aurizio Matrone è un Poliziotto della Questura di Bologna, diplomato presso l'Accademia di Belle Arti e laureato in Pedagogia.
Ha pubblicato i saggi Poliziotti e minorenni (Clueb, 1995) e Bambini, adolescenti e poliziotti (Clueb, 2000) e i romanzi Fiato di sbirro (Hobby&Work, 1998) e Erba alta (Frssinelli 2003) e numerosi racconti, anche per bambini. Ha collaborato come soggettista e sceneggiatore in film e telefilm polizieschi.
D. Lei scrive gialli, ma non solo. Alcuni suoi racconti non sono strettamente catalogabili in un genere, comunque il filo conduttore è sempre lironia, talvolta il sarcasmo. Questa scelta è squisitamente letteraria o esprime una sorta di disincanto generalizzato, una specie di grande risata che sommerge anche i fatti più tragici della vita?
E perché non mi vorrei prendere troppo sul serio. E già fin troppo impegnativo il mio lavoro che una dimensione un pizzico ludica, disincantata, umoristica, non fa male, anzi. Si può anche scherzare, ironizzare, davanti a un tragico evento, ma non è mai un oltraggio: è una modalità salvavita, per non scoppiare e affrontare con più serenità i poco desiderati drammi successivi.
D. Lei è un poliziotto, e la sua professione, nel bene e nel male, è sempre al centro del suo scrivere: non riesce a liberarsene, o il mondo in cui lavora è così ricco di spunti narrativi?
I poliziotti qualche volta lavorano come se fossero dentro un film. Il cinema e i poliziotti talvolta si imitano vicendevolmente. Però i poliziotti hanno spesso a che fare con storie che nessuno vuole ascoltare. E già questa è una bella storia da raccontare.
D. Scrive e dipinge: proprio come Buzzati, scrittore che ama in modo particolare, eppure, in apparenza, dal punto di vista letterario avete poco in comune. Cosa la lega a Buzzati, oltre al parallelismo degli interessi artistici?
Il paragone con Buzzati mi fa arrossire. Volevo quasi interromperla Buzzati è un autore che amo moltissimo e quello che mi lega a lui, oltre allinteresse per la cronaca e la pittura, è lamore che provo per le sue storie.
D. Ha mai commentato i suoi racconti con la pittura e il disegno, come Buzzati ha fatto più volte?
No, non l'ho mai fatto, però le atmosfere, specie dei racconti, albergano spesso la mia fantasia. Ho studiato invece, da pedagogista/poliziotto, la "sindrome" della fortezza Bastiani, un aspetto capace di influenzare patologicamente le professioni che, in qualche modo, hanno a che fare con l'attesa di un "nemico", ovvero di un evento che si teme, che si vorrebbe evitare - e che non si verifica - ma che a volte si spera, si sogna all'orizzonte, come prospettiva di rottura della routine o come occasione di gloria e onore.
D. In che misura la sua laurea in pedagogia è stata importante per dar vita a certi caratteri, e a certi suoi personaggi?
Non so se esista una misura. Sono uno strano maratoneta un po pigro che da il meglio sulle lunghe distanze. Indubbiamente [la formazione pedagogica] è per me un ricco bagaglio culturale che non può mancare in quello che scrivo.
D. Mi preme farle una stessa domanda che mi sta a cuore e alla quale hanno risposto anche altri scrittori su queste pagine: pensa che il racconto, come forma letteraria, sia ormai relegato a un ruolo di secondo piano, o ne riconosce ancora una dignità pari a quella del romanzo, nonostante lo scetticismo degli editori?
Temo che vi sia solo una preoccupazione di tipo quantitativo. Numero di battute, numero di pagine, spessore del libro. Ciò che pesa meno vale meno. Forse anche per questo la poesia, oggi, ha poca fortuna. Per restare comunque in questa curiosa metafora di pesi e misure, credo che il racconto si trovi a metà strada tra la poesia e il romanzo. Penso che un buon racconto (che è, secondo me, comunque un romanzo, ma anche una specie di poesia), con poche pennellate, con profonda leggerezza, sia capace di restarti dentro più di un romanzo.
Personaggi bizzarri, forti ed intensi mettono in scena inconsuete ipotesi di rapportarsi a se stessi e al mondo al di fuori di sé: modi insoliti estremi ma lucidi e razionali di comprendere la società e di commisurasi ad essa. (Calvino, Pirandello, Sciascia...)
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«Io agisco regolarmente su due piani: "il piano umano", cioé la vita quotidiana; e il "piano disumano", cioé la finzione letteraria, le rappresentazioni della fantasia, più; e qui viene la fiction quella parte ("arrangiata") di vita quotidiana che io volgo a profitto della letteratura, sfruttandone gli eventi come contenuti ai fini narrativi».