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CHIARA MARCHELLI FRA SCRITTURA E RICERCA. UN VIAGGIO CHE RACCONTA LA PAURA DI DIVENTARE ADULTI.

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Interviste
Intervista con Chiara Marchelli

Il romanzo: un luogo dove la realtà trova lo spazio per accomodarsi
(a cura di Marina Giardina)


hiara Marchelli, nata ad Aosta nel 1972, vive fra l'Italia e New York, dove, oltre a scrivere, collabora con varie agenzie di traduzione. Vince diversi premi letterari per i suoi racconti a partire dal 1996 e viene selezionata, nel 2000, per la Biennale dei Giovani Artisti d'Europa e del Mediterraneo a Roma. Il suo ultimo racconto è apparso sul numero 1 della rivista «Sugo» in edicola in questi giorni.

Per il suo romanzo d'esordio, Angeli e cani, le viene conferito nel 2003 il premio 'opera prima' nell'ambito della XIX edizione del Premio Letterario Rapallo-Carige per la donna scrittrice.
Nell'intervista che segue, l'autrice ci racconta il proprio rapporto con la cronaca che si trasforma in letteratura, con la scrittura, che diventa urgenza, necessità, lavoro, disciplina. Ci parla della difficoltà di diventare adulti, della possibilità di operare scelte libere, non vincolate da necessità, paura, convenzioni.

D. Vero e verosimile. Finzione e cronaca. Letteratura e verità. La finzione nel romanzo è fortemente radicata nella realtà. Per le sue informazioni precise, per i dati, per le statistiche. Quanto ti sei distaccata dal vero? Perché un argomento di questo tipo? Difficile e delicato?

Dal vero mi sono staccata nel momento in cui ho separato i dati raccolti dalla storia di per sé. È stato difficile farlo perché mi sono lasciata coinvolgere da quanto gradualmente apprendevo, tanto che a un certo punto la qualità del mio lavoro di scrittura era decisamente inferiore a quello della ricerca. Ho stabilito un termine temporale — il 1999 — per impedire a me stessa di continuare a raccogliere dati. Tutto il lavoro che è seguito è stato di scrittura, difficile e delicato, sì, ma indipendente dall’argomento. Dall’impegno eventuale di trattare un tema simile, che volevo fosse centrale, ma non esclusivo. Il romanzo è dopotutto una storia, o meglio, un intreccio di storie, ed è tale in primo luogo.

D. C’è un desiderio dei ragazzi adottati nel romanzo di ritrovare la propria madre, idealizzandola. Come se prevalesse la rabbia al momento della scoperta più che la riconoscenza verso la famiglia che li ha cresciuti. Come se la biologia prevalesse sulla cultura. Perché scatta questo nei ragazzi adottati?

Questo desiderio riguarda una parte delle persone adottate, è una delle possibili reazioni all’idea di incontrare la propria madre biologica, come mi è stato spiegato dal responsabile di un’associazione di New York che si occupa di mettere in contatto gli individui adottati (o venduti) con la propria famiglia di origine (quando possibile). Come ho scritto, questa reazione scatta perché nel frattempo, mentre si vive, prima dell’incontro, si creano aspettative, si soffre del rifiuto, si cerca di scendere a patti con l’idea che potremmo non essere noi, la nostra persona, la causa dell’abbandono, ma una situazione economica, sociale, culturale sfavorevole. Si tratta pur sempre di una forma di abbandono, di un danno subito senza colpe reali, e credo che esperienze del genere creino, tra i mille possibili, anche comportamenti di difesa, di tentativo di adattamento, di idealizzazione.

D. Un romanzo di partenze e di ritorni. Partire per vedere meglio, per sentire meglio, nell’assenza, la presenza, ma poi avere nostalgia e voler tornare. Dov' è l’equilibrio per gli spiriti inquieti, nel movimento? E come si concilia il movimento con la scrittura? Come un riposo?

L’equilibrio di uno spirito inquieto sta laddove lo spirito inquieto decide di trovare (o no) il proprio equilibrio. Non posso rispondere in senso assoluto nemmeno per me, perché di volta in volta, nel tempo, le esperienze cambiano, quel che prima funzionava ora non regge più, quel che una volta pareva irraggiungibile, ora può diventare l’unica opzione. La scrittura, in tutto questo, è urgenza, necessità, lavoro, disciplina e molto altro. A volte un riposo, a volte una corsa più aspra e veloce del correre in sé.

D. I giornali sono pieni di questi fatti di cronaca. Sei d’accordo che parlarne in letteratura, attraverso un testo narrativo, riscatti queste forme di orrore a cui siamo abituati?

Forse. Più che di riscatto parlerei di un approccio diverso. Leggere su un giornale di bambini venduti e trovati a pezzi ha un impatto diverso che trovare la stessa brutalità “diluita” in un romanzo, quando si ha l’occasione di scivolare su un piano alternativo dove, quasi contradditoriamente, la realtà trova più spazio per accomodarsi e da lì, da quella posizione di riposo e concentrazione, penetrare più a fondo.

D. È uscito da poco il libro di Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri. Un libro di domande sulla realtà del dolore. Questa storia che scrivi è una realtà del dolore. Quali domande ti sei posta?

Ammiro molto Susan Sontag per la trasversalità del suo lavoro, l’impegno, l’efficacia e la lucidità con cui sa comunicarlo. Penso a volte che le domande cambino a seconda della fase della propria vita, ma poi mi viene in mente una frase di Richard Bach, letta ai tempi del liceo, che diceva qualcosa come: "poniti le stesse domande a distanza di tempo e osserva le tue risposte cambiare". Per la realtà del dolore la questione a mio modo di vedere non cambia: il dolore è una condizione umana che permea la realtà insieme al resto. Naturalmente. Non trovo niente di scandaloso o sporco nella sofferenza, o nella felicità.

D. Da cosa parte l’idea di un “soggetto”, per usare un linguaggio cinematografico che è presente, tra l’altro, nel libro?

Necessità di esprimermi in un modo diverso, desiderio di aggiungere una voce, curiosità.

D. Chi scrive non è mai solo. Si sente che i personaggi del libro non sono radicati nei luoghi che abitano. Avvertiamo che potrebbero essere da un’altra parte, che potrebbero rimettersi in viaggio. Quanto si accompagna la solitudine al viaggio?

Generalmente, quando interpellati su questo argomento, gli scrittori rispondono: chi scrive è sempre solo. Il lavoro di scrittura è solitario, assoluto, e non importa affrontarlo su un aereo o tra le pareti della propria stanza: in quel momento, quel momento, si è lì, soli, nel territorio della scrittura, e in nessun altro luogo. Sarà per questo che Verne riusciva a immergersi ventimila leghe sotto i mari senza muovere un dito...

D. È un libro di superstiti? Di sopravvissuti? Il libro segue le pieghe delle rughe dei segni dei protagonisti. Sei d’accordo?

Sì, è un libro che sviluppa i possibili tragitti di alcune persone che hanno subito l’impatto di un colpo devastante. È un libro sul dopo. Penso che un romanzo dovrebbe sempre seguire le pieghe dei propri personaggi, la loro evoluzione è il libro. Lo diceva Pavese di Balzac: «[Balzac] squadra [i personaggi] da tutte le parti come rarità, li descrive, scolpisce, definisce, commenta, ne fa trasparire tutta la singolarità e assicura meraviglie».

D. Non vedere l’ora di crescere ma rifiutare l’idea di essere adulto. Quale è il punto di vista dei bambini in questa frase?

Non vedere l’ora di crescere ma rifiutare l’idea di essere adulto. (In altre parole, rimando alla lettura del romanzo...)

D. Si sentono parecchi fatti di cronaca dove i bambini sono o l’oggetto di violenze o il soggetto. Le persone, diceva Banana Yoshimoto, si differenziano non tanto e non solo per questioni di ricchezza quanto tra coloro che sono stati amati e coloro che non lo sono stati. Senza arrivare alle violenze, agli abusi e ai maltrattamenti, c’è nell’indifferenza nell’incapacità di molti genitori una violenza che traumatizza i figli?

Credo che la radice di ogni violenza stia nella paura e nella mancanza. Di amore, generalmente. Percepita spesso all’origine, in un contesto famigliare, sociale, storico, geografico, politico che priva. Da qui a dire che la fallibilità dell’essere umano genera necessariamente un trauma... Lo fa spesso, involontariamente, a vari livelli. Qualcuno di noi ne deriva patologie, qualcuno riesce tutto sommato a "tirare la carretta" dignitosamente.

D. Scrivere per perdonare, sembra tu dia per tutto il corso del romanzo voce a dei segreti. I segreti possono essere pericolosi?

Spesso. No? Ma dipende anche dalle aspettative, dalla fiducia che si ha nei propri mezzi, dallo spazio concesso all’altro, dalla capacità di proteggersi e via dicendo.

D. Un'ultima cosa: la scelta del film mi ha colpito molto, un film forte Les amants du Pont Neuf, so che di quel film mi aveva colpito l’unione. E ancora oggi quando guardo per strada persone che chiedono l’elemosina accanto alla propria donna, quando poi li rivedo ubriachi litigare animatamente, mi chiedo quanto sia forte o quanto sia debole la loro unione. Un'unione che è solo di necessità?

Non posso permettermi di rispondere al posto loro... Ma senza andare a scomodare i senza tetto, potremmo quasi chiederci quanti dei rapporti stretti tra persone che vivono in condizioni meno estreme siano davvero frutto di una scelta “libera”, non dettata dalla paura (di restare soli, per esempio), dalla convenzione, dalla necessità.

D. Il primo romanzo, il primo romanzo pubblicato. Sparsi nei tuoi cassetti immagino fogli. Calvino lavorava così, raccoglieva, appuntava, elencava per poi dare forma. I tuoi fogli sono confluiti tutti in questo romanzo? Quali sono le suggestioni del prossimo?

Il primo romanzo pubblicato, ma il sesto scritto. C' è caduto molto, qui dentro, ma non tutto. Ho cercato — a volte senza riuscirci — di tenere fuori quello che non era pertinente, e alcuni miei fogli disegnano la traccia del prossimo, o di quello dopo. Per fortuna si invecchia, e si aggiungono esperienze al vissuto... altrimenti di cosa scriveremmo?

Milano, 23 luglio 2003
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