ITALIALIBRI - RIVISTA MENSILE ONLINE DI LIBRI ITALIANI, BIOGRAFIE DI AUTORI E RECENSIONI DI OPERE LETTERARIE
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INTERVISTE - PIERO DORFLES - GIORNALISTA, CRITICO LETTERARIO, RESPONSABILE DEI SERVIZI CULTURALI DEL GIORNALE RADIO RAI E COLLABORATORE DI 'PER UN PUGNO DI LIBRI'

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Interviste
Intervista a Piero Dorfles
L'arte di sapere quando limare, correggere, piallare, e quando... tagliare
(a cura di Maria Antonietta Trupia)


iero Dorfles, giornalista, critico letterario e responsabile dei servizi culturali del Giornale Radio RAI, fa gli onori di casa e si dispone a incontrarci per la lunga intervista concessa a ItaliaLibri. Nel rispondere alle nostre domande, attraverso un’analisi lucida e pungente sulle logiche della comunicazione mass-mediale, affronta il problema della “costruzione del lettore”, analizza pregi e manchevolezze del mercato editoriale e indaga sulla evoluzione dei generi letterari. Facendo emergere, tra l’altro, alcune interessanti prospettive nella direzione di una “feconda ibridazione” nell’ambito della critica e della scrittura.

D. Nell’attuale panorama mass-mediatico, cosa ne pensa della possibilità di promuovere la lettura attraverso eventi come la Fiera del Libro ?

Sono convinto che questa occasione riesca, in modo ottimale, a far incontrare il libro con il suo fruitore. La Fiera, come tutti gli appuntamenti che sono destinati ai lettori — potenziali o effettivi —, ha soprattutto il vantaggio di far vedere fisicamente libri e autori, anche a chi, abitualmente, non ne ha dimestichezza. Non tutti, infatti, entrano regolarmente in libreria. E questo spazio rappresenta, in fondo, una specie di grande vetrina con una strategica facilitazione di accesso e di contatti e, anche, di rapporto diretto con gli editori. Forte è, comunque, la perplessità sul fatto che il lettore non si costruisca a tavolino. L’intera collettività si dovrebbe attivare in questo senso, formandolo sin da piccolo all’interno della famiglia e della scuola. È importante coltivare il rapporto con il libro precocemente, negli anni in cui meglio può nascere la capacità di attenzione e il gusto personale per la lettura. Da sola la Fiera non può fare tutto questo, ma può sicuramente — e lo testimoniano le tante scolaresche che vedo circolare — incuriosire e determinare un rapporto meno sacrale e più diretto con il libro. Ce ne fossero, dunque, e tante, di iniziative analoghe.

D. Per un pugno di libri, la fortunata trasmissione televisiva alla quale da anni Lei collabora nel ruolo di critico letterario, è una delle poche nel panorama mass-mediale contemporaneo dedicate alla promozione della lettura…

Per un pugno di libri è l’unica trasmissione di libri della televisione italiana. Non fosse altro che per questo, ritengo meriti un plauso. Gli autori hanno avuto una non buona, ma direi, ottima idea nel concepire la possibilità di giocare con i libri e, in particolare, di farci giocare i giovani, avendo in studio anche qualche personaggio dello spettacolo che, occasionalmente si confronti con essi. Ancora una volta credo sia un modo non per indurre alla lettura — il programma da solo non sarebbe sufficiente —, ma per incoraggiare i lettori, mostrando che il libro non è un oggetto distante, bensì qualcosa a cui si può rivolgere l’attenzione, non solo nel periodo scolastico, ma anche oltre, traendone divertimento e motivo di sfida culturale, dimostrando la padronanza della materia… Sicuramente se non fosse l’unica rubrica RAI, se non avesse i limiti di una trasmissione pomeridiana della domenica… forse sarebbe meglio. Sono del parere, comunque, che nell’ambito della comunicazione di massa non si possa esagerare, imponendo al pubblico le proprie scelte — gradite magari solo a pochi — con il rischio di ottenere l’effetto opposto, o utilizzando procedimenti autoreferenziali di intellettuali dimentichi del fatto che le curiosità degli ascoltatori, spesso, non coincidono con le loro. A chi sostiene che la cultura in televisione sia poca opporrei la considerazione di come, spesso, non ci si renda conto che la comunicazione di massa prevede grammatica, sintassi, vocabolario specifici, per cui è necessario impadronirsi del linguaggio del mezzo e del contesto. Risulta pertanto complicato inserirvi chi sviluppi la dimensione culturale in termini accademici o prettamente letterari. Per un pugno di libri, pur con alcuni difetti, riesce, ottemperando a precise logiche comunicative, a far entrare in televisione la cultura. Per farsi “accettare” dal mezzo infatti è necessario adottarne il linguaggio, pena la mancata messa in onda.

D. Recentemente a Milano Josè Saramago, durante la presentazione del suo ultimo libro L’uomo duplicato, ha richiamato moltissima gente, ma rimane un evento decisamente raro vedere tanto pubblico per uno scrittore. Viceversa, confermano gli autori italiani che vi presentano i loro libri, la situazione all’estero è diversa. Come mai questa differenza?

In Italia non si è ancora abituati allo spettacolo offerto da un importante autore. All’estero, per ascoltare gli scrittori, è richiesto il pagamento di un biglietto, in cambio essi devono saper comunicare. Si tratta ancora una volta di modelli comunicativi: parlare in pubblico richiede le capacità di catturare l’attenzione, tener alta la tensione, rientrare nei tempi previsti. D’altra parte, ritornando alla dimensione della costruzione del lettore, se migliaia di persone vanno a sentire Saramago, è illusorio pensare che l’interesse scaturisca dal nulla. Il fatto va attribuito o a una forte curiosità per la personalità del premio Nobel oppure al già consolidato status di "lettore forte" degli intervenuti, che rappresenta il 6% degli italiani e che non avrebbe neanche bisogno di tali stimoli. Il problema è quello del rimanente 94%. Dove li abbiamo abbandonati? Che cosa facciamo perché anche loro conoscano l’esistenza di un libro interessante? Anche partendo dal presupposto che Saramago, forse, non lo leggeranno mai, bisognerebbe motivarli a leggere, ad esempio, Stephen King, Wilbur Smith…

D. Ritiene che esista una responsabilità da parte della grossa editoria nel penalizzare l’aspetto qualitativo nelle scelte editoriali?

L’editoria è un’impresa e le imprese devono guadagnare. Se non guadagnassero, fallirebbero. Su questo semplice elemento si basa la sopravvivenza dell’impresa editoriale. È ovvio presupposto, agli esordi dell’attività di coloro che scelgono di fare gli editori, ritenere di fare solo bei libri. Ma quando c’è la cosapevolezza che facendo unicamente i libri che piacciono non si campa, si finiscono per pubblicare: ricette dell’ultima attrice di passaggio in televisione, raccolta delle barzellette del comico, prediche inutili di un personaggio mediatico, riflessioni di un presentatore… Ora, io ritengo che questi “non libri”, in quantità strepitosa ormai, non abbiano nessun rilievo letterario e vadano perciò scorporati dal numero di copie vendute e tolti dalle classifiche, dove fanno un po’ spavento. Ciò premesso, considerando il diritto alla sopravvivenza di libraio ed editore, nelle librerie e nei cataloghi sono ammessi anche questi oggetti, che incontrano la cultura di massa, ma che non devono considerarsi a livello delle opere librarie. Nessuna accusa, quindi, nei confronti di librai ed editori che commercializzano questi libri. Se una accusa deve essere fatta, va indirizzata all’editing dei testi, in particolare italiani.

D. In che senso?

A differenza di quanto avviene all’estero, dove vi sono sempre giudizi, correzioni, attenzione al prodotto, in Italia l’editing non viene più fatto. Così libri corposi non vengono limati, arrivando in libreria con centinaia di pagine assolutamente inutili, scoraggiando il pubblico e non producendo interesse. L’ orgoglio personale è più che legittimo, ma lo scrittore dovrebbe anche riconoscere, con umiltà, di essere, oltre che un artista, un artigiano, avendo il dovere di sapere in che punto limare, correggere, piallare, tagliare… Altrimenti si corre il rischio di non produrre né best seller né nuovi lettori. È emblematico, a tal proposito, leggere quello che scrive Stephen King del suo rapporto con gli editori. Prima di dichiararsi soddisfatto di un libro, lui aspetta il giudizio del suo editore; e se gli viene suggerito di abbreviare, allungare… lui è pronto a intervenire, nonostante sia l’uomo che ha venduto più libri al mondo. Uno scrittore non solo commerciale, ma, secondo me, un grandissimo scrittore, disposto a rimettersi in discussione a ogni libro.

D. Qual è la Sua valutazione circa la possibilità di un sostegno economico all’editoria?

Ritengo che abbiano senso sostegni pubblici all’editoria esclusivamente in funzione della pubblicazione di grandi classici (come faceva la Fondazione Valla) che, per ovvi motivi, non possono essere sostenuti dal mercato. In alcuni casi sarebbe molto più logico chiedere, invece, sponsorizzazioni private a bravi imprenditori. Lo Stato dovrebbe investire nella costruzione di lettori, buone scuole, insegnanti capaci. L’avvio di corsi di avviamento alla lettura potrebbe garantire la formazione di studenti che abbiano familiarità e sappiano convivere e divertirsi con il libro.

D. Alcuni sociologi affermano come nei media si verifichi una sorta di contrapposizione della purezza del messaggio con l’aspetto commerciale. Lei, che si è anche occupato di linguaggio pubblicitario nel Suo testo Carosello (1998), che cosa ne pensa?

Non ritengo esserci una zona dove il mercato inquini e il no profit salvi — nel nostro Paese abbiamo del resto avuto esempi di malversazioni raccapriccianti nel no profit. Non immagino perché ciò che viene fatto per essere venduto debba essere peggiore di ciò che viene fatto per essere consumato da spiriti nobili. Sicuramente la televisione è uno strumento commerciale, senza che in ciò vi sia nulla di male. L’alternativa sarebbe un sistema in cui si finirebbe per praticare una sorta di interscambio tra media e potere politico. E ciò non è affatto una buona cosa. La nascita della stampa libera nel mondo è legata al rapporto tra l’editore e i suoi lettori, con sostegni di investitori pubblicitari che non possono incidere sulla sostanza del prodotto, ma sulla sua distribuzione — più copie vende un giornale, più pubblicità avrà e più garanzie di libertà ci saranno).

D. In che modo si conciliano, nella dimensione testuale, la critica contenutistica (marxista) e quella di indirizzo stilistico, forte presso l’Università di Torino?

Mi risulta che a Torino ci sia anche un forte Dipartimento di ermeneutica con una Scuola di indirizzo autonomo, di rilievo internazionale. Non ritengo, dunque che ci sia un’unica direzione di studio e di analisi. Posso dire questo anche per il contatto diretto che intrattengo con l’Università torinese, dove sono stato più volte invitato a tenere lezioni. Sono convinto che il rapporto tra il lettore e gli strumenti critici a sua disposizione sia molto legato alla formazione dei singoli. A seconda della predisposizione individuale, dunque, ci sarà chi inquadrerà la propria lettura in una dimensione più sociale e legata alla dimensione storicistica e, nell’analisi critica, tenderà in quella direzione. Mi pare, comunque, che la critica di oggi sia molto più libera di un tempo, che l’inquadramento delle scuole si sia molto ammorbidito, che tutti conoscano tutto. Ricordo invece che, una volta, nei manuali di critica letteraria che si usavano all’Università si spiegavano le modalità specifiche per affrontare la critica con i diversi tagli (marxista, freudiano, semiotico…). La maggior parte dei critici e degli studiosi di Italianistica, a mio avviso, lavora, ora, con tutti questi strumenti, sapendo di poterli utilizzare in qualunque momento, senza farsi sopraffare dalle scuole e giocando abbastanza in proprio, contribuendo a un arricchimento del panorama letterario e all’alleggerimento della lettura.

D. Qual è la sua opinione sull’evoluzione dei generi letterari — la “scomparsa” del racconto, l’evoluzione in senso narrativo della saggistica, le diverse denominazioni di romanzo… — ?

Anche qui si tratta di una buona e feconda ibridazione; ed è molto utile che ciò avvenga. Il romanzo in effetti denuncia la sua stanchezza, si possono ancora scrivere bellissimi romanzi ma certo non è più così facile trovare ispirazioni verso l’originalità. Contemporaneamente, la narrativa scientifica coniuga l’analisi e il racconto. Personalmente, non solo incoraggerei questi sviluppi, ma mi sentirei di inviare un messaggio alle Accademie e alle Università sul fatto che il modello di libro scientifico conosciuto sino ad ora, è vecchio e stanco. Per evitare di scrivere libri di analisi scientifica letti soltanto dagli studenti in vista degli esami, gli analisti scientifici dovrebbero imparare a scrivere in modo più narrativo, producendo l’effetto di “trascinamento” ed evitando una lettura che si imponga puramente per motivi scolastici. Se così fosse, un saggio scientifico di analisi dei fenomeni di comunicazione e di cultura potrebbe diventare un storia piacevole da raccontare, con retroscena, personaggi… Lo stessa storia della letteratura italiana o di una singola opera potrebbero divenire protagonisti di un libro. Ma, così, siamo tornati al punto di partenza: la fondamentale padronanza degli strumenti di comunicazione e di scrittura. Troppo spesso, devo dire quasi sempre, quando si tratta di studi che hanno la finalità di costituire uno strumento per concorsi accademici, la scrittura non esiste. C’è unicamente il contenuto e, soprattutto, il numero di citazioni di possibili commissari…

D. Per concludere, vuole darci un consiglio di lettura?

Difficile, tra gli ultimi cento libri letti, poter fare una selezione in questa sede. Quello che posso dire è “guai a voi” se non avete letto Pinocchio: la cosa provocherà un’infelicità che vi porterete dietro per tutta la vita. Molti non si rendono conto dell’importanza di queste, primordiali, letture. Esse contengono, tra l’altro, i fondamentali archetipi della letteratura mondiale. Bisognerebbe che ognuno studiasse, a memoria, questo testo. Dopo, forse, potremo parlare tutti insieme di letteratura.

Fiera Internazionale del Libro di Torino, edizione 2003

Milano, 09 giugno 2003
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