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Interviste
Intervista con Giampiero Rigosi
«Il romanzo vince ai punti, il racconto deve buttare al tappeto»
(a cura di Margaret Collina)

Giampiero Rigosi
iampiero Rigosi è nato a Bologna nel 1962. Si è laureato in Filosofia con una tesi in Poetica e Retorica. È socio fondatore dell’Associazione Scrittori di Bologna e membro dell’ AIEP (Associazione Internazionale Scrittori di Polizieschi). Ha condotto una trasmissione radiofonica su cinema e letteratura noir. È autore di brevi testi teatrali e di sceneggiature e si diverte a fare da paroliere per qualche amico musicista. Tiene seminari e laboratori di scrittura presso Associazioni Culturali, Scuole di Scrittura e Istituti Scolastici. Ha pubblicato numerosi racconti, recensioni, articoli e interventi su quotidiani, riviste, antologie. Ha collaborato alla progettazione e alla realizzazione di programmi multimediali interattivi di apprendimento su CD-rom per bambini e adolescenti.
Nel 1995, presso la casa editrice Theoria, è uscito il suo primo romanzo, dal titolo Dove finisce il sentiero. Nel 1996, sempre presso Theoria, ha pubblicato la raccolta di racconti Chiappe da apache. Nel 1998, con la casa editrice Moby Dick, è uscito un suo romanzo, dal titolo Come le nuvole sopra Veracruz. Sempre nel corso del 1998, Moby Dick ha pubblicato un libro che contiene un suo racconto a tema musicale dal titolo Hallucinations, dal quale è stato tratto uno spettacolo teatrale di testi e musica (Ballads, Moby Dick, 1998), ora disponibile su CD (Storie di jazz, Moby Dick, 1999). Nell’ottobre del 1999 ha pubblicato, all’interno di una collana, diretta ai giovani adulti, della Adnkronos libri il romanzo Lola a caccia. Nel corso del 1998 -'99 ha curato un laboratorio di scrittura all'interno della Casa Circondariale di Bologna: da questa esperienza è nato un volume di racconti, scritti dai detenuti che hanno partecipato al laboratorio, dal titolo Ma il cielo è proprio bello, però (Moby Dick, Faenza, 1999). Nel 2000 è apparso il suo romanzo Notturno bus nella collana Tascabili.Stile Libero Noir della Einaudi.
Di Giampiero Rigosi ItaliaLibri ha pubblicato un breve racconto: Notturno

D. Giampiero Rigosi, autore di gialli, molto noto anche come sceneggiatore di fiction televisive di successo, durante la presentazione del libro Medical thriller, che conteneva un suo racconto lungo, lei ha affermato che pur essendo un appassionato lettore e scrittore di racconti, è perfettamente consapevole che ormai è sempre più difficile poterne pubblicare, perché gli editori non li apprezzano: allora questa specie di tormentone letterario è una realtà inconfutabile. Quale sono le ragioni secondo lei?

Sinceramente non saprei. In teoria il racconto (e il racconto breve in particolare) dovrebbe essere l’ideale per i lettori di oggi, sempre molto occupati, che spesso leggono di corsa tra un impegno e l’altro. Il racconto si può leggere in tempi brevi, tutto in una volta. Eppure i lettori italiani sembrano continuare a preferire la forma romanzo. Forse proprio perché il momento della lettura è così diverso dalla vita che siamo più o meno costretti a vivere e, almeno in questa pausa salutare, i tempi si trasformano. Molti, quando chiedo della loro preferenza per il romanzo, mi rispondono che amano seguire le azioni di personaggi ai quali si sono affezionati e pensare che quei personaggi, come amici con i quali sono entrati in confidenza, li accompagneranno per molte pagine e per molto tempo.

D. Cosa la spinge a scrivere un racconto piuttosto che, magari, un romanzo breve? Quali sono i meccanismi che fanno scegliere ad un autore una forma letteraria piuttosto che un’altra?

Di solito, devo ammettere, scrivo racconti quasi solo su richiesta. Solo raramente un’idea forte mi afferra e sono costretto a buttare giù una storia breve. Ma di solito mi viene naturale aspettare prima di scrivere, far passare del tempo, riflettere sugli snodi narrativi, imparare a conoscere i personaggi. In questo modo mi vengono in mente strutture più adatte al romanzo che al racconto, e finisco per frequentare questa forma narrativa meno di frequente. Vedo il racconto come un’istantanea che congela un istante, un momento. Il romanzo è un lungo lavoro di resistenza, un seguire i personaggi e le loro vicende, un lavorare per accumulo di materiali. Cortàzar diceva che se si paragona il raccontare storie alla boxe, il romanzo vince ai punti, il racconto deve buttare al tappeto.

D. Quest’anno il mondo della cultura celebra il centenario della nascita di Simenon. So che lei ama particolarmente questo scrittore. Cosa lo distingue da altri celebri scrittori di gialli?

Simenon è un po’ il padre di tutti quei narratori di genere che hanno scelto la strada dell’osservazione psicologica, della resa dei luoghi e delle atmosfere, dell’interesse alla natura umana. Molti altri, dopo di lui, hanno seguito questa strada. Ma lui è forse stato il primo a proporre romanzi di indagine di questo tipo, dando l’avvio, di fatto, a un nuovo genere.

D. Purtroppo Simenon però non ha mai scritto racconti. Forse precorreva i tempi?

Simenon, come tanti professionisti, lavorava su commissione e su contratto. Probabilmente gli si chiedevano molto più spesso romanzi che racconti. Di fatto, gli si chiedevano molto spesso romanzi di Maigret, tanto che gli altri, forse i più belli che ha scritto, li ha dovuti scrivere nei ritagli di tempo tra un Maigret e l’altro.

D. E’ uscita per Urania Mondatori una raccolta di storie horror, curata dal suo amico e collega G. Nerozzi: anche lei ha scritto un racconto. Di cosa si tratta?

È un racconto estremo, a suo modo violento, che narra di un’ossessione: l’impossibilità dell’arte di rendere la vita, di imprigionare, bloccare il trascorrere della vita e del tempo in un dipinto.

Milano, 20 maggio 2003
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