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CARLO CAPPA, MICHEL DE MONTAIGNE, UN CAMMINO LETTERARIO FRA FILOSOFIA E LETTERATURA.

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Interviste
Intervista con Carlo Cappa

«La lettura è selezione, ma inizialmente è l’errare per territori poco conosciuti...»
(a cura di Margaret Collina)


all’ostico e aristocratico universo filosofico italiano, Carlo Cappa, – professore a contratto all’Università di Roma Tor Vergata – ci offre un’opera su Montaigne e i suoi
Essais, che non solo convince per l’inattaccabile rigore scientifico, il poderoso sforzo bibliografico e l’ampiezza dell’analisi, ma soprattutto stupisce per la capacità di presentare argomenti ardui e complessi, in modo tale da catturare l’interesse anche dei “non addetti ai lavori” (Carlo Cappa, Michel De Montaigne, Franco Angeli, 2003, Euro 18,00).
Il testo si presenta come un’indagine sul ruolo della scrittura nell’opera di Michel de Montaigne. Il rapporto tra vita e opera, è indagato dall’autore non come un puntuale riscontro biografico tra gli eventi narrati da Montaigne e quelli realmente avvenuti lontano dalle pagine del testo, bensì come quel dialogo problematico e sempre teso tra che s’istaura all’interno dell’opera. In tal modo, la scrittura si presenta come spazio di libertà relativa in cui riacquisire una presa sul proprio sé, nell’ottica della creazione letteraria e filosofica.
Risulterà particolarmente gradito ai bibliofili più raffinati e curiosi, il capitolo intitolato: Il linguaggio, la scrittura.
Un’opera da consigliare dunque, a tutti coloro che sono convinti della permeabilità alla filosofia di ogni aspetto del vivere, e del pensare.

D. Che spazio ha la filosofia nel mondo moderno: non è, a prima vista, solo un’esercitazione accademica, senza risconti nel reale?

Non è molto semplice rispondere a questa domanda… in fondo, però, anche se potrebbe sorprendere, la questione dell’utilità o del ruolo della filosofia, come della letteratura e dell’arte, è stata sempre dibattuta, seppur con accenti differenti. Nessun'epoca ha affermato l’utilità di queste discipline in modo dogmatico, senza interrogarsi sul loro utilizzo: i sofisti erano stigmatizzati come mercenari della parola, Quintiliano dedica gli ultimi due libri della Institutio Oratoria allo spessore umano dell’oratore, Vittorino da Feltre, a Venezia, rifiutava nella sua scuola anche figli di nobili se non li riteneva in grado di una crescita complessiva, la commedia dell’arte italiana ha fatto del magister una delle figure più sbeffeggiate, per non parlare di tutta la trattatistica rinascimentale sul corretto utilizzo dei classici, delle citazioni, della cultura… Questo non toglie che la nostra epoca abbia delle caratteristiche specifiche. Oggi, senza voler essere troppo pessimisti, serpeggia un interrogativo differente, che non verte sul come utilizzare un mezzo riconosciuto in ogni caso potente e importante, bensì sembra che in questione sia il mezzo in quanto tale, depotenziato e impoverito, inadeguato, ipotizzando così come valide risposte sempre più personali, ovvero senza alcun spessore sociale. Sembra che tutto si equivalga in un grigiore di fondo dal quale la semplice elezione personale — e di conseguenza non in discussione — può far emergere i colori. Nonostante la qualità scientifica di molti dei suoi promulgatori, credo che il decostruzionismo sia un fenomeno che contiene i semi di un “indifferenziato” che mi preoccupa… tuttavia, vi sono anche altre campane… penso a George Steiner, Bloom, etc. Infine, ma come semplice sensazione, ritengo che in un mondo “pieno” come il nostro, uno strumento di cernita, di scelta, sia indispensabile; anche solo per questo, la filosofia è fondamentale.

D. Lei scrive non solo di filosofia: in che termini, e in che misura gli studi filosofici hanno influenzato i suoi testi letterari?

Moltissimo. Semplicemente, non ho mai posseduto una visione di esclusività nelle mie letture e nei miei amori artistici e filosofici. Sono conscio delle differenze d’indirizzo e di creazione che sottendono e nutrono le singole discipline, ma questo non può tradursi in una cecità selettiva. La mia lettura di molti autori filosofici è influenzata dalla musica, dalla letteratura, dal teatro e dalla pittura, anche per la convinzione che la complessità sia più proficua della limitazione, senza dover per forza eliminare lo specialismo che, in alcuni campi, è inevitabile, cioè strumentale ad una conoscenza completa e puntuale di ciò che è indagato.

D. Da poco la Franco Angeli, ha pubblicato un suo libro su Montaigne, perché ama questo filosofo più degli altri? Ritiene di riconoscersi in qualche modo nel suo pensiero?

Montaigne, che ho conosciuto in maniera approfondita nei miei studi universitari, anche grazie al Prof. Luigi Borelli che mi ha fatto amare gli Essais, per me ha sempre rappresentato un autore che riesce a fondere letteratura e filosofia, costruendo un edifico dai molteplici piani e livelli. La tentazione di avvicinare singolarità a singolarità, identità a identità, è sempre dietro l’angolo, tuttavia… tuttavia non lo ritengo un rischio assolutamente negativo. I libri sono sempre un colloquio, certo con strumenti che seppur affondano nella propria identità e sensibilità, sono nutriti di letture critiche e di conoscenze strumentali; però, non si può evitare di essere a volte d’accordo e altre in pieno contrasto… Io, in un tardo rinascimentale come Montaigne, ritrovo moltissimi aspetti della nostra post-modernità… le risposte di questo autore, ovviamente, sono differenti da quelle che si potrebbero dare oggi, ma la radicalità con la quale ha affrontato alcune tematiche resta un esempio… con luci e ombre, ma un esempio, diciamo una risposta possibile…

D. Ci parli della sua produzione letteraria: anche lei scrive racconti, in una cultura che li ha quasi messi al bando, perché questa scelta?

Elencare autori di racconti che rimangono fondamentali per la nostra cultura sarebbe fin troppo facile; credo che buona parte delle incertezze che circondano il genere riposino sull’equazione racconto = rapidità. Rapidità che vuol dire rapidità di lettura, di scrittura e di digestione. Quasi una letteratura usa e getta, un fastbook… naturalmente, i racconti di Dylan Thomas, tanto per fare un esempio di autori silenziosamente messi al bando, non si prestano a ciò, come gli splendidi cammei di Kafka e di tanti altri… Il racconto è un mezzo d’espressione differente, non è un brevissimo romanzo, quindi ha tempi propri e proprie strade di scrittura, non calcolabili per “sottrazione”. Per me, scriverli vuol dire provare soluzioni narrative differenti, cercare linguaggi specifici e costruzioni atipiche… m’interessa soprattutto il carattere sperimentale della scrittura del racconto… del mercato editoriale in senso stretto, in realtà, non ho molto da dire.

D. Quali sono gli autori, classici e contemporanei, che hanno maggiormente “formato” il suo cammino letterario.

La mia formazione è obbligatoriamente un miscuglio di filosofia e di letteratura, quindi non saprei fare un elenco puntuale. Samuel Beckett, uno scrittore che ritengo veramente eccezionale, Marcel Proust, Franz Kafka, Dante, Dylan Thomas, Faulkner, Shakespeare, Swift, Nooteboom, Montaigne, Deleuze, Foucault, Goethe, Nietzsche, Petrarca, Fenoglio, Pavese…

D. Lei è giovanissimo, i suoi coetanei leggono, e talvolta scrivono, su argomenti molto diversi dai suoi: si è mai dato una spiegazione di questa diversità?

No, cioè conosco coetanei che leggono cose molto prossime alle mie, altri che leggono autori completamente differenti, altri ancora che non leggono affatto… Io ho la fortuna di poter leggere e fare ricerca per lavoro, quindi vivo una situazione privilegiata che riesce a sposare passione a “dovere”. Ritengo che sia difficile parlare del perché ci si sia incamminati verso una direzione piuttosto che verso un’altra; per me gli studi letterari e filosofici, una vita plasmata su di essi e che vi trovi il suo sostentamento è un valore in quanto tale, anche se oggi sembra in discussione e pare difficile affermarlo a cuor leggero.

D. Cosa consiglierebbe ai giovani che hanno poca dimestichezza con prosa, poesia e anche filosofia, per un primo approccio serio, e che induca a proseguire nella lettura?

Bah, rischiando gli strali di specialisti che potrebbero sicuramente fornire un buon compendio di titoli definibili fondamentali, il mio consiglio è molto banale: leggere le opere, gli originali, privilegiando i classici, quei testi che hanno forgiato la nostra cultura e che tutt’ora la modificano e la vivificano dall’interno. Rifuggirei, però, dal suggerire dei titoli; meglio la suggestione personale, l’aggirarsi in libreria o in biblioteca, annusare i libri, ascoltarne le risonanze, provare e sbagliare, vagliare e non aver paura di leggere un libro che poi si abbandonerà in qualche angolo della casa e della testa… la lettura è selezione, inizialmente è l’errare per territori poco conosciuti, ma nei quali vi sono già dei profili che attirano più di altri… Ripeto, mi “fido” dei classici; seguendo il proprio istinto e le proprie suggestioni, tra essi difficilmente si potrà sbagliare… si avrà tutto il tempo, successivamente, di ampliare le proprie conoscenze, di leggere anche ciò che non piace ma che deve esser letto… ma occorre cominciare da ciò che piace, da ciò che seduce.

Milano, 30 giugno 2003
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