unico partito, che è quello che loro ritengono possa permettere di raggiungere buone vendite. Ed è giusto così, naturalmente fino a un certo punto, visto che stiamo parlando di forme d'arte o per lo meno di operazioni culturali. Comunque: le antologie vendono meno e questo è un fatto. Il romanzo viene preferito al racconto breve. Credo che si tratti di una forma di pigrizia. E' difficile leggere, richiede un impegno, una fatica. Soprattutto occorre entrare nella vicenda, capire l'universo che ti viene proposto dallo scrittore, divenire in qualche modo parte della storia… Poi una volta infilati diventa tutto facile, se il romanzo tiene, naturalmente. In una antologia, questa operazione faticosa deve essere ripetuta tante volte, per ogni nuovo racconto. Con lo svantaggio poi, se la storia è bella, di provare delusione perché finisce in fretta. Il corrispettivo letterario di una sveltina, come diceva Carver: presto dentro e presto fuori… anche se lui lo citava come una cosa positiva. Io stesso tendo a provare questa cosa. Tranne che per certi autori: che sono talmente bravi a scrivere racconti da provocarti una sorta di delirio, passando da uno all'altro con la morbosa curiosità di vedere cosa altro ci può riservare quello, ancora e ancora. Ma è raro. Il romanzo permette di più. Più respiro, più affanno, più comprensione, più penetrazione.

D. Qual è la differenza per uno scrittore, tra scrivere romanzi, o racconti e novelle: è una differenza solo formale, “quantitativa”, oppure dipende da una vera e propria propensione naturale, come affermava Carver di sé, o magari è frutto di scelte contingenti e mutevoli?

Per certuni, ripeto, la dimensione narrativa giusta è quella del racconto, mi viene in mente, restando sull'horror: Clive Barker. Per altri, invece funziona meglio il romanzo, vedi Stephen King. Una propensione naturale, certo. In un racconto breve, occorre seguire ritmiche diverse, i plot debbono farti salire e scendere in fretta. Perché un racconto funzioni, deve avere un'idea forte alla base della trama. Se vogliamo, la forma narrativa breve ti permette di essere più diretto, ti costringe ad evitare i fronzoli che un romanzo a volte richiede quasi come una caratterizzazione: negli intenti dei protagonisti e per la descrizione delle cose che succedono. Il respiro è ampio e a volte diventa dispersivo. Io dal canto mio, come scrittore mi trovo benissimo in entrambe le situazioni. Forse perché cerco di rendere le mie 'sveltine' come shock da fuochi d'artificio. Questo non vuole dire che in effetti poi ci riesco. Ma il divertimento resta uguale, solo diverso.

D. Secondo lei perché, almeno in apparenza, il pubblico non ama più la forma letteraria del racconto che invece fino alla prima metà del secolo scorso furoreggiava, per esempio, nelle riviste e talvolta anche sui quotidiani, e che annoverava tra gli autori più noti, Verga, Pirandello, fino a Buzzati, Soldati…?

Allora si leggeva di più, e in occasioni per cui serviva il racconto breve. Paradossalmente, adesso che tutto gira sempre così veloce, tutto vortica, e il tempo non è mai abbastanza… si preferisce la forma letteraria lunga. Forse un modo per rallentare in qualche modo. Entrare in un mondo diverso e restarci dentro (al caldo, o al freddo) il più possibile: per sentirsi meno soffocati.

D. Internet, ormai è gremita di siti in cui gli aspiranti scrittori possono liberamente veder pubblicati i propri racconti inediti: potrebbe a suo avviso, rappresentare la nuova “strada” del racconto, e un modo per rinverdirne i successi?

Internet sicuramente è una buona strada per i racconti. Esiste una nuova generazione di fanzine telematiche che lavorano per promuovere autori e soprattutto per portare avanti discorsi e passioni. Il racconto resta comunque in questo caso leggibile più del romanzo. Su internet serve roba molto corta, per una questione puramente tecnica da affaticamento da schermo. Sarebbe difficoltoso leggere un romanzo al computer, anche se si usa un portatile: non te lo puoi portare dietro con la stessa facilità di un volume cartaceo. Certo uno, potrebbe stamparsi il testo, ma non è la stessa. Un libro è comunque un oggetto con una sua identità precisa, piacevole da toccare, da sfogliare, da possedere.

Milano, 04 aprile 2003
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