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ROBERTO PAZZI - AUTORE VISIONARIO DI POESIE E ROMANZI FANTASTICI, ISPIRATI ALLA STORIA DAL PUNTO DI VISTA DI ABELE-

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Interviste
Intervista con Roberto Pazzi

Ispirarsi alla Storia partendo dal punto di vista di Abele
(a cura di Alessandro Moscè)

R. Pazzi
Roberto Pazzi
oberto Pazzi, poeta e narratore, vive a Ferrara. Tradotto in 20 lingue, ha esordito in poesia con una silloge prefata da Vittorio Sereni apparsa nel 1970 sulla rivista «Arte e Poesia». Tra le altre raccolte di versi Calma di vento (Garzanti 1987, Premio Montale), Il filo delle bugie (Corbo 1994), La gravità dei corpi (Palomar 1998). E’ in corso di pubblicazione da Marietti la raccolta dal titolo Talismani.
L’esordio in narrativa avviene con Cercando l’imperatore nel 1985, romanzo prefato da Giovanni Raboni (Marietti 1985, Garzanti 1988, Tea 1997), che ha vinto il Premio Bergamo, il Premio Hemingway, il Premio Selezione Campiello. Con questo libro Pazzi viene concordemente collocato dalla critica sulla linea fantastico-visionaria della nostra narrativa, quella meno frequentata nel Novecento italiano.
Seguono i romanzi La principessa e il drago (Garzanti 1986, finalista al Premio Strega), La malattia del tempo (Marietti 1987, Garzanti 1991), Vangelo di Giuda (Garzanti 1989, Baldini & Castoldi 1999, Superpremio Grinzane Cavour), La stanza sull’acqua (Garzanti 1991), Le città del dottor Malaguti (Garzanti 1993), Incerti di viaggio (Longanesi 1996, Premio Selezione Campiello, Superpremio Penne-Mosca), Domani sarò re (Longanesi 1997) e La città volante (Baldini & Castoldi 1999, finalista al Premio Strega). Gli ultimi romanzi pubblicati da Roberto Pazzi sono Conclave (Frassinelli 2001, Premio Scanno, Premio SuperFlaiano, Premio Comisso, Premio Zerilli Marimò, Premio Stresa) e L’erede (Frassinelli 2002) in cui un papa dei nostri tempi scrive al suo successore che pur avendo nominato egli stesso non conoscerà mai. Questo romanzo sembra contenere profeticamente, l’allusione di Wojtyla alla sua elezione e al suo successore, come appare nell’opera poetica, Trittico romano, pubblicata dal papa nel marzo del 2003.
Roberto Pazzi dopo una collaborazione esclusiva per dodici anni con «Il Corriere della Sera», scrive ora sulle pagine culturali di diversi quotidiani italiani. Nel maggio del 1999 ha ideato e diretto a Ferrara un convegno letterario internazionale, L’immaginario contemporaneo, che ha coinvolto tra gli altri Yves Bonnefoy, James Hilmann, Alain Robbe-Grillet, Tahar Ben Jelloun, Viviane Forrester, Dario Fo e molti altri scrittori.

D. Quali sono stati i luoghi principi della sua vita e della sua opera? Quanto hanno influenzato la sua formazione di scrittore dall’adolescenza?

Il luoghi erano l’altrove, cioè la Russia che trovavo nei libri che leggevo, Dostoevskij e Tolstoij ma anche Pasternak. Erano luoghi in una strana analogia con la pianura padana della mia Ferrara, con distese di neve e di nebbia senza fine. Ma era anche tutto il sapore della provincia addormentata che trovavo a Ferrara e ritrovavo nei romanzi russi, nei racconti di Cecov. D’estate però si emigrava verso la Liguria, la terra di mia madre. A Bocca di Magra ho trascorso le favolose estati della mia infanzia e adolescenza. E là ho conosciuto Sereni, Einaudi, Fortini, Vittorini, troppo giovane per stringere amicizia - a parte Sereni, prefatore della mia prima silloge di poesie nel 1970 - ma già capace di capire che le mie scelte future erano sulle loro tracce e non su quelle dei mestieri borghesi della mia città - avvocato, ingegnere, medico, notaio - a cui i miei compagni di scuola erano destinati, al liceo classico unico della mia provincialissima Ferrara, il liceo Ariosto da cui era passato Bassani vent’anni prima di me. Da Ferrara gli artisti se ne erano andati tutti, per primo Bassani, poi Caretti, Antonioni, Vancini. A Bocca di Magra, il “luogo di vacanza” di una famosa poesia di Sereni, ce n’era una concentrazione industriale ….

D. La provincia è un luogo eletto per la scrittura? Penso, per esempio, a Le città del dottor Malaguti, uno dei romanzi più ispirati, a mio parere, che abbia scritto.

Certo, la provincia può essere un luogo privilegiato per la scrittura, perché il sentimento del tempo è più lento e romantico, nel senso che favorisce l’illusione e il sogno, di cui la scrittura può anche nutrirsi. In provincia la cultura è un valore sacrale forse più che al centro del sistema: i lettori forti sono più in provincia che nella metropoli. Ma è anche vero che - l’esempio di Recanati e del Leopardi vale sempre, anche oggi - che la provincia è priva di stimoli per la creatività e favorisce un disperato individualismo, perché uno scrittore giovane deve fare affidamento solo su se stesso, non trovando nessun compagno di fede intorno a sé. Il mio Le città del dottor Malaguti, uscito da Garzanti nel 1993, nasce da quel sentimento della provincia, metaforizzato nella storia dell’oculista, il dottor Malaguti, come grande spione, anche da morto, della vita della sua città. Quello spione sono io, naturalmente, in quanto fuori del gioco e dentro il gioco. Il punto di vista del morto è il punto di vista dello scrittore, in qualche modo.

D. Il successo le arrivò con Cercando l’imperatore, uno dei romanzi più fortunati e apprezzati degli anni 80. Ma Roberto Pazzi nasce come poeta. Qual è la differenza di percezione tra il Pazzi narratore e il Pazzi poeta?

La differenza di percezione è forse data dalla caduta dell’autocensura nella narrativa, che la poesia favorisce di più. In poesia si può liberare l’Io in modo oscuro, sì da rispettare le consuete paure di spogliarsi e confessarsi. Il linguaggio della poesia è meno compromesso con il linguaggio della gente, sì da permettere confessioni solitarie che lasciano intatto il codice dei valori del clan intorno a noi: famiglia, società civile, stato, comunità religiosa. La poesia non è costretta a trattare le grandi questioni storiche e sociali del tempo in cui si vive, almeno quella lirica alla quale mi sono tenuto fedele. La poesia lirica è aorista, atemporale. Nella narrativa si è costretti a mettersi in contatto col proprio tempo, in qualche modo. Bisogna pronunciarsi e svelarsi, schierarsi. Un romanzo è più sporco di una poesia, perché più contaminato dalla stagione storica, più confinante con il giornalismo. Ma la mia poetica, quella fantastica, mi ha salvato in parte da questo rischio, anche se il fantastico non è detto che non tratti anche la realtà storica del presente, anzi. Calvino ce lo insegna ancora. Insomma si passa alla narrativa quando l’Io è maturo per dire la sua sul mondo, a costo di essere banale e dire cose già dette, ma anche a costo di venire a conflitto con una parte di sé ancora nascosta.

Quali sono gli scrittori che maggiormente l’hanno influenzata, sia narratori che poeti? Di più gli scrittori letti o quelli conosciuti, con i quali ha stretto un rapporto di amicizia, di frequentazione? Penso a Vittorio Sereni, per esempio, che so essere stato uno dei suoi primi estimatori.

Gli scrittori preferiti, che più mi hanno segnato, sono Omero, Shakespeare, Marcel Proust, Toltstoi, Dostoevskij, Michail Bulgakov, Gabriel Garcia Marquez, Borges, Guimaraes Rosa, la Yourcenar, Buzzati, la Morante, Hawthorn, J. Roth, Poe, Baudelaire, Saba, Montale. Ho conosciuto molti scrittori, di Sereni sono stato amico, e ha in parte contribuito alla mia formazione con i suoi consigli e il suo esempio di poeta schivo e tormentato da una grande sorveglianza morale sulla scrittura. Ho cinquanta lettere sue che lo rivelano uomo diviso fra il ruolo editoriale in tempi durissimi per la poesia, come il '68, e il suo status di poeta. Ho conosciuto Montale, Einaudi, Livio Garzanti, Moravia, Amado, Tournier, Julien Green, Raboni, Luzi, Soldati - che mi telefonava nel pieno della notte entusiasta dell’attacco de La principessa e il drago - Magris, Pomilio, Piovene, Parise, Pratolini - che mi onorava della sua stima in una intervista poco prima della morte -, Bellezza, Bassani ovviamente, che è della mia Ferrara. Ma a Bassani non devo nulla, perché non sono mai stato un elegiaco della memoria, tentato dal realismo come lui e frenato da una forte vocazione lirica. La mia narrativa non deve quasi nulla alla mia vita, nel senso che nei miei undici romanzi non ho narrato quasi mai di Ferrara e della mia gente - l’ho fatto solo con due romanzi Le città del dottor Malaguti e La città volante. La mia vena è fantastico-visionaria, molto diversa da quella di Bassani. Il mio vero maestro ferrarese non è Bassani, ma Lodovico Ariosto. Alla scrittura ho chiesto di risarcirmi della mia vita, evadendo nell’epico, quando ho potuto come con Cercando l’Imperatore e La malattia del Tempo.

D. Roberto Pazzi è uno scrittore visionario, fantasmagorico. Ritengo che la letteratura del momento, specie in Europa, manchi molto di fantasia, d’invenzione, e sia fortemente impregnata di autobiografismo continuamente rivisitato. E’ d’accordo?

Sì, sono d’accordo. Si scava e si cava troppo dalla memoria autobiografica, perché si difetta di fantasia, di invenzione, di immaginazione. Ma esistono buoni scrittori di fantasia anche oggi. Penso a Marquez e a tutto quello che ha dato la sua immensa fantasia visionaria. Molti realisti alla Moravia - lui era bravo, non i suoi nipotini romani … - che in Italia hanno disertato la fantasia perché ne sono privi e non fanno che parlare del sociale perché non hanno altro sguardo che quello affacciato sulla stessa realtà del «Corriere della Sera» e di «Repubblica».

D. Come le nasce la passione per i re e per i papi, che sono quasi un comune denominatore nei suoi libri, ritornando in più vesti?

La mia passione per la regalità nasce dalla passione per la diversità e dalla nostalgia dell’epica, passando per il mondo della fiaba. E dalla sazietà del realismo, quella forse che fa scrivere i romanzi a Eugenio Scalfari…. Grande, grandissimo giornalista, ma, temo, non altrettanto grande come narratore. I re e i papi, sono le carte dei tarocchi dei miei castelli fantastici. Lavoro con gli arcani maggiori della loro potenza evocativa, la stessa che oggi innamora milioni di persone al mondo di Tolkien grazie ai brutti film tratti da quel grande fantastico narratore di miti medievali e fiabeschi. La derivazione fiabesca dei miei romanzi sulla regalità da Cercando l’Imperatore a La principessa e il drago a Domani sarò re, viene dalla stessa ragione per cui anche oggi, nel 2003, una favola comincerà sempre «C’era una volta un re», mai «c’era una volta un presidente della repubblica». I re sono i troiani del nostro tempo, e quindi figure care a chi canta la volgarità della vittoria e la mistica della sconfitta. Ho cercato sempre di scrivere la storia, nei miei 5 romanzi fantastici ispirati alla storia, partendo dal punto di vista di Abele, perché è sempre Caino che scrive come sono andate le cose della storia. Abele non può tornare indietro dalla morte a raccontare come andarono davvero le cose, è la vittima. Ecco perché la regalità si illumina ai miei occhi della verità dei vinti, contro la falsità dei vincitori. Sono un poco anche i temi dell’Ariosto e della Cavalleria, se si pensa a Medoro e alla sua fedeltà al suo sconfitto e trucidato signore, il re Dardinello … La mia narrativa insomma nasce dal rimpianto e dalla nostalgia dell’epica. Come il romanzo, che è figlio spurio del poema epico.

D. L’ossessione del tempo è una tematiche più ricorrenti nei suoi romanzi e soprattutto nella sua poesia. Perché? Quale legame c’è con la paura della vecchiaia, della morte?

Certo, il legame con la morte e con la vecchiaia è forte. Il mio ultimo libro, L’erede, narra della paura della morte di un vecchio papa giunto alla fine della vita, che si confessa al suo sconosciuto erede. Il tema del Tempo è sempre stato molto mio, fin dalla mia prima poesia. Come ho già detto la scoperta di Proust a circa 23 anni, mentre facevo il servizio militare, è stata fondamentale. Ma anche la poesia del Petrarca mi ha molto arricchito per questo versante di sensibilità. Che è poi un versante di natura religiosa. Sono innamorato di Cristo, ma non altrettanto della Chiesa e del Vaticano, anche se comprendo molte debolezza dei ministri di Cristo. Rimprovero alla Chiesa di essersi spesso unita a chi faceva soffrire l’umanità: e la serie di richieste di perdono rivolte all’umanità dal papa, lo testimonia. Il mio pensiero in proposito è sempre quello di Dostoesvkij, nel passo dei Fratelli Karamazov dove Dimitri racconta la leggenda del Grande Inquisitore, che è un terribile atto d’accusa alla Chiesa Cattolica da parte del grande scrittore russo cristiano ortodosso. E’ il problema del Potere che mi affascina anche in relazione a quello gestito da una religione istituzionalizzata, che so essere così ricca da non sapere nemmeno che cosa farsene dell’ otto per mille ottenuto dal prelievo fiscale degli italiani …

D. So che ha due nuove opere in corso di elaborazione, una narrativa e l’altra poetica. Ce ne parla?

Sto scrivendo un romanzo su un grande potente giunto alla fine della vita, dopo aver avuto tutto, uno dei più ricchi del mondo, proprietario di tutte le televisioni, più volte premier, poi presidente della repubblica … La paura della morte lo costringe a fuggire dal potere dopo una drammatica visita alle piramidi e alle mummie dei Faraoni, in Egitto e a seppellirsi da vivo in un convento di clausura del centro Europa, dove avverrà una sconvolgente metamorfosi … Lo pubblicherò l’anno prossimo, dal mio editore che è Frassinelli, lo stesso di Conclave - che sta uscendo negli Usa, in Giappone, in Russia, in Slovacchia, in Estonia ed è già uscito in Germania da Ullstein - e de L’erede. Il libro di poesia, che si chiamerà Talismani e uscirà da Marietti a maggio, è un’antologia personale di 32 anni di poesia, in gran parte edita, tratta da varie mie raccolte oggi introvabili come Calma di vento, che uscì da Garzanti nel 1987, ma anche di inediti. Conterrà circa 124 testi di poesia edita e inedita, scritti fra il 1970 e il 2002.

D. Roberto Pazzi nelle apparizioni pubbliche alle presentazioni dei suoi libri e ai recital di poesia, cattura l’attenzione della gente con una forte impronta attoriale attraverso la lettura. Da che cosa nasce questa vocazione?

Dalla natura del mio carattere, che è fortemente teatrale ed estroversa, dalla abitudine a raccontare oralmente quello che ho letto ai miei studenti a scuola. Il tema della parola orale contrapposta a quella scritta mi ha fatto scrivere Vangelo di Giuda, il romanzo che ha vinto il Grinzane Cavour nel 1990, tradotto in 4 lingue. Credo che mi affascini l’origine orale, cantata della poesia. Comunque è un misterioso dono di natura.

D. Perché si scrive? Per una sorta di impulso costituzionale? Moravia diceva -io scrivo per capire ciò che scrivo. La scrittura può essere identificata come uno spazio illibato dove aprirsi ad un’esistenza realmente autentica? Qual è la sua definizione in proposito?

Credo si scriva per il piacere di giocare con le parole. Ma che cosa vuol dire poi giocare con le parole? Dire una verità assoluta attraverso quella favola, che è il romanzo. E’ la verità che non si riesce a dire con le parole nella vita. Scrivere diventa il modo di comunicare più vero perché non si rivolge più a nessuno eppure si rivolge a tutti, proprio per questo nascere dal silenzio con tutti. La cosa più divertente - è quello che faccio scrivendo il mio nuovo romanzo, dal 30 settembre del 2002 ogni mattina, mettendomi a scrivere dalle 7 alle 12 circa - è stupirmi della verità che giace al fondo di me stesso e non sapevo di poter partorire incapsulandola in una vicenda romanzesca. Sono uno che si stupisce di quello che viene fuori dalla sua fantasia e che non sapeva prima di cominciare a scrivere che cosa sarebbe venuto alla luce. Se questo avviene allo scrittore si può essere quasi certi che anche il lettore si stupirà e si divertirà come lo scrittore.

Milano, 11 aprile 2003
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