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INTERVISTE - ERNESTO FERRERO - DIRETTORE EDITORIALE DELLA FIERA INTERNAZIONALE DEL LIBRO DI TORINO, INTELLETTUALE DELLA CORTE DI GIULIO EINAUDI

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Interviste
Intervista a Ernesto Ferrero
Pensieri di un intellettuale della "corte" di Giulio Einaudi
(a cura di Maria Antonietta Trupia)


Ernesto Ferrero

onsiderazioni e prospettive del libro secondo il direttore editorale della Fiera, che ci concede una significativa intervista proprio nel pieno svolgimento degli eventi dell’iniziativa torinese ai quali, lui, non nega mai la sua presenza, nonostante il vortice frenetico degli appuntamenti. Nel breve, intenso, dialogo Ferrero riflette sul ruolo dell’intellettuale-scrittore nella società contemporanea e sull’evoluzione linguistica, traccia l’identikit del traduttore e annuncia il prossimo libro in cui sarà proprio l’editoria ad assumere un ruolo da protagonista. Non dimenticando un riconoscimento per il lavoro “straordinario” (ma irto di difficoltà) dei piccoli editori e il ruolo sociale delle librerie.

In N, il testo che Lei ha dedicato a Napoleone [Premio Strega 2000 ndr] nel periodo trascorso all’Elba, compare come comprimaria la figura del bibliotecario Martino. Quali sono le connotazioni dell’intellettuale dell’epoca e i raffronti con la situazione contestuale? È davvero solo l’intellettuale oggi?

Con ogni evidenza, Martino sono io. Su questo non c’è ombra di dubbio. Martino rappresenta un personaggio piuttosto negativo, perché incarna le debolezze degli intellettuali, capaci di elaborare una visione del mondo complessa, magari anche utile, ma non in grado di tradursi in azione, in gesto. Foss’anche un gesto violento come quello di pensare di assassinare Napoleone… È un fatto abbastanza drammatico che gli intellettuali italiani siano sempre stati personaggi di corte, più ripiegati su se stessi e interessati a guardare il proprio ombelico, che a misurarsi con la realtà. Tanto è vero che oggi, in Italia, il semplice fatto di raccontare delle storie, e raccontarle bene, è considerato quasi volgare. Per prima cosa, infatti, lo scrittore italiano deve dimostrare di essere molto colto, molto intelligente, di aver letto tutto, di essere un grande manipolatore della lingua, più bravo dei suoi colleghi… Invece di avere la capacità di mettersi a raccontare delle storie che, ovviamente, abbiano valore universale.

Nel monologo teatrale Elisa pubblicato lo scorso anno, si sottolinea, ancora una volta, la dimensione culturale. La granduchessa di Toscana, sorella del Corso, interpreta il ruolo di «protettrice delle lettere e delle arti»…

Elisa, per la verità, è nato del tutto casualmente da un’idea della Provincia di Lucca impegnata a promuovere e valorizzare memorie e residenze napoleoniche in Toscana e, segnatamente, a Lucca. L’Ente aveva tra l’altro curato esposizioni su oggetti appartenuti alla principessa (come i suoi servizi da tavola). Mi chiese un contributo che realizzai scrivendo questo monologo sul personaggio, poi portato sulla scena da Simona Marchini. Come tutti, conoscevo pochissimo Elisa, tanto che nel romanzo N la liquidavo con giudizi sprezzanti. Invece, dal lavoro di ricostruzione è emersa una figura molto moderna ed interessante. Donna non bella e ignorata dalla famiglia, riesce a costruirsi un’identità ed uno stile, ritagliandosi un posto nella storia. È colta, come il fratello; possiede una volontà di ferro. Non è simpatica, però ottiene di diventare, lottando duramente contro il proprio destino, principessa di Lucca e Piombino prima, granduchessa di Toscana poi. Sorprendente è il fatto che Elisa, brava amministratrice, verrà riconosciuta, persino dal fratello che non la ama, quale il migliore tra i suoi ministri.

La Sua, ottima, traduzione di Viaggio al termine della notte induce una riflessione sulla tecnica necessaria per trasporre la dimensione molto attuale (quasi contemporanea) del parlato proposto da Céline nel suo capolavoro…

Il lavoro di traduttore mi piace moltissimo. In particolare amo i testi in cui la lingua ha un ruolo molto importante. Nel caso di Céline, poi, è soprattutto il ritmo ad essere determinante. Infatti il problema di questo autore non è tanto la lingua (Voyage è il meno difficile dei suoi romanzi), quanto invece il ritmo. Pochi lo sanno, ma Céline è un “musicista”, un jazzista che fa del jazz percuotendo tutti gli oggetti del quotidiano che trova a tiro. E siccome certi ritmi, alcuni modi e slogamenti sintattici non trovano corrispondenza in italiano, ecco che la loro traduzione risulta molto difficile, una sfida sempre aperta. Quel lavoro ha, ormai, dieci anni e, forse, sarebbe ora di rimetterci mano, essendo la traduzione un work in progress. È un cantiere sempre aperto, in quanto la lingua cambia, cambiamo noi, cambiano i lettori…

In che modo vengono enucleate le tematiche portanti intorno a cui ruota la Fiera che hanno individuato in questa edizione "il colore", nella passata "il tempo"…?

Si tratta di grandi temi trasversali e simbolici che permettono di coniugare tutti gli aspetti della vita contemporanea. Li scegliamo proprio per il loro appeal e per la trasversalità.

Abbiamo appreso, in questi giorni, della prossima pubblicazione di un Suo libro sulle vicende della Einaudi, della quale Lei è stato direttore editoriale. Vuole fare qualche anticipazione?

Ora non lavoro più all’Einaudi, per la quale continuo a svolgere un’attività di consulenza (anche se, per la verità, sono un consulente piuttosto latitante). In questo libro volevo raccontare la vita quotidiana alla “corte” di Giulio Einaudi, soprattutto negli anni ‘60/’70. È la storia per certi versi anche divertente di una famiglia complicata, stravagante, con gli inevitabili odi e amori. Volevo mostrare lo svolgersi del lavoro editoriale, considerato, però, nel suo aspetto più tranquillo. Nulla di eroico, pensoso, drammatico e altisonante. Soprattutto intendevo raccontare come funziona una casa editrice, anzi come funzionava, purtroppo, lo straordinario gruppo, quasi un’ orchestra, che Giulio Einaudi aveva unito e che dirigeva con intuito infallibile.

La tanto auspicata legge sull’editoria potrebbe risolvere gli attuali problemi del settore?

Non completamente. Sarebbe necessario che fosse una buona legge. È ferma da tanti anni e sappiamo che le leggi sono il frutto di molti compromessi. La carne al fuoco è tanta e non possiamo in questa occasione farne un' analisi dettagliata. Credo, comunque, che un risultato importante sarebbe quello di individuare il modo di tutelare i piccoli editori, che fanno un lavoro straordinario e che, però, sono abbastanza soffocati dalle concentrazioni. Inoltre bisognerebbe sostenere, proteggere, difendere, le librerie nei centri medi e piccoli, perché esse svolgono, anche, una funzione sociale. Una città senza librerie è una città dimezzata.

Fiera Internazionale del Libro di Torino, edizione 2003

Milano, 22 maggio 2003
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(Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 19 gennaio 1938)




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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Sab, 20 mag 2006

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